Odyssea – Storm (2015)

Per chi ha fretta:
Nonostante sia stato inciso da due mostri come Pier Gonella e Roberto Tiranti, circondati da un gran numero di ospiti di lusso, Storm (2015), secondo album del progetto Odyssea, è un disco nella media. Il suo principale difetto è l’assenza di pezzi che facciano veramente la differenza: la tracklist è infatti un po’ inconsistente da questo punto di vista. È un vero peccato: un buon lavoro con le atmosfere crepuscolari e una tendenza a sperimentare, pur senza uscire dai canoni del power melodico potevano dare agli Odyssea una marcia in più. E invece, pur non mancando episodi interessanti come No Compromise, la title-track e Tears of the Rain, la qualità media si assesta comunque a un’ampia sufficienza. Per questo, Storm è un album consigliato solo ai fan migliori del power metal; per gli altri, invece, è tutto fuorché imprescindibile. 

La recensione completa:
È un pensiero comune, all’interno del mondo del rock e del metal, che i cosiddetti supergruppi, progetti formati da zero dall’unione di musicisti di diversa estrazione, siano tutti scadenti. Sarebbero i soldi l’unico motore a unirli: il risultato sono quindi lavori che mancano clamorosamente di passione. Eppure, la storia anche recente ci insegna che non sempre è così: negli scorsi anni, anzi, alcuni supergruppi hanno anche prodotto risultati eccezionali e inaspettati. A questo punto però bisognerebbe evitare di fare tutta l’erba un fascio: esistono anche progetti del genere che non riescono a fare altrettanto, come dimostra Storm, secondo album degli Odyssea. Gruppo nato dall’iniziativa di Pier Gonella (Necrodeath, Mastercastle, Vanexa e chi più ne ha più ne metta), viene formato nel 2004 per dare alla luce, lo stesso anno, al debutto Tears In Flood. In questa prima incarnazione, in realtà, non si può parlare di supergruppo: la lineup, oltre a Gonella, è formata infatti da soli altri tre musicisti, attivi nell’area genovese. Presto però la formazione si scioglie, e il nome Odyssea resta in pausa fino al 2015, quando il chitarrista chiama alla voce un’altra superstar come Roberto Tiranti (Labÿrinth, Vanexa), e riforma il gruppo. Insieme a uno stuolo di musicisti più o meno famosi del metal melodico nostrano, il gruppo incide così il come-back, uscito lo scorso 21 dicembre sotto etichetta Diamonds Prod.. Nonostante il collettivo, però, Storm non è un album particolarmente valido: colpa non della suddetta mancanza di passione, quanto di una certa volatilità, un’inconsistenza percepibile ovunque. In parole povere, nella tracklist non mancano pezzi piacevoli: nessuno di essi, però, riesce a fare la differenza, a risultare la proverbiale hit che faccia saltare sulla sedia. E si che le premesse non erano niente male: gli Odyssea hanno tentato infatti con coraggio di non fossilizzarsi, di creare qualcosa di diverso, pur rimanendo nei canoni di un power melodico con qualche influsso dal metal moderno e dal progressive. Per esempio, lo fanno impostando atmosfere particolari, a volte semplicemente malinconiche, in altri casi oscure e opprimenti a livello di dark power. Purtroppo però non tutti gli esperimenti riescono a dovere: come vedremo abbiamo infatti un album con pochi brani davvero negativi e per lunghi tratti anche godibile, ma la cui qualità generale è nella media, e non di più.

