Screaming Banshee – Descent (2013)

Per chi ha fretta:
Descent (2013), primo e fin’ora unico full-lenght dei romani Screaming Banshee, è un album assolutamente degno di nota. Lo stile suonato dal gruppo è un death metal molto influenzato dal progressive e dal thrash, non originalissimo (ricorda in particolare gli ultimi Death) ma personale ed efficace al punto giusto. Il tutto beneficia inoltre di una buona cura per le atmosfere e di un songwriting stellare e maturo, seppur pecchi anche di una lieve omogeneità. Perciò, pezzi come After the Nightfall, When the Stars Come Right e Anhedonic brillano moltissimo; anche gli altri brani della tracklist sono di buon livello, anche quelli meno belli come The Cursed e Winter Runes. Per tutti questi motivi, Descent è quasi un capolavoro, che saprà catturare a dovere gli amanti del metal estremo più sfaccettato e progressivo!

La recensione completa:
Sebbene bistrattata da gran parte del pubblico italiano, la scena metal del nostro paese è ricca e viva, specie negli ultimi anni. Sono decine i gruppi che nascono e pubblicano dischi, e spesso si tratta di musicisti di valore: lo dimostrano brillantemente i romani Screaming Banshee, per esempio. Nati nel 2009, esordiscono l’anno successivo con l’EP di rito The Chronicle; è invece del 2013 il loro primo, e fin’ora unico, full-lenght, intitolato Descent. Quello affrontato dal gruppo nell’album di oggi è di base un death metal molto intricato ma anche potente, influenzato da un lato dal thrash più violento, dall’altra invece dal progressive, con in più un ascendente melodeath meno esteso. Questo stile si propone molto tecnico, ma senza che ciò sia la vera anima degli Screaming Banshee: il gruppo romano risulta infatti abbastanza lontano dal techno death più classico. Le atmosfere variegate e la cura per l’espressività, oltre che per l’impatto, li fanno essere più vicini, infatti, agli act più ricercati del prog death, in particolare gli ultimi Death, a cui si rifanno molto ma senza essere una copia derivativa. In più, i romani possono vantare una personalità non spiccante ma almeno buona, e soprattutto capacità di scrittura di molto superiori alla media, che li portano a scrivere canzoni efficaci dal punto di vista musicale, prima che da quello tecnico. Il risultato finale è il classico album in cui ci si perde dentro, denso e impenetrabile ma anche avvolgente al massimo, che come vedremo si rivela alla fine una piccola gemma. Certo, dall’altro lato Descent pecca di una lieve omogeneità tra alcune canzoni; è però un dettaglio marginale, che non dà granché fastidio. Una parola la merita, prima di cominciare, anche la splendida produzione: il disco suona infatti pulito e professionale al cento percento, ma anche ruvido al punto giusto per surclassare tante grandi produzioni, spesso troppo plasticose, risultando perciò perfetto per sprigionare tutto l’impatto di cui gli Screaming Banshee dispongono.

Un breve intro misterioso, con le canoniche sonorità sinfoniche abbastanza cupe, poi After the Nightfall parte a razzo. Abbiamo infatti un brano nervoso e dai forti influssi thrash, che procede rapido e pesante come un rullo compressore. Sin da subito inoltre l’urgenza è palpabile, i riff si susseguono veloci uno dietro l’altro, con tanti cambiamenti che hanno luogo però in una struttura non troppo complessa:molti dei fraseggi tendono infatti a ripetersi, aiutando l’impatto generale. Questa norma cessa solo verso metà, quando la traccia si fa più riflessiva e tecnica; compaiono infatti momenti scomposti e ottime partiture melodiche, anche piuttosto dolci. In tutto ciò c’è spazio pure per momenti molto cupi, in cui Alessandro Iacobellis mostra il suo growl più gutturale. La musica procede in questo modo fino al finale, che accelera di nuovo ma mantiene la stessa impostazione melodica: è il sigillo per un grandissimo pezzo, che apre Descent in grande stile! La successiva When the Stars Come Right esordisce abbastanza in sordina, con le percussioni del drummer David Folchitto (musicista attivo già in un gran numero di band, tra cui gli Stormlord) da solo, prima che al di sopra arrivino cupe armonizzazioni di chitarra. La traccia avanza su queste coordinate per qualche momento, lenta e melodica, per poi confluire, tramite un raccordo technical-oriented, a una norma molto più vorticosa e stordente, in cui il riffage e le melodie delle chitarre si rincorrono senza sosta. In tutto ciò trovano spazio anche delle lunghe frazioni più calme, alcuni dei quali piuttosto tempestose e cupe, altre più dolci ed espressive, con splendide melodie e il growl di Iacobellis come unico elemento estremo. Splendido anche l’incastro, assemblato a meraviglia: abbiamo infatti un altro grande brano, sicuramente da inserire col precedente tra le hit del lavoro. Anche Messiah in Blood prende il via da un preludio sotto-traccia, anche se presto fugge rapida e diretta. Comincia da qui una lunga serie di accelerazioni travolgenti, davvero incisive con la potenza puramente death sprigionata, e rallentamenti più complessi e tecnici che invece funzionano meno, seppur sappiano il fatto loro. Ancor meglio è il lungo tratto strumentale posto al centro, senza granché di estremo e in cui dominano gli incroci tra le melodie delle chitarre di Luca Ficorella e Simone Ornati, calde ed espressive. È di sicuro il momento più bello di un pezzo che poi riprende di nuovo a macinare, fino alla fine; abbiamo nel complesso un brano forse non al livello dei migliori del disco, ma che riesce a coinvolgere a meraviglia.

