Judas Priest – Sad Wings of Destiny (1976)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONESad Wings of Destiny (1976) non è solo il primo album di heavy metal classico della storia, ma anche un episodio importante nella carriera dei Judas Priest.
GENEREUn heavy metal che nonostante il grande ascendente hard rock che rimane presenta già gli stilemi che porteranno al metal classico e alla NWOBHM.
PUNTI DI FORZAUno stile per l’epoca originale e fondamentale nella definizione del genere, una bella registrazione, una tracklist senza il minimo momento morto. In generale, un album perfetto in ogni dettaglio.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIVictim of Changes, The Ripper, Dreamer Deceiver, Deceiver
CONCLUSIONISad Wings of Destiny non è solo un album storico, e non è solo uno dei più belli dei Judas Priest: è anche un lavoro perfetto, da possedere a tutti i costi!
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1974: una giovane e sconosciuta band inglese di nome Judas Priest pubblica il suo esordio discografico, Rocka Rolla. È un lavoro che non si discosta troppo dall’hard rock del periodo di gruppi come Deep Purple e Led Zeppelin, con in più alcuni richiami progressive. La qualità dell’album, buona ma non eccezionale, non lascia presagire un futuro in grande per la band di Birmingham: eppure, sotto alla patina dell’immaturità il talento era grandioso, e bastava poco per portarlo allo scoperto. In effetti ci vollero appena due anni: il 1976 è infatti l’anno in cui i Priest pubblicarono Sad Wings of Destiny. Ancora molto legato all’hard rock di partenza, il gruppo cominciò però a sperimentare sonorità più dure e potenti, a tratti con dei punti di contatto coi Black Sabbath coevi, ma che guardano soprattutto al futuro. Il risultato di questa ricerca sonora, c’è da dire, è assolutamente eccezionale: seppur ancora molto legato all’hard rock, infatti, abbiamo probabilmente il primo album di heavy metal classico in assoluto. È un album così avanti coi tempi, infatti, che nessuno se lo aspetta. Non lo fanno per esempio Jeffrey Calvert, Dave Charles e Chris Tsangarides (quest’ultimo lavorerà in futuro anche a Painkiller), tecnici del suono dell’album: per l’occasione hanno infatti impostato una produzione che non permette alla potenza del gruppo di sprigionarsi appieno. Poco male, comunque: il fascino di questo suono così vintage compensa alla grande. Più in generale, non c’è solo la storia, ma anche una qualità assoluta: senza una nota né un dettaglio fuori posto, Sad Wings of Destiny è a mio avviso un album perfetto, uno dei migliori che i Judas Priest abbiano inciso nella loro lunghissima carriera, che pure di capolavori non manca, anzi.

Si comincia in grande stile con Victim of Changes, traccia che, dopo un intro che emerge dall’abisso, ci presenta sin da subito il tipo di suono che i Judas Priest affrontano qui. Le chitarre non sono potenti come in futuro e il ritmo è piuttosto calmo, con gli stacchi del drummer Alan Moore chiaramente ispirati a quelli di John Bonham. Eppure, molti stilemi sono già quelli che, sviluppati, porteranno alla NWOBHM e all’heavy classico: basta sentire i giochi tra le chitarre di Glenn Tipton e K.K. Downing, sia a livello ritmico che in maniera solista, o la prestazione di forza di Rob Halford. In ogni caso, beneficiando di queste caratteristiche, di una struttura mutevole e un riff subito da urlo, la prima parte è subito eccezionale. Il pezzo tende poi a evolversi, ma l’energia è comunque la stessa; essa viene meno, infatti, solo al centro, che si acquieta notevolmente. In scena in principio c’è solo una chitarra echeggiata e lieve, per un mood nostalgico, di calma infelicità. Questa norma però comincia subito a crescere di intensità, prima lievemente, poi sempre di più, finché la potenza esplode. È un apoteosi: tra le chitarre, le urla impressionanti di Halford e il feeling nostalgico precedente che si fa lancinante, abbiamo il momento migliore dell’intero brano. Esso poi riparte dall’inizio, per una breve coda che chiude l’episodio subito più valido del disco, nonché uno dei migliori dell’intera carriera dei Priest (e non è poco). Dopo una canzone lunga e complessa, il gruppo piazza The Ripper, traccia ben più breve ed elementare. Un breve preludio, che cala l’ascoltatore nell’atmosfera vagamente orrorifica del pezzo, quindi si avvia un brano pesante e strisciante, in cui lunghe strofe ossessive si alternano con brevi frazioni più veloci e vorticose. Quest’ultima impostazione prende il sopravvento giusto nella breve parte strumentale al centro, che fa bella mostra per breve tempo prima di trasformarsi in un interludio ancor più inquietante, pieno di feedback e dalle chitarre misteriose. Più in generale, l’intera traccia è all’insegna di queste sensazioni cupe: il risultato non è solo molto rilevante (si può dire che l’horror metal parta da qui), ma anche estremamente valido dal punto di vista musicale.

