Selvans – Lupercalia (2015)

Per chi ha fretta:
Nati dalle ceneri dei Draugr nel 2014, nella loro breve vita i Selvans hanno dovuto affrontare vari ostacoli, che li hanno ridotti a essere un duo. Poco male, in ogni caso: nonostante i problemi, il loro esordio Lupercalia (2015) è un album estremamente brillante. Merito sicuramente del genere, che unisce un black metal piuttosto rabbioso e un folk metal d’atmosfera in un contrasto molto ben gestito. Il particolare più riuscito è però l’impostazione delle atmosfere, che grazie a un songwriting sapiente sono molto variegate, lungo le lunghe cinque tracce del disco. La grandezza dell’album è ben testimoniata da pezzi come O Clitumne!, Hirpi Sorani e  Scurtchin, mentre solo la conclusiva e lunghissima N.A.F.H. sembra meno eccezionale, pur essendo un ottimo pezzo. Per questo, nonostante sia un album impenetrabile e lungo, che necessita tanti ascolti, Lupercalia è comunque un capolavoro, tra i migliori album usciti in Italia nel 2015.

La recensione completa:
Nel 2013, lo scioglimento dei Draugr provocò un piccolo caso a livello nazionale. Nonostante i due soli full-lenght pubblicati, gli abruzzesi erano molto amati, all’interno dello scenario black e folk metal nostrano, di cui indubbiamente erano tra i gruppi di punta. Se il rimpianto dei fan per questo scioglimento è stato tanto, c’è però chi può consolarli: parliamo dei Selvans. Nati nel 2014 proprio dalle ceneri dei Draugr, erano inizialmente un quartetto, formato da Sethlans Fulguriator e Selvans Haruspex (conosciuti nella band madre rispettivamente come Mors e Ursus Arctos) e completati dal bassista Stolas e dal drummer Jonny (al secolo Jonny Morelli). Non passò però molto tempo che la band fosse scossa nel profondo: la tragica morte in un incidente in moto di Morelli, poco dopo la fine delle registrazioni del promettente EP Clangores Plenilunio, fu infatti un duro colpo per l’ensemble. Un altro elemento destabilizzante fu l’influsso dell’uscita di Stolas a inizio 2015, proprio nel periodo dell’uscita dell’EP. Rimasti un duo, Fulguriator e Haruspex non si lasciarono però abbattere dalla sfortuna: rientrarono anzi in studio molto presto. Il frutto delle loro fatiche si è concretizzato lo scorso ottobre, quando nei negozi è giunto Lupercalia, uscito sotto la storica etichetta nostrana Avantgarde Music. Il sound che gli abruzzesi affrontano con esso è un black metal potente e feroce che si unisce, in un contrasto che funziona alla perfezione, con un folk metal sinfonico e atmosferico. È un sound che sa essere insieme pomposo e feroce, dilatato ed evocativo. Questo genere si ritrova lungo cinque lunghe tracce (più intro) densissime e impenetrabili, ben più rispetto al suono originale dei Draugr: ci vogliono infatti centinaia di ascolti per riuscire a entrare nell’atmosfera del disco. Il merito di ciò è da ricercarsi nella complessità di songwriting: le tracce sono infatti piene di cambi di registro, che vanno dalla ferocia alla dolcezza, dalla potenza all’introspezione. Il tutto è inoltre ammantato di un’epicitàspesso nascosta, ma che a tratti esce in tutta la forza; ciò si sposa molto bene coi testi criptici e pagani del gruppo, che guardano come la band madre all’antichità e ai suoi misteri. Questa cura per le sensazioni evocate dalla musica, oltre che per la scrittura dei riff e dei fraseggi è il vero punto di forza di Lupercalia: lo rende infatti un album grandioso, come vedremo nel corso della recensione.

