Novembre – The Blue (2007)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThe Blue (2007) è l’ultimo album dei Novembre fino all’uscita, tra qualche settimana, di URSA,
GENEREIl classico gothic/progressive metal dagli influssi estremi che la band romana affronta da sempre. Ha un pelo di aggressività in più rispetto ai momenti più espansi del gruppo, ma senza sacrificare l’atmosfera, sempre al centro.
PUNTI DI FORZAIl solito lavoro del gruppo in fatto di espressività, specie in atmosfere avvolgenti, dense, calde, intimiste, piene di sfumature. Un buon livello di ispirazione, diversi brani degni di nota.
PUNTI DEBOLIUn po’ di prolissità, dovuta a una lunghezza eccessiva, che poteva essere ridotta tagliando i pezzi meno belli.  
CANZONI MIGLIORIAnaemia (ascolta), Triesteitaliana (ascolta), Bluecracy (ascolta), Argentic (ascolta)
CONCLUSIONIA prescindere dai suoi difetti, The Blue è un album consigliato per chi apprezza i Novembre. Non sarà il loro lavoro migliore, ma rimane un prodotto ottimo e degno di essere posseduto.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
88
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Qualche mese fa, ha suscitato un discreto scalpore l’annuncio che i Novembre, una della band italiane più celebrate (specialmente all’estero) sarebbero tornate con un album, intitolato URSA. Normale, visto che il gruppo siculo-romano era assente dalle scene da quasi un decennio: è un rammarico tanto più grande considerando la grandezza delle loro uscite. Non fa eccezione da questa norma The Blue, risalente al 2007 e per molto il loro ultimo segno di vita. Forse non all’altezza dei punti più alti della loro carriera, è però un ottimo album: nonostante l’anno (e poco più) che lo separa dalla pubblicazione precedente Materia, un po’ poco per gli standard odierni di produzione, si rivela dopo tantissimi ascolti un lavoro ispirato e che sa il fatto suo. Merito del grande lavoro del gruppo con l’espressività: come sempre i Novembre creano un affresco che prima di colpire con potenza avvolge nella sua atmosfera, densa ma anche calda, intimista e soggetta spesso a dei cambiamenti. Anche il genere è sempre lo stesso, un progressive metal estremo incrociato con fortissimi influssi gothic e qualche sparuta puntata verso il death. C’è forse un po’ di aggressività in più rispetto ai dischi più d’atmosfera del gruppo, ma è giusto un dettaglio che non cancella il forte trademark del gruppo. C’è da dire, tuttavia, che The Blue non è perfetto: con la sua ora abbondante è forse un po’ troppo lungo e prolisso. Inoltre, qualche impostazione tende a ripetersi di tanto in tanto; non è però un difetto troppo importante, visto che il disco ha anche momenti eccezionali. In effetti, come accennato, questo è un lavoro ispirato, che riesce a sfiorare il capolavoro, come vedremo lungo la recensione.

Un brevissimo intro con una chitarra acustica, poi si avvia Anaemia, un pezzo medio-lento e dal riffage vorticoso ma delicato, dolce, pieno di melodie a volte dissonanti. L’unico elemento estremo in effetti è la voce di Carmelo Orlando, che comunque passa al pulito per lunghi tratti, emozionanti e molto gothic-oriented. Anche se la traccia si evolve molto lungo la sua durata, la melodia di base è all’incirca la stessa: poco male, visto che si rivela il punto di forza assoluto del pezzo, avvolgente e intensa com’è. Abbiamo così un brano breve ma molto valido, appena sotto ai migliori del disco che apre. La seguente Triesteitaliana tuttavia è ancor più intensa e drammatica: lo è sin dai giri gotici iniziali, che variando sullo stesso tema si ripresentano in buona parte della canzone, in forma spesso appesantita. Il pezzo è parecchio graffiante, anche nei momenti in cui l’Orlando cantante usa la sua voce pulita; al centro però c’è anche spazio per una frazione espansa e quasi psichedelica, piena di chitarre pulite e di trame malinconiche. Questa parte si interrompe bruscamente quando il metal torna, feroce e potente, con un ritmo frenetico e molto estremo. È però giusto un attimo, perché poi la melodia precedente ricompare. Pian piano la progressione si ripete, fino al magico ed espanso finale, che riprende i toni centrali con ancor più delicatezza. È la fine di un grandissimo pezzo, tra quelli che spiccano di più in The Blue. Cobalt of March, che giunge ora, è considerabile un lento, come si può sentire dall’inizio, soffice e retto ancora una volta dalla chitarra acustica, che evoca scenari tristemente romantici. Anche quando la potenza metal entra in scena, però, l’atmosfera non si sposta da una virgola, facendosi anzi più forte. Una marcia in più a tal proposito la dà sia il riffage della coppia Orlando/Massimiliano Pagliuso che la calda e avvolgente voce, entrambi perfetti nel loro ruolo. C’è spazio per qualcosa qualche elemento più estremo solo passata la metà, quando a tratti compaiono fraseggi più maschi e il growl; in principio sono però piccole incursioni, che non spezzano l’aura del pezzo. La musica tuttavia muta potenziandosi: il finale è infatti piuttosto aggressivo dal punto di vista ritmico, seppur la ricercatezza generale non venga mai meno. È questa infatti la chiave di volta, oltre che il punto di forza, di un altro splendido pezzo. Con Bluecracy abbiamo un brano dal riffage puramente gothic metal. Questo regge i ritornelli, che hanno dalla propria una melodia vocale sognante e una struttura semplice, che li rende estremamente catchy. C’è però spazio anche per la componente progressive dei Novembre, che si palesa nelle strofe, divise tra momenti intimisti retti da dissonanze delle chitarre acustiche e tratti più graffianti, in cui l’anima più estrema del gruppo esce in tutta la sua potenza. Come sempre il tutto tende a variare con cognizione di causa: ogni particolare è piazzato apposta per rafforzare la propria componente melodica e il pathos generale, che si fa sempre più potente. Tutto ciò fino a tre-quarti, quando la tempesta si calma. È giusto una pausa di pochi istanti: presto l’energia torna a fare il proprio corso con forza. È un breve sfogo, prima che la traccia termini con una breve coda soffice; nel complesso abbiamo un pezzo perfetto, uno dei migliori del disco.

