Abysmal Grief – Strange Rites of Evil (2015)

Per chi ha fretta:
Con Strange Rites of Evil (2015), quarto capitolo della loro ormai ventennale carriera, I genovesi Abysmal Grief si confermano sia per qualità che dal punto di vista stilistico. Il loro è sempre un doom/horror metal occulto, ispirato a Death SS e Paul Chain, giusto con un po’ di potenza in più rispetto al passato. Anche le canzoni sono di buona fattura, seppur una certa ridondanza abbassi il valore di alcune di esse. Poco male, comunque, perché la lunga Nomen Omen, la cupa title-track e la cover dei Bedemon Child of Darkness sono pezzi molto bene riusciti, e giusto le brevi Cemetery e Radix Malorum convincono meno. In conclusione, Strange Rites of Evil è un lavoro non perfetto ma ottimo, che sicuramente gli amanti delle sonorità più tenebrose del doom metal ameranno!

La recensione completa:
Tra i generi del metal, il doom è uno di quelli che a noi italiani riesce meglio. Il nostro paese non solo ha prodotto tanti gruppi validi nel corso della sua storia, ma parte di essi ha anche una spiccata originalità rispetto al resto del mondo, fatta di tastiere, fascino per l’occulto e a volte anche influenze progressive. Tra gli esponenti di questo “doom all’italiana” usciti di recente, i genovesi Abysmal Grief sono tra i più famosi: nati nel lontano 1996, nei dieci anni successivi non sono riusciti ad andare oltre una manciata di demo. A partire dall’esordio omonimo, uscito nel 2007, il gruppo ha tuttavia cominciato a farsi conoscere all’interno del panorama doom underground italico. Misfortune (2009) e Feretri (2013) hanno confermato le loro ottime capacità, consacrandoli come un nome di culto; è invece di pochi mesi fa il loro quarto full-lenght, Strange Rites of Evil. Il genere affrontato dai liguri in esso è sempre lo stesso a cui hanno abituato i fan: ispirato a Death SS e Paul Chain, è un doom metal basilare e con un florilegio di synth, che punta molto verso atmosfere orrorifiche. Rispetto al passato, c’è giusto un po’ di impatto in più, con tracce leggermente più dirette e meno espanse (il sound generale, a proposito, è incisivo al punto giusto): è però una variazione di poco conto, l’intento “horror” degli Abysmal Grief non si è spostato di una virgola. C’è anche da dire, però,  che Strange Rites of Evil ha anche un problema: molte canzoni hanno una struttura simile, e questo le rende in certi casi un po’ prevedibili. Questa omogeneità non è un gran difetto, e incide poco sul risultato finale; forse però gli impedisce di raggiungere il livello di capolavoro, condannandolo invece a essere “solo” un buonissimo disco, come vedremo nel corso della recensione.

Un’introduzione tranquilla con della serena musica da chiesa si spezza quando la opener Nomen Omen entra in scena. Sono visibili già da subito gli elementi stilistici degli Abysmal Grief: l’organo precedente è ancora in bella vista, ma serve a dare un tono più cupo al resto, unendosi al riffage basso e ossessivo di Regen Graves. Il tutto è reso più orrorifico dal comparto vocale, in cui la voce teatrale di Labes C. Necrothytus, che passa da toni cavernosi ma puliti a momenti in scream, divide spesso la scena con profondi e cupi cori. La traccia prosegue in maniera piuttosto lineare, con una norma dinamica e diretta che non varia molto, se non nei toni del frontman; c’è però spazio anche per un po’ di evoluzione. Spiccano in tal senso gli stacchi più lenti posti qua e là, impenetrabili e sulfurei, che accentuano ancor di più il mood del pezzo. Ottime anche le variazioni di Necrothytus alla tastiera, che a tratti cambia sonorità, per rendere la musica più piena e ricercata. La song avanza in questo modo abbastanza a lungo, prima di svoltare su una falsariga più rarefatta sulla tre quarti: da lì parte una lunga coda mastodontica e nera come la notte, lenta e pesante come un corteo funebre, anche se verso la chiusura si tornerà ad accelerare. È un finale davvero malvagio per un episodio in che nonostante la semplicità non annoia affatto nei suoi dieci minuti e risulta subito tra i migliori del disco. La successiva Strange Rites of Evil è se possibile un brano anche più sinistro della precedente, con le dissonanze dell’organo in primo piano, supportate dagli altri strumenti e dai vaghi cori, presenti in tutta la traccia. Dopo quest’avvio, la traccia si velocizza leggermente, pur mantenendo l’atmosfera blasfema precedente: si mostrano infatti lunghe strofe di tempo-medio basso, alienanti e rese cadenzate dal quadrato drummer Lord of Fog, su cui domina il riffage di Graves. È questa la colonna vertebrale del pezzo, che si interrompe solo per i ritornelli: più lenti, sono resi orrorifici dal ritorno dell’organo e dallo scream spaventoso di Necrothytus, che dà loro una marcia in più. Ottimo anche lo spazio dedicato alla chitarra solista, rapida ma non in contrasto col resto del pezzo: abbiamo perciò una traccia che con la precedente forma un uno-due assolutamente da K.O.

