Scala Mercalli – New Rebirth (2015)

Per chi ha fretta:
New Rebirth (2015), terzo album della carriera dei fermani Scala Mercalli, è un album con delle caratteristiche degne di nota. Per esempio, ha una discreta personalità: pur non inventando nulla, il loro heavy/power ha qualche spunto originale, come la voce acida di Christian Bartolacci. Affascinante è anche la loro decisione di legare tutte le canzoni in una sorta di concept, riguardante il Risorgimento italiano. C’è però anche qualche difetto: per esempio l’album risulta un po’ omogeneo, e la produzione si rivela un po’ moscia. Anche il songwriting in certi frangenti stenta, ma l’album ha comunque i suoi grandi momenti: lo dimostrano ottimi pezzi come Nightmare Falls, All the Children Are Disappeared e Still United. Nel complesso, quindi, New Rebirth non è un capolavoro ma un album onesto, che si pone al di sopra della media classic metal odierna.

La recensione completa:
Seppur le Marche siano una regione che dà il meglio di sé col metal estremo e soprattutto con la scena psych&doom, non mancano act più classici degni di nota. Tra questi, i fermani Scala Mercalli sono uno dei più navigati: sono nati infatti addirittura nel 1992. Seppur come tanti altri non abbiano avuto granché fortuna per anni dopo la formazione, nell’ultimo decennio hanno lavorato molto per crescere in popolarità. Ciò si è tradotto in una buona attività live e in tre-full lenght, di cui l’ultimo, New Rebirth, uscito da pochi mesi sotto l’etichetta spagnola Art Gates Records. Lo stile affrontato in esso dal gruppo è un heavy metal dall’appeal tradizionale, ma con qualche influsso power in più rispetto al passato (sound comunque già padroneggiato dai miei corregionali), specie delle melodie. A dispetto di qualche elemento più moderno, è in ogni caso un suono che guarda molto al passato, con suggestioni che vanno dagli Iron Maiden ai Gamma Ray, passando per tanti altri nomi storici dei due generi; nonostante questo, il gruppo non si limita a essere una copia derivativa. Nel loro sound ci sono infatti degli elementi di personalità: il più evidente è la voce di Christian Bartolacci, acuta e melodica ma al tempo stesso acida e spigolosa, un timbro molto più particolare rispetto al classico screamer potente. La prestazione del frontman è in effetti uno dei punti di forza di New Rebirth, insieme a un songwriting discreto e a un comparto lirico affascinante: tutte le canzoni sono legate da un semi-concept legato al periodo risorgimentale. Dall’altro lato però l’album soffre anche di alcuni problemi. Per esempio c’è una certa omogeneità di fondo, col comparto melodico che non cambia molto da canzone a canzone. È un difetto non castrante, visto anche il lodevole impegno della band nel variare strutture e ritmi e rendere il tutto meno monocorde, ma lo stesso dagli effetti apprezzabili. Anche il suono di New Rebirth è criticabile: seppur pulito e professionale non è ottimale, gli manca una certa profondità che lo rende in qualche modo moscio, poco efficace. Aggiungendo anche la presenza di qualche pezzo meno bello e originale, il risultato è un album non grandioso, anche se come vedremo è in ogni caso piacevole e degno di essere ascoltato.

