Vastum – Hole Below (2015)

Per chi ha fretta:
Hole Below (2015), terzo album degli statunitensi Vastum, è un lavoro assolutamente degno di nota. Personale e ben scritto, il loro death/doom metal primigenio è al tempo stesso potente e profondamente oscuro, il che lo rende molto coinvolgente. Dalla sua parte c’è anche un songwriting di qualità e un suono adatto al contesto. Le ottime capacità in tutti questi campi del gruppo sono testimoniate da pezzi grandiosi come la diretta Amniosis, la malata Intrusions e la tenebrosa Hole Below (A Dream of Ritual Abuse); più in generale i trentasette minuti dell’album sono tutti di alto livello, se si eccettua in parte la pur buona In Sickness and in Death. È per questo che Hole Below si rivela alla fine un capolavoro, tra le uscite più interessanti del 2015 nel suo ambito!

La recensione completa:
Tra le tanti correnti del metal, il death/doom è stato uno di quelli che ha vissuto la maggior tendenza a evolversi e a mutare. Il gothic metal, il progressive estremo e il funeral doom sono tutti nati a partire da questo stile, e tanti grandi gruppi in ambito metal estremo sono stati influenzati da esso, quando non hanno addirittura iniziato come una band del genere. Dall’altro lato, però la tendenza a progredire non ha consentito alle band rimaste ferme al death/doom più classico di emergere. Ciò è un vero peccato, visto che il genere aveva, e ancora ha, molto da offrire, come dimostrano per esempio gli statunitensi Vastum. Band di San Francisco attiva dal 2009, ha all’attivo già tre full-lenght, in cui mostra un mix tra doom e death metal molto cupo e più spostato verso il secondo. È uno stile che più che alla scena inglese deve molto a Disembowelment e Winter, ma anche ad alcuni dei gruppi death metal più oscuri, come Incantation, Bolt Thrower, Grave e Autopsy. Non è un sound originalissimo, ma i Vastum riescono a dargli una forte personalità, e non solo: hanno anche ottime capacità e gestiscono al meglio la propria musica, come dimostra Hole Below, ultimo loro album risalente alla fine del 2015. Nei suoi quaranta minuti scarsi, è un lavoro che riesce ad avvolgere con la sua cappa di asfissiante oscurità, data dai tanti passaggi alienanti; gli americani non lasciano però da parte l’aggressività, che anzi è sempre al primo posto nella loro musica. In più, il disco beneficia di una splendida produzione, primitiva e abissale, e soprattutto di un songwriting di qualità. Se anche il disco è omogeneo dal punto di vista dello stile, ogni canzone ha la sua personalità, e non si rischia di scambiarla per un’altra, come succede invece in altri lavori del genere. Tutto ciò unito insieme fa sì che Hole Below si riveli un vero e proprio gioiellino, come vedrete nel corso della recensione.

Si comincia da un intro pieno di lamenti e di suoni abissali, inquietanti e profondi. È un preludio perfetto per immergerci nelle atmosfere del disco, prima che la opener Sodomitic Malevolence entri in scena, senza fretta ma inesorabile. La norma principale si fa infatti attendere un po’ a lungo, ma poi si mostra in tutta la sua potenza: il ritmo impostato dal dramme Adam Perry non si alza mai troppo, seppur tenda a correre abbastanza, ma il riffage death/doom che si posa al di sopra è qualcosa di incredibile. Vorticoso anche nei momenti più lenti, ma soprattutto di potenza assurda, molto death-oriented, è sin da subito in grande evidenza. Come da norma del genere, inoltre, la struttura varia, ma senza cercare di prendere in contropiede l’ascoltatore: il principale scopo dei Vastum è infatti quello di avvolgere in un aura oscura e in un mare di riff graffianti. Ciò riesce benissimo sia attraverso la norma principale che con alcuni accorgimenti, come cupi assoli o il cantato di Daniel Butler, spesso un growl basso e cavernoso ma che a volte diviene un cantato lamentoso e salmodiante. Il risultato è un gran pezzo, che dura sette minuti ma sembra volare: quasi senza accorgersene, ci si ritrova subito al cupo arpeggio finale, pulito e morbido. Questo va avanti per qualche istante, poi la successiva Amniosis entra in scena con la delicatezza di un martello pneumatico! Abbiamo infatti un episodio martellante e cadenzato, in cui si aprono lunghe strofe meno energiche e rapide, ma comunque molto avvolgenti. Ciò è possibile grazie al muro di suono della coppia Leila Abdul-Rauf/Shelby Lermo, che ancora una volta si impone generando un’aura nera come la notte; aiuta inoltre la progressione, che porta il tutto a farsi sempre più stordente e labirintico. Più in generale, il songwriting è di livello molto alto qui, e presenta una certa linearità di fondo: sono poche infatti le variazioni dalla norma principale. Tra di esse spicca per esempio, la frazione strumentale centrale, meno aggressiva ma ossessiva e alienante al punto giusto, o la breve ma rutilante coda finale. Per il resto, la semplicità non è certo un male: abbiamo un pezzo eccezionale, il migliore di Hole Below! La seguente In Sickness and in Death è più lenta e spostata sul lato doom del gruppo. Il riffage di base è molto più old-school che in passato: non solo è catacombale ma ha anche una cadenza fortemente doomy. L’anima death dei Vastum però non sparisce, è anzi sempre bene in vista. E così, su questa base si aprono spesso delle variazioni: a volte il riffage viene reso più malvagio, con la comparsa di melodie sinistre. Più spesso però spuntano delle accelerazioni, mai estreme ma rabbiose al punto giusto, grazie anche all’onnipresente growl di Butler. Se entrambe le parti incidono a meraviglia, lo stesso non si può dire di alcuni tra i passaggi che li raccordano: essendo leggermente più rutilanti, forse stonano un po’ rispetto al resto. È per questo che abbiamo la canzone meno bella dell’intero disco, nonostante sia un brano più che valido!