Winter’s Runes è una traccia solida e pesante come un macigno sin dal martellante inizio, da cui si diparte una veloce fuga di puro death metal virulento e oscuro, che ricorda i Deicide più furiosi. La parte thrash del gruppo riaffiora parzialmente infatti solo al centro, leggermente più aperto, seppur l’aura cupa e pesante non sparisca. In questa parte c’è spazio anche per alcuni assoli di qualità. Dall’altra parte, la tensione unicamente verso l’impatto della canzone la rende meno appetibile di quella che ha intorno; non aiuta una durata inferiore ai tre minuti, che fa sembrare questo pezzo quasi un divertissment estemporaneo, molto ben realizzato ma tra i pezzi che meno spicca di Descent. È in effetti tutt’altra storia con Gates of Eternity, traccia dall’inizio più melodico della media del platter, con forti influssi melodeath sempre ben in vista, che nella progressione si uniscono alla componente più tecnica degli Screaming Banshee. Il pezzo tende inoltre a evolversi molto: tratti più armoniosi e dal mood quasi malinconico, a volte anche rallentati al massimo, si incollano ad altri rapidissimi e pestati, senza molti fronzoli. Il meglio del pezzo è però la lunghissima parte centrale, di nuovo rallentata e piena di melodia, che presenta un feeling liberatorio e quasi tranquillo, ma senza rinunciare ad aggredire. La prestazione di Folchitto è infatti piuttosto frenetica, e anche le chitarre incidono abbastanza; ciò è ancor più evidente nella sezione seguente, che riprende i temi musicali già sentiti e li accelera fortemente, senza però sprofondare nella cupezza. Questa norma avanza per poco, per poi spegnersi in qualcosa di soffuso, con chitarre morbide, dolci e senza nessun elemento metal. Sembra la fine, come un outro, ma il brano ancora non è terminato: improvvisamente la parte iniziale torna infatti a esplodere, forse con ancor più cattiveria che in precedenza. È il clamoroso finale di un pezzo ottimo, che non raggiunge forse i migliori di Descent, ma solo per poco! Un intro esotico, con chitarre orientaleggianti e una voce salmodiante, poi The Cursed strappa con ferocia, espressa dal growl di Iacobellis, e dalle chitarre anche se il ritmo è inizialmente catacombale. Ciò dura però poco, perché presto gli Screaming Banshee tornano alla frenesia a cui ci hanno abituato. Essa si inquadra in una struttura molto semplice, occupata per buona parte dalle strofe, molto dirette e con poche pause, che peraltro servono solo a rendere le ripartenze più esplosive. A questa norma seguono quelli considerabili i ritornelli, serrati come la parte precedente, ma in compenso più lugubri, come da tradizione death. Invece che ripetersi, tra una di queste progressioni e l’altra c’è spazio solo per una sezione con più ampio respiro, in cui la coppia Ficorella/Ornati fa la parte del leone, producendosi in assoli e fraseggi sempre interessanti. Abbiamo così una lunga sezione centrale non di gran impatto ma godibilissima ed equilibrata tra momenti più tecnici e quelli più lineari. Il risultato è un pezzo tra i meno belli del disco, ma che riesce a svolgere più che bene il proprio compito.