L’inizio del disco, con No Compromise, è un po’ spiazzante, con le sue sonorità moderne, quasi al limite col groove metal. Il pezzo però svolta presto su una norma più classicamente power, con moltissime melodie. Esse sono presenti sia nelle strofe, preoccupate e dirette, sia nei ritornelli, catchy che riprendono in parte le sonorità moderne iniziali. Il meglio sono però i momenti strumentali che raccordano le due parti, cupi e molto tristi, che riescono a coinvolgere bene per intensità, grazie ai tristi echi della chitarra di Gonella. Gli stessi temi melodici vengono ripresi anche nelle parti strumentali centrale e finale, entrambe di discreta fattura; per il resto c’è poco da dire su un brano semplice ma che sa coinvolgere il giusto, e risulta tra quelli che più spicca nel disco. Segue Anger Danger, pezzo ancor più nei canoni del power melodico e anche più oscuro del precedente: è infatti un mood cupo e angoscioso ad ammantarlo tutto. Ciò avviene principalmente nei ritornelli, che grazie al cantato quasi lirico di Tiranti, accompagnato dai cori, risultano dimessi, abbattuti; le strofe si muovono invece più sotto-traccia, con ritmiche semplici e ripetitive. Se entrambe le parti hanno qualcosa da dare a livello di feeling, le loro melodie non scoppiano però come potrebbero, sembrano quasi incomplete; un vero peccato, visto che il brano riesce a essere originale con le sue influenze dalla musica popolare, ben in vista soprattutto nel bell’assolo centrale. È anche per questo che abbiamo un pezzo di fattura non eccelsa, pur essendo buono.  È ora il turno di Understand, più aperta delle precedenti, grazie anche a un riffage che a tratti abbraccia influenze heavy, facendosi più lineare e potente. Questo elemento si mescola in maniera convincente al power degli Odyssea in un affresco lineare e molto semplice, inquadrato com’è nella classica forma-canzone. Poco male, comunque: le strofe hanno il giusto mood d’attesa per i ritornelli, catturanti al punto giusto. Degno di nota anche l’assolo centrale, retto dal labirintico basso di Steve Vawamas (Mastercastle, Athlantis, Shadows of Steel) e che dà un pizzico di originalità al tutto. Ne risulta un episodio veramente elementare, ma molto piacevole, appena al di sotto dei migliori di Storm. Anche Ice presenta vaghe influenze heavy nel riffage, seppur le melodie siano stavolta puramente da power melodico. Più in generale, abbiamo un brano a tinte soft, che si divide tra strofe morbide, con solo le tastiere e la sezione ritmica a sostenere il duetto tra Tiranti e Giorgia Gueglio (Mastercastle), e ritornelli leggermente più animati, con cori e chitarre metal ben in vista. Proprio questi ultimi sono però il difetto principale del pezzo: piuttosto crepuscolari, sono abbastanza mosci nelle melodie, non incidono come dovrebbero né dal punto di vista sentimentale né da quello dell’energia. L’episodio presenta anche dei punti di forza, come ad esempio la bella prestazione dello stesso Gonella alle tastiere, molto interessante. In generale il brano però risulta abbastanza castrato dai refrain, e si stampa poco in mente, pur non essendo neanche scadente.

Se i pezzi che l’hanno preceduto, anche i meno belli, qualcosa da dire ce l’hanno sempre fin’ora, Freedom è un episodio di power non solo tanto classico da essere banale, ma senza alcuno scossone. L’unica a variare dalla norma è infatti la struttura, un po’ più obliqua della classica forma canzone, oltre a presentare qua e là qualche sparuta influenza prog. Per il resto, sia le strofe, molto anonime, che i chorus, con una melodia vagamente catturante ma anche troppo scontata, non riescono a fare granché. Il risultato è uno dei punti più bassi di Storm, che non lascia praticamente traccia del suo passaggio. È ora il turno di Galaxy, un pezzo un po’ particolare: è infatti la cover (in inglese) della sigla italiana dell’anime Galaxy Express 999, cantata in originale dagli Oliver Onions. È una versione  che ricalca da vicino l’originale: non solo le melodie sono uguali, anche l’atmosfera scanzonata tipica delle sigle dei cartoni si mantiene intatta. Nel complesso è difficile giudicarla con facilità: prendendola a sé stante è una bella traccia, divertente, ma coi suoi toni disimpegnati stona parecchio con il resto del disco. Diciamo che il giudizio complessivo è un “ni”. Per fortuna, con la title-track si torna a coordinate più in linea col resto del disco, e non solo: anche l’ispirazione ricompare ai livelli massimi toccati a inizio album. Lo dimostrano per esempio le strofe, rese incalzanti sia dal riffage, semplice ma graffiante, sia dalla prestazione nervosa del batterista Francesco La Rosa (Spite Extreme Wing, Malombra, Mastercastle, Denial).  Di ottima fattura sono anche gli altri momenti che le circondano, sia quelli più power-oriented, sia quelli in cui la chitarra e la tastiera duettano. Storm dà però il meglio coi chorus: sono sì semplicissimi, ma il loro coro è maschio e immaginifico, quasi epico, il che li rende anthemici e coinvolgenti. Come sempre, si rivela inoltre interessante la sezione centrale, stavolta rapida ma anche piuttosto intimista, quasi fuori dal mondo. È un ulteriore arricchimento per una grande traccia, la migliore in assoluto dell’album a cui dà il nome. Quindi, un nuovo esperimento giunge con Ride, brano occupato per un terzo da un lunghissimo intro con solo i synth e la voce eterea della Gueglio. Il pezzo quindi si avvia con una norma a tratti lenta, più spesso ritmata, in cui chitarre power duettano con i synth martellanti e onnipresenti di Mistheria (già al servizio di nomi come Edu Falaschi, Bruce Dickinson, Rob Rock, oltre che con il suo progetto omonimo). Questa norma prosegue a lungo, ossessiva e anche lievemente oscura, per aprirsi solo coi ritornelli: questi sono infatti più rutilanti e hanno una melodia discretamente catturante, che sa il fatto suo. Le melodie convincono, ma forse la song è un po’ troppo breve: quattro minuti, di cui un terzo occupato dall’intro la fanno apparire non completa. Poco male, comunque: stavolta il difetto è un dettaglio secondario, per il resto risulta un buon brano.