Si parte da The Long March, classico intro dalle sonorità particolari. In questo caso specifico, a costituirlo sono gli intrecci tra echi di chitarre e una tastiera vagamente sinfonica, che verso la fine prende il sopravvento sopra al ritmo di batteria di Sergio Ciccoli. È un intro lungo ma molto carino, che crea la giusta atmosfera di mistero prima che September-18-1860 entri in scena, più diretta ed energica. Dopo una breve introduzione sempre di Ciccoli, abbiamo infatti un pezzo retto dal doppio pedale, su cui si posa il riffage rapido e power-oriented del duo Luca Vignoni/Clemente Cattalani. Questa norma, potente ma anche d’attesa, regge buona parte della traccia, interrompendosi solo per i bridge e poi per i ritornelli: entrambi sono più lenti e riflessivi, specialmente i secondi. Forse è proprio questo il motivo che questi ultimi risultino il punto debole del pezzo: un po’ lunghi e ripetitivi, sono privi di mordente e non riescono a incidere né dal punto di vista dell’atmosfera né da quello dell’energia. Nell’altra direzione va invece la parte centrale, che tra un buon assolo di Vignoni, una piccola frazione di tono progressive e una bella parte corale fa il suo: è anche per questo che abbiamo un pezzo discreto, anche se non tra i più riusciti del disco. Va molto meglio con Nightmare Falls, episodio ossessivo e oscuro lungo tutte le strofe, taglienti e dal sound moderno. I refrain sono invece molto più liberatori, grazie alla melodia vocale nostalgica di Bartolacci e al lavoro delle chitarre, che li rendono il momento del pezzo che si stampa meglio in mente. C’è spazio anche per qualche altro dettaglio, come dei bridge melodici che raccordano le due parti e una buona sezione strumentale al centro, ma per il resto la struttura è lineare al massimo. Non che sia un problema: abbiamo un pezzo ben riuscito in ogni dettaglio, che risulta per questo addirittura il migliore di New Rebirth! È quindi la volta di All the Children Are Disappeared, che dopo un intro pulito e tranquillo si avvia con una falsariga che alterna tratti più veloci e disimpegnati a momenti rallentati e cupi, il tutto all’insegna di sonorità di nuovo a metà tra modernità e sound maideniano. In ogni caso, se le strofe con la loro varietà riescono nel loro intento, è di nuovo coi ritornelli che arriva il meglio: zuccherosi e melodici, nonostante perdano un po’ in potenza riescono lo stesso a essere molto efficaci. Buona anche la struttura, che stavolta gli Scala Mercalli hanno impostato con un po’ più di varietà rispetto alla tradizione Tutto ciò, supportato da un songwriting di livello, ci consegna un episodiodello stesso ottimo livello del precedente.

Traccia di cui è stato girato il videoclip di lancio dell’album, Time for Revolution è un roccioso mid-tempo che esordisce con pesantezza, per poi incanalarsi in una struttura delle più classiche. Si alternano così strofe cupe e lente, molto avvolgenti, e ritornelli meno opprimenti, che catturano discretamente. Certo, l’impressione è che potevano essere affrontati con un po’ più di energia, ma alla fine il pezzo non ne risente troppo. Anche l’assolo centrale è dei più canonici: abbiamo così un pezzo molto semplice, non tra i migliori del disco ma godibile al punto giusto. Con Eternity ci si sposta invece sul lato power del gruppo, come si può vedere fin dal lead iniziale, melodico ai massimi termini. La song si sposta poi su coordinate più granitiche e speed, ma senza abbandonare le sue suggestioni. Esse proseguono sia nelle strofe, nervose e oscure, sia nei movimentati bridge, sia nei ritornelli, che si aprono e possiedono trame, specie a livello vocale, delicata e catchy, che coinvolgono stavolta a meraviglia. Di nuovo inoltre gli Scala Mercalli prediligono la facilità: la struttura è infatti quella della classica forma-canzone, con l’altrettanto ortodosso momento solistico, peraltro sfaccettato e molto ben fatto, con duelli tra le due asce e molte variazioni. Il risultato finale è un pezzo elementare ma ottimo, poco lontano dai migliori di New Rebirth. Un altro inizio marziale introduce Hero of Two Worlds (Giuseppe Garibaldi) un pezzo inizialmente piuttosto soffice. Nelle strofe le ritmiche si dividono tra una teoria distorta ed echi acustici, che gli danno maggior delicatezza. Da qui però parte un crescendo travolgente, che attraversa i rocciosi bridge e porta direttamente ai chorus. Questi sono meno graffianti di ciò che li precede ma in compenso sono estremamente liberatori, con una melodia sognante e tesa che sa dove colpire. A parte alcuni arricchimenti pregevoli di chitarra, che spuntano qua e là, più o meno tutto qui: il risultato è un pezzo molto lineare ma di buonissima fattura. È ora il turno di Face My Enemy, traccia più ariosa e spostata sul versante heavy del gruppo, come ben dimostra la progressione speed iniziale, lineare e disimpegnata. Man mano che avanza però il pezzo si fa più carico dal punto di vista del feeling: i refrain hanno infatti uno strano pathos, maschio e teso ma anche intenso. Esso si esprime al meglio nella parte centrale, al tempo stesso vagamente oscura e delicata, con le chitarre pulite a fianco di quelle distorte, che alla fine prendono il sopravvento e ci regalano un altro bell’assolo. È quest’atmosfera il bello di un brano godibile, anche se non tra i migliori del disco.