Si parte da Matavitatau, un preludio inizialmente calmo, fatto di effetti ambientali e accenni di musica folk, con percussioni, flauti e sistri. All’improvviso però il metal esplode cupo e comincia a correre, accompagnato dalle orchestrazioni e dagli strumenti tradizionali che ne rafforzano l’atmosfera. È una lunga corsa che si fa sempre più vorticosa, finché questa lunga introduzione non lascia il posto alla opener vera e propria, Versipellis. Sin dall’urlo di Selvans Haruspex che la apre, si sente che qualcosa è cambiato: parte infatti una fuga rapida, in blast-beat, ma la musica al di sopra è intensa, malinconica, con tanta melodia. Solo a tratti, nei momenti cantati, le trame si fanno più sinistre; per il resto però le sensazioni evocate sono ricercate, a volte con gran potenza, a volte più tristi, grazie in special modo alle tastiere sinfoniche di Haruspex, il vero pezzo forte di questa parte. A un certo punto anche le ritmiche si calmano, passata da poco la metà: è il principio di una frazione anche più intensa ed espressiva della precedente. Ciò è reso bene dai fraseggi della chitarra e dallo scream, graffiante anche se non freddo, ma in special modo dalla tastiera e dal flauto, in un quadro variegato e ben congegnato. Ciò vale anche per l’evoluzione successiva, con la musica che accelera di nuovo e si fa più frenetica: la componente emotiva e atmosferica comunque rimane in scena fino quasi alla lunga coda conclusiva. Quest’ultima è invece preoccupata e cupa, caratteristiche che si accentuano sempre di più, fino al tesissimo e potente finale, che dopo dieci minuti intensi chiude la traccia. Nel complesso abbiamo un episodio grandioso, anche se il meglio deve ancora arrivare! Subito dopo infatti arriva O Clitumne!, traccia che si avvia con un lungo intro, tranquillo e in cui è la componente sinfonica a fare la parte del leone, mentre gli strumenti metal sono una base indistinta. È un intro di puro folk metal atmosferico, che lascia spazio solo in seguito alla canzone vera e propria. Essa nella sua prima parte è piuttosto lineare: si alternano strofe molto morbide e striscianti, retti dalla chitarra pulita di Sethlans Fulguriatore dalle tastiere, con lo scream come unico elemento estremo, e passaggi più pestati e black-oriented, ma molto intensi, sia col riffage melodico che con le incursioni degli strumenti tradizionali (splendide quelle del flauto). Verso il centro i giochi si fanno anche più espansi e atmosferici: il metal infatti a un tratto si quieta, lasciando spazio a una sezione di pura musica folk, sontuosa e densa di strumenti. Questa norma va avanti a lungo ma non troppo, prima che il metal torni a farsi strada, stavolta in maniera più energica e malvagia. Il finale, ancora pieno di orchestrazioni, è però selvaggio e presenta una forte tensione epica. Nonostante la diversità con la prima metà della traccia, è un passaggio fantastico, che non stona in un episodio splendido dal primo all’ultimo istante, sicuramente uno dei migliori di Lupercalia.

Anche Hirpi Sorani presenta un lungo preludio, stavolta a tinte molto soft, essendo dominato dagli strumenti tradizionali in solitaria. Eppure, l’aura creata stavolta è piuttosto cupa, tenebrosa, sensazione che esplode anche con più forza quando la musica entra nel vivo. Parte da qui un pezzo dalla velocità media non troppo alta ma incalzante; è uno scenario tetro e battagliero al tempo stesso, in cui si aprono stacchi furiosi e malvagi, puro black metal classico con giusto una venatura orchestrale, d’aiuto però per la sensazione principale. È verso una cupezza più intensa e meno epica che la traccia tende a evolversi fino a quasi il centro, anche se poi d’improvviso il pezzo svolta su qualcosa di caldo e avvolgente. Abbiamo una lunghissima parte centrale che sul blast-beat martellante del drummer ospite Nethuns presenta però una gran quantità di melodia, espressa sia dalle bellissime chitarre che dalla ricercata componente sinfonica. Al termine, tutto si apre, e la traccia sembra finita: quello che sembra un outro, però, espanso ma anche con una certa tensione di fondo, non è che un raccordo per la vera frazione conclusiva. Dopo essersi fatta attendere a lungo, quest’ultima torna a colpire con frenesia, ma con una aggressività molto relativa: le melodie disegnate alle spalle della rocciosa base black sono infatti potenti e immaginifiche, quasi sognanti a tratti, e arricchiscono incredibilmente questa parte, che va avanti a lungo senza annoiare un attimo. È questo infatti il punto più alto di un altro pezzo a dir poco meraviglioso! Giunge così il turno di Scurtchin, brano che dopo l’intro folk di rito, stavolta molto breve, parte su un ritmo saltellante e molto tradizionale, accompagnato dai synth e dalla fisarmonica, anche se il riffage tempestoso e l’atmosfera cupa e densa sono quelle tipiche del black più classico. Completa il quadro la voce di Haruspex, che a tratti duetta anche con dei cori e dà al tutto un tocco di epicità in più. Già ci sono le basi per un capolavoro, ma mentre progredisce il pezzo si fa anche più intenso ed evocativo, mantenendo sempre forte il suo dualismo tra elementi folk ed estremi. Ogni tanto una delle due componenti prende il sopravvento: per esempio al centro c’è spazio, dopo un breve momento in cui Nethuns si mette in mostra, per un tagliente passaggio di malvagissimo black metal, puro al cento percento. Di norma però l’unione tra le due anime dei Selvans è viva, e qui èunita anche meglio che in passato: merito di un songwriting vario ma mai casuale, che come in altre situazioni riesce a evidenziare ogni passaggio. In ogni caso, nell’evoluzione il pezzo si fa sempre più disperato e vorticoso, fino a un acme sula tre quarti, dissonante e drammatico. Questo tratto va avanti a lungo, prima di riprendere di impatto: nel finale infatti la ferocia iniziale si ripresenta brevemente, prima che un calmo outro chiuda un altro capolavoro di canzone, la migliore di Lupercalia insieme alle due che l’hanno preceduta!