Con Intrusions si torna da subito a qualcosa di più movimentato: il riffage principale è infatti vorticosissimo, puro death metal solo lievemente sporcato di doom, e riesce a coinvolgere splendidamente nonostante l’assenza di ritmi davvero rapidi. Le grandi influenze death creano inoltre un mood estremamente malato: questa è presente anche nei momenti più rapidi, ma colpisce con più forza nei rallentamenti imperiosi che giungono a tratti, del tutto eccezionali. È all’interno di uno di questi che ha luogo lo stacco centrale: esso si distacca dal resto coi suoi suoni più aperti e dilatati, e soprattutto per la voce pulita e profonda di Butler, lamentosa, già sentita in precedenza nel pezzo. Il risultato è un passaggio asfissiante, quasi sembra di assistere a una tortura; l’angoscia è potentissima, e prosegue anche quando il growl torna al suo posto. È il preludio alla ripartenza della parte principale, anche più cupa di prima, che mette quindi il sigillo a un altro grandissimo pezzo. Segue Hole Below (A Dream of Ritual Abuse): meno morbosa ma sinistra quasi a livelli orrorifici, si divide tra momenti catacombali e davvero tenebrosi, spesso alienanti, e fughe più ritmate, che non perdono nulla dal punto di vista atmosferico ma in compenso coinvolgono moltissimo, grazie a un riffage da urlo. Seppur entrambe le componenti tendano a evolversi, la struttura è stavolta piuttosto lineare e senza grandi scossoni, se si eccettua un finale più obliquo del resto, che si spegne in una confusione di rumori. Non che sia un problema: abbiamo un brano esaltante dalla prima all’ultima nota, il migliore del disco insieme alla precedente e ad Amniosis. A questo punto, il tenebroso incubo che è Hole Below è ormai quasi finito: c’è posto soltanto per la closer track Empty Breast, Traccia leggermente più aggressiva e death-oriented che in passato, non rinuncia tuttavia all’oscurità: l’atmosfera è infatti plumbea, grazie ai soliti toni profondi e anche al growl di Butler, un ringhio selvaggio ed echeggiato. Il pezzo vive inoltre di una falsariga riflessiva, quasi tranquilla se non fosse per l’inquietudine e la malvagità che pervade ogni angolo. Su questa base spuntano spesso momenti che salgono di potenza e di intensità, e rendono la cupezza generale ancor più soffocante. C’è spazio tra questi anche per una fuga, circa a metà traccia: spicca non solo perché è rapida, molto più della norma dei Vastum, ma anche per la potenza che sprigiona. Anche il resto delle variazioni, con il loro ritmo spesso ondeggiante e incalzante riesce a incidere da questo punto di vista. E così, i sei minuti della canzone passano veloci, immergendodi nuovo l’ascoltatore in un’oscurità impenetrabile, che la rende una chiusura di tutto rispetto. La vera conclusione è però una lunga coda di feedback di chitarra e di echi cupi, che spunta quando la musica si spegne nell’abisso. È un outro molto ansiogeno; è anche per questo che non ci poteva essere finale più adatto per quest’album!

Giunti a questo punto, c’è rimasto ben poco da dire: come avrete già capito infatti Hole Below è un capolavoro nel suo genere, con pochissimi difetti e tantissima sostanza. Se cercate qualcosa che sappia stordirvi per potenza e avvolgervi in un’oscurità densissima, ma anche se siete solo appassionati di death o di death/doom metal, quella dei Vastum è una delle uscite del 2015 che non dovete perdervi. Se vi è sfuggita, correte a recuperarla!

Voto: 91/100

Mattia

Tracklist:

  1. Sodomitic Malevolence – 07:01
  2. Amniosis – 05:11
  3. In Sickness and in Death – 05:00
  4. Intrusions – 06:08
  5. Hole Below (A Dream of Ritual Abuse) – 05:23
  6. Empty Breast – 08:22
Durata totale: 37:05
Lineup:
  • Daniel Butler – voce
  • Leila Abdul-Rauf – voce e chitarra
  • Shelby Lermo – chitarra
  • Luca Indrio – basso
  • Adam Perry – batteria
Genere: death/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Vastum

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