Tears of the Rain è un episodio molto particolare, delicato e con influenze progressive ben in vista. Ciò è visibile sin dall’inizio, ma è quando il brano entra nel vivo che se ne vede la grandezza: le strofe sono infatti molto avvolgenti, soffici e dominati dai bei giri di tastiera , mentre le chitarre sono autrici di giusto qualche incursione. Anche in seguito il brano si conferma di altro livello: sia i bridge, piuttosto aggressivi ma che non stonano col resto, sia i ritornelli, a metà tra i due mondi e molto ricercati, sanno il fatto loro. Degno di nota anche la parte centrale, che tra qualche momento più aggressivo e tratti invece delicati e malinconici è il completamento perfetto del tutto. È anche grazie a esso che abbiamo non solo l’episodio più sperimentale di Storm, ma anche il migliore in assoluto insieme alla title-track e a No Compromise. Siamo ormai in dirittura d’arrivo: il finale è affidato ad Apocalypse pt. 2, traccia strumentale semplice e a tinte power, che presenta una norma rapida e macinante, in cui la chitarra di e i synth, entrambi suonati da Gonella, duellano in velocità. È su questa base che si aprono diversi stacchi, a tratti altrettanto frenetici, in altri momenti più calmi e riflessivi. Il tutto è inoltre immaginifico, fa venire alla mente a una lunga corsa a perdifiato attraverso una gran varietà di panorami, a tratti piacevoli, a tratti invece anche piuttosto orrorifici, come quando le tastiere diventano un organo. Il tutto comunque è ben scritto, ogni variazione ha un suo perché, e nonostante l’assenza del cantato coinvolge bene. Abbiamo così una chiusura ben fatta, di livello appena inferiore al pezzo che l’ha preceduta. Storm sarebbe finito qui, ma nella mia versione ci sono ben due bonus track: si può tranquillamente soprassedere sulla seconda, un’altra versione di No Compromise con un assolo e pochi arrangiamenti diversi dall’altra, che non aggiunge nulla all’album. Più interessante è la prima, Fly (2015 version): come si intuisce dal titolo è la ri-registrazione della opener dell’album d’esordio, e si sente. Lo stile è infatti un po’ diverso: tralasciati tutti gli elementi più sperimentali e le atmosfere oscure, il gruppo allora suonava un semplice power melodico sulla scia di Stratovarius e Sonata Arctica. È per questo che forse la canzone può risultare banale, anche se a mio avviso non lo è affatto: sia le strofe, incalzanti al massimo, che gli zuccherosi ritornelli, di grandissima presa, riescono infatti a coinvolgere, grazie a impatto e semplicità estrema. Anche gli altri arrangiamenti, come la frazione centrale, vagamente neoclassica, vanno nella stessa direzione: abbiamo infatti una piccola gemma di melodic power, che, dispiace dirlo, per qualità supera addirittura tutto quel che c’è in Storm.

Alla fine di questa lunga ora, si possono tirare le somme: Storm non è un brutto album, e son sicuro che piacerà ai fan del power metal, in particolare della sua incarnazione più melodica. Da un collettivo come gli Odyssea, però, è lecito aspettarsi di più; il loro lavoro è invece assolutamente nella media. Per questo, se cercate un capolavoro a tutti i costi, quest’album non fa proprio per voi: vi è consigliato invece se quel che cercate è qualcosa di piacevole, da ascoltare a tempo perso.

Voto: 65/100


Mattia
Tracklist:
  1. No Compromise – 05:03
  2. Anger Danger – 05:22
  3. Understand – 05:37
  4. Ice – 05:13
  5. Freedom – 04:59
  6. Galaxy – 03:47
  7. Storm – 05:01
  8. Ride – 04:11
  9. Tears of the Rain – 05:16
  10. Apocalypse pt. 2 – 04:58
  11. Fly (2015 version) (bonus track) – 05:58
  12. No Compromise (alternative version – bonus track) – 05:02
Durata totale: 01:00:37

Lineup:

  • Roberto Tiranti – voce
  • Pier Gonella – chitarra
  • Davide Dell’Orto – voce (guest)
  • Giorgia Gueglio – voce (guest)
  • Alex De Rosso – chitarra (guest)
  • Simone Mularoni – chitarra (guest)
  • Emilio Ranzoni – chitarra (guest)
  • Chris Scarponi – chitarra (guest)
  • Andrea de Paoli – tastiera (guest)
  • Mistheria – tastiera (guest)
  • Giulio Belzer – basso (guest)
  • Oscar Morchio – basso (guest)
  • Anna Portalupi – basso (guest)
  • Steve Vawamas – basso (guest)
  • Alessandro Bissa – batteria (guest)
  • Andrea Ge – batteria (guest)
  • Francesco La Rosa – batteria (guest)
  • Christo Machete – batteria (guest)
  • Marco Pesenti – batteria (guest)
  • Alessio Spallarossa – batteria (guest)
  • Mat Stancioiu – batteria (guest)
Genere: power metal
Sottogenere: melodic power metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Odyssea

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