Pezzo del tutto strumentale, Anhedonic è anche quello  più complesso di tutto Descent. La struttura varia infatti a livelli schizofrenici, con tantissimi passaggi incolonnati uno dietro l’altro, a cui si fa quasi fatica a star dietro. Nessun problema, comunque, visto che il songwriting qui è curato a meraviglia, con nemmeno un particolare lasciato a sé stesso. Brillano così sia i momenti più frenetici e vorticosi, in cui gli Screaming Banshee mostrano tutto il proprio valore come strumentisti, sia quelli in cui la parte del leone la fanno melodie che sanno come catturare a meraviglia. Fantastica a tal proposito è l’apertura sulla tre quarti, soffice e dolcissima, che riesce a incastrarsi in maniera eccelsa seppur in un pezzo in media ben più energico. È molto difficile scrivere uno strumentale di questo tipo che sappia anche coinvolgere e riesca a non annoiare nemmeno per un secondo: i romani però ci riescono egregiamente, e il risultato è il brano più bello dell’intero album insieme all’accoppiata iniziale. Dopo quest’estasi tecnica, la successiva The Cross of Nargath parte a ruota e si rivela molto più rivolta all’impatto, con l’anima thrash metal del gruppo ben in vista, che domina sia i momenti più martellanti che quelli leggermente più lenti, ma egualmente efficaci, in coppia con qualche sparuto influsso melodeath. La norma, sfaccettata ma non troppo intricata, procede abbastanza lineare per un po’, prima di svilupparsi  verso toni più ariosi, che culminano nel tratto al centro. Questo è molto espanso ed etereo, con solo le chitarre di Ficorella e Ornati in solitaria, un affresco psichedelico pieno di malinconia. La tranquillità non dura molto, presto la traccia torna a macinare, ma con più melodia, unita alla nostalgia precedente che è rimasta in scena. Questa chiusura è giusto un altro arricchimento per un pezzo semplice ma grandioso. Siamo in dirittura d’arrivo, ed è tempo per la lunga traccia finale di rito, intitolata The Ghost Incarnate. Folchitto le da il via, prima di essere affiancato da un riffage quadrato e molto thrashy. Siamo ancora al preludio, però, perché la canzone vera e propria è meno d’impatto e più incalzante, con un riffage vorticoso ma ancora di diretto ascendente melodeath.  Se questa è la norma, peraltro con notevoli variazioni, c’è spazio però anche per passaggi più energici, che danno al tutto una marcia in più in fatto di pesantezza. Come accennato, la struttura è sempre in movimento, e sono tantissimi i momenti che vengono incastrati tra loro, in maniera peraltro abilissima: ogni frammento, dai più melodici ed espansi a quelli più pestati, funziona infatti più che bene nel punto in cui è messo. Molti di questi sono inoltre coinvolgenti ai massimi termini: negli otto minuti di durata del pezzo c’è anche qualche particolare meno eccitante, ma è poco più di un dettaglio per un altro pezzo grandioso, che non brillerà tra i migliori dell’album ma è una chiusura più che adeguata.

Di sicuro, Descent è un album difficile da ascoltare e da assorbire, vista la mole di passaggi differenti che incolonna nei suoi quasi cinquanta minuti. Se si riesce però a penetrare a sufficienza al suo interno, ascoltandolo una miriade di volte, si rivela quasi un capolavoro, pieno di momenti memorabili e coinvolgente anche per potenza, oltre che per tecnica. È chiaro quindi che se preferite ascolti più semplici e immediati, è molto probabile che gli Screaming Banshee non facciano per voi. Se però siete disposti a concedere tanti ascolti a questo loro esordio, allora vi è altamente consigliato: troverete un disco che saprà catturarvi, specialmente se siete fan del metal estremo più cervellotico e progressivo!

Voto: 89/100

 
Mattia
 
Tracklist:

 

  1. After the Nightfall -06:18
  2. When the Stars Come Right – 05:02
  3. Messiah in Blood – 05:03
  4. Winter’s Runes – 02:43
  5. Gates of Eternity – 06:10
  6. The Cursed – 05:43
  7. Anhedonic – 06:34
  8. The Cross of Nargath – 04:05
  9. A Ghost Incarnate – 08:00
Durata totale:49:38
 
Lineup:
  • Alessandro Iacobellis – voce
  • Luca Ficorella – chitarra
  • Simone Ornati – chitarra
  • Max D.G. – basso
  • David Folchitto – batteria
Genere: thrash/death/progressive metal

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