Architeme è inizialmente meno agitata e più calma della precedente, come si può sentire sin dal placido avvio, col tema musicale che regge buona parte del pezzo. Gran parte dei momenti più metallici sono infatti tranquilli sia dal punto di vista ritmico che perle chitarre, anche se il growl introduce un po’ di angoscia nell’intreccio. Più in generale, il mood tende a cambiare: abbiamo infatti momenti più cupi e altri più aperti, fino ad arrivare a tratti esplosivi e quasi allegri. Questa varietà si spegne verso metà canzone; sembra tutto finito, ma dopo qualche secondo parte invece un brano più potente e cupo, dagli influssi melodeath neanche troppo nascosti. Tra growl e il blast beat di Giuseppe Orlando (fondatore qui all’ultima prova coi Novembre, avendo di recente abbandonato il gruppo), che compare per un lungo tratto, ne risulta una frazione finale a metà tra elementi estremi e melodia. Proprio per questo, essa non risulta buona come il resto del pezzo: è il difetto principale di un brano piacevole, ma non al livello di ciò che l’ha preceduta. La successiva Nascence si avvia molto lentamente, con un intro che sembra sempre sul punto di esplodere, ma non lo fa, il che lo rende un po’ prolisso. Quando però si entra nel vivo, abbiamo un pezzo fascinoso, che si muove con una lentezza seducente e vagamente nostalgica. L’effetto è reso sia dal classico trademark Novembre, coi suoi tanti intrecci tra chitarre pulite e distorte, sia dal duetto dell’Orlando frontman con la cantante Francesca Lacorossi, che con la sua voce non troppo acuta ma calda ed espressiva dà al tutto una marcia in più. Questa falsariga tranquilla domina il pezzo per tre quarti, poi la musica si evolve verso una norma più vorticosa ed energica, seppur la suggestione sia sempre la stessa. Abbiamo infatti un finale cupo e drammatico, incredibilmente coinvolgente, specie nell’ultima lancinante frazione. È anche il momento migliore di una traccia che a parte l’inizio è splendida, quasi al livello delle migliori del disco. È ora il turno di Iridescence: eterea sin dal primo secondo, presenta però chitarre che sanno lievemente di già sentito, incrociate con la tastiere. Purtroppo, stavolta la rilassatezza non aiuta, anzi è un problema: tutte le frazioni più aperte e d’atmosfera sono infatti statiche e poco espressive. Va meglio invece coi passaggi più tesi e dalle copiose influenze death, che riescono a coinvolgere per potenza. Anche i momenti a metà tra i due mondi sanno il fatto loro, pur non incidendo come in passato; la struttura inoltre non riesce a valorizzare nessuna di queste due parti. Più in generale, il pezzo scorre abbastanza rapido senza lasciarsi granché alle spalle: il risultato finale infatti è piacevole ma niente più, certo il punto più basso dell’intero The Blue. Con Sound Odyssey abbiamo quindi un pezzo meno disteso del precedente ma sempre pieno di melodie, a volte anche piuttosto catturanti e semplici. La struttura è però sempre in movimento, anche più che in passato: sono tantissimi i riff e le armonizzazioni che si succedono, alternandosi a gran velocità. La miglior testimonianza di ciò è la prestazione dell’Orlando batterista, variegata ai limiti della schizofrenia per reggere a dovere le trame al di sopra. La traccia prosegue così scomposta fino quasi al finale, quando una falsariga più lineare e tranquilla fa la sua comparsa. È un lento avanzamento molto dolce e avvolgente, sicuramente il meglio che il pezzo abbia da offrire. Anche il resto è però interessante: il risultato complessivo è difatti un episodio buonissimo.