The Undead è più tagliente e aggressiva che in passato, con influenze thrash moderno ben in vista nel riffage. Un’altra nota “contemporanea” viene dalle strofe, in cui questa impostazione ritmica è spezzettata, e si alterna a momenti più cupi, in cui la linea melodica sotto alla voce di Bartolacci è impostata dalla sola bassista Giusy Bettei. Al contrario, i chorus sono più classici, con la loro base power su cui il frontman urla parecchio, ma senza graffiare, cercando invece un’espressività che peraltro coglie discretamente. Chiude il cerchio il solito assolo: nel complesso abbiamo un episodio che forse si perde un po’ rispetto agli altri, ma almeno piacevole. Dopo un breve intro gestito sempre dalla Bettei, si avvia Spit on My Face, un’altra traccia piuttosto aggressiva, con lunghe strofe rette dalla doppia cassa martellante di Ciccoli, su cui si posa un riffage graffiante e vorticoso, oscuro. La cupezza si fa anche più intensa nei bridge, quasi estremi se non fosse per la voce pulita di Bartolacci. È grande il contrasto che essi creano con i ritornelli, che bruscamente virano sul metal classico e si fanno liberatori, con ritmiche speranzose e cori sognanti, anche se un po’ malinconici. In tutto ciò, forse la cosa che funziona meno è l’assolo centrale, un po’ troppo macinante per i miei gusti; è però giusto un particolare per un brano che nonostante un lieve effetto “già sentito” lascia un’ottima impressione dietro di sé. C’è ora spazio per la ballad di rito, con la tipica alternanza tra strofe melodiche, rette in questo caso da arpeggi di chitarra lontani e rarefatti, e chorus melodici ma più elettrici, con melodie accoglienti al punto giusto. Nonostante i cliché, però, Last Leaf è un pezzo ben scritto: l’atmosfera, al tempo stessa serena e velatamente malinconica riesce infatti ad avvolgere, e anche il comparto melodico non è niente male. Forse il suo difetto è di dilungarsi un po’ troppo e di essere un tantino lento, ma stavolta è un dettaglio da poco: abbiamo una ballad non memorabile ma di qualità elevata. Il metal torna quindi con la conclusiva Still United, che dopo un intro si avvia con una norma potente e strisciante, di gran impatto sia per riffage che per la prestazione variegata di Bartolacci. Come da norma Scala Mercalli, inoltre, questa falsariga si spezza all’arrivo dei ritornelli: molto più melodici e tranquilli, presentano però cori e fraseggi ben piazzati, risultando anthemici al punto giusto. Il pezzo procede su queste coordinate in maniera quasi sorniona, eppure riesce a coinvolgere molto bene in ogni suo passaggio. Esemplare è a tal proposito la parte centrale, piena di ottimi assoli e di cambi di tono, a volte più aggressivi, a volte molto morbidi, ma sempre ben impostati. Abbiamo quindi una traccia finale ottima, che insieme a Nightmare Falls e All the Children Are Disappeared costituisce il meglio che la tracklist abbia da offrire. Il vero e proprio finale dell’album è però The Flag, brevissimo outro che cita l’Inno di Mameli e avvolge l’ascoltatore nella malinconia. Sono trenta secondi non indispensabili ma che non stonano.

New Rebirth è insomma un album con alcuni difetti e qualche caduta di livello, ma che ha il pregio di risultare genuino e personale, ben più di tanti album heavy metal di oggi, soltanto banali. È per questo che nonostante le sue imperfezioni gli Scala Mercalli vi sono consigliati, se siete amanti del metal classico: forse il loro non sarà l’album dell’anno, ma è comunque di una spanna al di sopra della media attuale!

Voto: 74/100

Mattia

Tracklist:
  1. The Long March – 02:26
  2. September-18-1860 – 04:20
  3. Nightmare Falls – 04:44
  4. All the Children Are Disappeared – 04:34
  5. Time for Revolution – 04:34
  6. Eternity – 04:45
  7. Hero of Two Worlds (Giuseppe Garibaldi) – 04:46
  8. Face My Enemy – 04:25
  9. The Unded – 04:11
  10. Spit on My Face – 03:59
  11. Last Leaf – 06:32
  12. Still United – 05:13
  13. The Flag – 00:31
Durata totale: 55:00

Lineup:
  • Christian Bartolacci – voce
  • Luca Vignoni – chitarra solista
  • Clemente Cattalani – chitarra ritmica
  • Giusy Bettei – basso
  • Sergio Ciccoli – batteria
Genere: heavy/power metal

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