Se fin qui Strange Rites of Evil è stato eccezionale, con Cemetery il livello si abbassa un po’. Dopo un intro sintetico ed etereo, si avvia infatti un brano che ricalca esattamente lo schema del precedente, con giusto qualche variazione. Le strofe sono spoglie e dritte, e a dirla tutta col loro dinamismo non incidono molto dal punto di vista atmosferico. Anche i chorus si possono accomunare a quelli di Strange Rites of Evil, lenti e darkeggianti come sono; in questo caso però la ridondanza non da fastidio, visto che le buone trame della tastiera rendono il tutto avvolgente al punto giusto. Arricchisce il tutto anche un’altra ottima prestazione di Graves: nel complesso abbiamo un pezzo godibile e oscuro al punto giusto, anche se confrontato con gli altri scompare, e risulta per questo il punto più basso della tracklist. A questo punto, gli Abysmal Grief piazzano Child of Darkness, cover dei Bedemon, gruppo americano anni settanta che vedeva tra le sue fila niente meno che Bobby Liebling. Il lavoro fatto dai genovesi per adattare la canzone al proprio genere è stato notevole: rispetto alla versione originale, a metà tra hard sabbathiano e proto-doom, abbiamo qui un pezzo ben più ombroso e sinistro. Ciò è reso alla grande grazie anche al riffage, scandito dalla tastiera, che la fa da padrone al posto dell’originale chitarra. Anche il lavoro della sei corde e della sezione ritmica è però importante nel dare dinamismo a tutto: il risultato infatti è anche terremotante, oltre che oscuro. Abbiamo nel complesso una rilettura così ben riuscita da non sembrare nemmeno scritta da un’altra band, e che risulta addirittura la migliore del lotto insieme alla coppia iniziale!

Radix Malorum è una traccia più lenta e in cui spicca il giro di organo di Necrothytus, circolare e piacevole, anche se dà quasi un’idea di incompiuto, di poter far di più per quel che è; oltre a questo, tende un po’ a venire a noia, visto che viene ripetuto fino all’eccesso. Per il resto però il pezzo svolge bene il suo compito, grazie alla buona tensione della falsariga principale. Va anche meglio coi ritornelli, ancora una volta rallentati ma stavolta ispirati, con il vocalist autore della solita prestazione teatrale e le tastiere ben più efficaci che in passato, con le loro melodie molto “gothiche”. Buona anche la presenza di un numero di variazioni superiori alla norma di Strange Rites of Evil: abbiamo perciò un pezzo di qualità, non al livello dei migliori ma che qualcosa da dire ce l’ha. In coda al disco, gli Abysmal Grief piazzano quindi Dressed in Black Cloaks, la tradizionale traccia lunga finale. Si comincia da un imponente intro di rumori ambientali, che pian piano cresce e si trasforma in musica. Abbiamo allora un’altra lunga frazione in cui la tastiera di Necrothytus, per l’occasione dal suono di clavicembalo, la chitarra pulita di Graves e il basso placido di Lord Alastair creano un mood morbido ma oscuro, aiutato dall’arrivo in scena anche dei soliti cori e poi dalla batteria. Siamo ancora all’introduzione, che termina definitivamente solo dopo oltre tre minuti, quando il metal torna, peraltro con gran forza. I toni sono infatti plumbei e stavolta coinvolgono moltissimo; di fatto, l’unico difetto di questa frazione è che duri troppo poco! Presto infatti la musica si spegne, e dopo un interludio obliquo, bizzarro, fatto di accelerazioni e di ripartenze, la traccia si assesta su una norma lenta e doomy, quasi evocativa nel suo incedere, se non fosse per le onnipresenti tastiere che la ammantano di nero. È questa la parte forse che avanza più a lungo nel pezzo, accompagnata dal cantato baritonale di Necrothytus e a un certo punto anche dal solito assolo tenebroso di Graves. Sembra che la canzone debba finire su queste coordinate, quando invece i genovesi stupiscono ancora: quasi come a sfogare la tensione accumulata nella canzone, parte una fuga, espansa e non troppo aggressiva ma anche piuttosto pestata. È un momento insieme movimentato e disteso, psichedelico, in cui voce, chitarra e tastiera si confondono e si accavallano: nel complesso è un finale atipico ma non disprezzabile, per un pezzo quasi al livello dei migliori dell’album che chiude!

Al netto di un paio di canzoni meno riuscite e dei suoi difetti, Strange Rites of Evil è un gran album, con molti punti di forza e una manciata di canzoni memorabili, che sicuramente i fan dell’horror metal e del doom all’italiana adoreranno. Se perciò siete tra questi, ma anche se semplicemente cercate un disco oscuro al punto giusto, gli Abysmal Grief ancora una volta hanno creato un’opera adatta a voi: recuperatela, se non ne avete paura!

Voto: 83/100


Mattia
Tracklist:
  1. Nomen Omen – 10:12
  2. Strange Rites of Evil – 07:12
  3. Cemetery – 05:12
  4. Child of Darkness – 05:12
  5. Radix Malorum – 06:12
  6. Dressed in Black Cloaks – 13:12
Durata totale: 13:12
Lineup:
  • Labes C. Necrothytus – voce e tastiere
  • Regen Graves – chitarra
  • Lord Alastair – basso
  • Lord of Fog – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: horror metal

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