La progressione iniziale di Cantus Christi è molto docile e morbida, seppur una certa cupezza triste domini il panorama. Poi però il pezzo si fa più aggressivo e intenso, pur mantenendo la sua aura, che diviene più lancinante e disperata. Le due anime della canzone si scambiano man mano che il pezzo prosegue,spesso compenetrandosi. Questa evoluzione è molto sorniona, procede senza la minima fretta: la struttura è però impostata a dovere per non annoiare, con aperture e scoppi di potenza al posto giusto, quando magari la tensione comincia a scendere. Dall’altro lato, non tutti i passaggi sono efficaci appieno, ma poco importa: la qualità media è abbastanza elevata. In ogni caso, dopo meno di cinque minuti la musica si calma: parte allora una lunghissima coda, retta tutta dalla chitarra acustica e da lievi tastiere. È una frazione intima e accogliente, che va avanti a lungo per poi legarsi all’inizio di Zenith. Essa parte su coordinate anche più delicate per poi tornare quasi subito con potenza al metal. Parte da qui un’evoluzione oscura e vorticosa, quasi stordente per pesantezza, ma che sa emozionare al meglio. A dominare per gran parte il brano, quasi del tutto strumentale, è infatti un dualismo tra una base molto oscura e una componente armonica fortissima, sempre presente, che dà alla musica ricercatezza e una profondità insolita per un metal così estremo. Questo avanza per quasi metà canzone, prima di lasciar spazio a un lunghissimo stacco soffuso al centro, dai toni a metà tra il folk e l’ambient. Dopo essersi fatto attendere a lungo, il metal riprende, ma è stavolta molto più calmo e solare, nonostante una vena d’infelicità permanga. È su questo sfondo che arrivano gli unici pochi versi della canzone, prima che la traccia torni a spegnersi, stavolta definitivamente. Nel complesso abbiamo un pezzo particolare ma splendido, a un pelo dai pezzi migliori di The Blue. Dopo tante song complesse, Argentic è estremamente lineare. È retta tutta, infatti, da una melodia di base dolce e molto espressiva, che torna di continuo in scena; è però così piacevole da non annoiare, e del resto i Novembre inseriscono un mucchio di variazioni per renderla sempre interessante. Tra le strofe, più dirette, e i ritornelli, più statici ma catchy, ci sono infatti alcune differenze, seppur siano maggiori le similitudini. La traccia si muoverebbe quasi sulla classica forma-canzone, se non fosse che al posto del tradizionale assolo c’è un lento momento sereno, intimista e tranquillo, dominato dalle chitarre acustiche. Si tratta di un ulteriore arricchimento per una traccia semplice ma geniale, la migliore del disco insieme a Triesteitaliana e Bluecracy. Dopo questa lunghissima cavalcata, siamo giunti in vista del traguardo. La conclusiva Deorbit riprende in parte i toni estremi accantonati nelle precedenti canzoni e li accoppia a una struttura di nuovo progressiva, che alterna momenti espansi e davvero morbidi, solenni e quasi freddi, a scoppi improvvisi di energia, con le due parti che spesso si uniscono in un bel connubio. La potenza tende inoltre ad aumentare pian piano lungo la durata del pezzo, che si fa infatti sempre più denso lungo la sua durata, assumendo un incedere quasi epico (!). Abbiamo un’escalation che dura a lungo, prima che i toni perdano un po’ di tensione: la chiusura infatti, pur variando ancora molto, è comunque tutto all’insegna di una certa calma. È un buon finale per una traccia forse non tra le migliori del disco, ma che sa il fatto suo.

Nonostante la flessione che ha al centro e i suoi piccoli difetti generali, The Blue è comunque un lavoro splendido, a un pelo dal capolavoro. Sicuramente è un ascolto consigliatissimo per ingannare le poche settimane che ormai ci separano dall’uscita di URSA. Sperando, ovviamente, che il come-back dei Novembre sia almeno di questo livello!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Anaemia04:34
2Triesteitaliana04:53
3Cobalt of March06:01
4Bluecracy06:06
5Architeme04:51
6Nascence04:33
7Iridescence05:12
8Sound Odissey05:31
9Cantus Christi06:46
10Zenith07:09
11Arcentic05:27
12Deorbit06:24
Durata totale: 01:07:27
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Carmelo Orlandovoce, chitarra e tastiere
Massimiliano Pagliusovoce, chitarra e tastiere
Luca Giovagnolibasso
Giuseppe Orlandobatteria
OSPITI
Emanuele Casalitastiere addizionali
Francesca Lacorossivoce (traccia 6)
ETICHETTA/E:Peaceville Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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