In contrapposizione alla frenesia della precedente, N.A.F.H., ultima lunghissima canzone del disco (siamo sui diciassette minuti!) contrappone una forte calma. Questa è avvertibile sin dal canonico intro folk iniziale, cadenzato grazie alle percussione etniche, per poi permanere anche quando il pezzo entra nel vivo. Abbiamo infatti una progressione lenta ed epica, pagan metal al massimo delle sue possibilità, che a tratti si apre, lasciando spazio alle sonorità espanse già sentite nell’intro. C’è però spazio anche per momenti feroci e retti dal blast beat, seppur siano più orientati al black metal atmosferico che in passato, a volte anche al limite della confusione: il loro scopo è infatti aiutare l’aura di colma disperazione, di sconfitta, di cui ogni dettaglio qui è ammantato. In effetti l’atmosfera generale del brano è decadente e avvilita, sia nei tratti più pestati e black-oriented che quelli più riflessivi. Da questo punto di vista la differenza la fa Selvans Haruspex, che con la sua voce, a tratti in scream, in altri momenti pulita, dà una marcia in più di espressività al tutto; contribuiscono però anche le sue tastiere, meno ricercate e più eteree che in passato. L’evoluzione porta inoltre la musica a farsi sempre più drammatica e lancinante, angosciosa (ovviamente in senso buono), creando un’inquietudine fortissima, oltre che un affresco sonoro appassionante. E così, la tensione cresce fino a oltre metà canzone, quando il comparto ritmico improvvisamente smette di correre, seguito dagli altri elementi. È come la calma dopo la tempesta: abbiamo infatti una frazione liberatoria, in cui tutta la tensione accumulata in precedenza si scioglie. Ciò dura poco, poi il brano si acquieta, in un apertura soffusa, ma i giochi non sono ancora finiti: presto infatti le chitarre e la sezione ritmica tornano in scena. Parte da qui una lunghissima coda con un riffage ossessivo e lento, disperata quasi a livelli depressive black (non a caso in sottofondo ci sono i vocalizzi strazianti di Kijel, già al servizio di band del genere come Eyelessight e L.A.C.K.). Su di essa, domina il parlato doloroso di Haruspex, che rende il tutto anche più penetrante. Dall’altra parte, questa coda è forse un po’ troppo ridondante, specie nella parte finale, con le sole chitarre di Fulguriator in scena che sfumano, mentre gli effetti atmosferici che l’accompagnano prendono il sopravvento; più in generale, N.A.F.H. presenta qualche momento morto nella sua lunghissima durata. Poco male, comunque: abbiamo una traccia sì inferiore alle altre ma comunque ottima, un sigillo più che degno per un disco del genere!

Come ho già detto nell’introduzione, Lupercalia è un album non facile, che ha bisogno di tantissimi ascolti per essere assorbito. Quando ci si riesce, tuttavia, ci si ritrova tra le mani un bellissimo capolavoro, tra i migliori usciti in Italia lo scorso anno. In barba alle loro sfortune, insomma, i Selvans hanno fatto il botto. Il consiglio è quindi di recuperare il lavoro a tutti i costi e di stamparvi bene il mente il loro nome in testa: questi due ragazzi hanno davvero poco da invidiare a tanti nomi blasonati della scena black/folk metal internazionale, e con un po’ di fortuna potranno arrivare molto lontano!

Voto: 94/100

Mattia

Tracklist:

  1. Matavitatau – 03:04
  2. Versipellis – 10:04
  3. O Clitumne! – 08:42
  4. Hirpi Sorani – 12:31
  5. Scurtchin – 10:13
  6. N.A.F.H. – 17:03
Durata totale: 01:01:37

Lineup:
  • Selvans Haruspex – voce, tastiere, flauti, tibiae, sonagli, programming
  • Sethlans Fulguriators – chitarra e basso
  • Nethuns – batteria (guest)
Genere: symphonic/black/folk metal
Sottogenere: atmospheric folk/pagan metal 
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Selvans

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