Dreamer Deceiver è una ballad lenta e malinconica, in cui a dominare sono da sole la chitarra pulita e la voce di Halford, stavolta delicata e profonda. Il brano poi si evolve verso una maggior densità, inizialmente con molta tranquillità, poi con più vigore. La voce si alza infatti gradualmente, e anche le chitarre non presentano distorsione per lungo tempo, accavallandosi placidamente tra loro. Solo oltre la metà Halford comincia a urlare, seguito poco più tardi dal ritorno della durezza tipica dei Priest: il finale è infatti molto energico e graffiante. Tutto questo è avvolto inoltre da un mood decadente e malinconico, fortissimo in ogni punto, specialmente nella seconda metà: è esso il punto migliore di un altro pezzo splendido. Giunge quindi Deceiver, pezzo che come dice il nome stesso si unisce al precedente quasi in una suite unica. Esso presenta tuttavia un mood completamente diverso: quello della precedente torna infatti solo con il breve outro di chitarre acustiche. Per il resto, in scena c’è un brano hard ‘n’ heavy diretto e senza fronzoli, diviso tra strofe semplici e dirette e ritornelli leggermente più esuberanti. Il tutto è all’insegna di una linearità estrema: solo a metà si cambia con la solita parte solistica di qualità, seguita dalla ripresa della norma principale, resa leggermente più potente sia a livello vocale che a quello ritmico. Per il resto abbiamo un pezzo breve ma ottimo, l’ennesimo di una serie ancora lungi dalla fine. È ora il turno di Prelude, un intermezzo particolare, dominato tutto da un assolo di pianoforte, a cui in seguito si unisce una chitarra in lead, dal vago senso neoclassico, e un organo. È un pezzo vagamente oscuro e misterioso, d’attesa, molto piacevole seppur in fondo sia solo un intro per Tyrant. Quest’ultimo è un episodio molto hard rockeggiante, con un riffage veloce ma ondeggiante e un incedere ballabile, specie nelle strofe, rapide e dritte, anche se i ritornelli non sono da meno, essendo semplici e di facile presa. Presto però il pezzo varia su una tensione maggiore: spuntano infatti dei momenti cantati più potenti e intensi, e pure i tratti solisti sono energici. Anche la falsariga principale, quando torna, è leggermente più aggressiva: la seconda parte del pezzo è non solo più variegata della prima, con tante variazioni e molti assoli, ma anche più graffiante. È anche per questo che abbiamo la parte migliore dell’episodio forse meno impressionante di Sad Wings of Destiny, il che non gli impedisce però di essere un gioiellino.

Genocide è una traccia apparentemente tranquilla, essendo retta da un mid-tempo su cui si adagia un riffage semplice e calmo. Eppure, nonostante questa formula elementare, sia le strofe, senza fronzoli, che i ritornelli, più lenti ma coinvolgenti al punto giusto, riescono a entrare dentro per non uscirne più. È una strana magia quella che ammanta questo pezzo: è presente in ogni momento, ma si palesa soprattutto nell’evoluzione, che porta al pezzo a indurirsi sempre di più, con poche variazioni. Si cambia marcia solo nella norma, che accelera d’improvviso e si fa quasi furiosa (almeno relativamente al disco), potente e d’impatto com’è. È il gran finale di un pezzo perfetto in ogni suo particolare, annoverabile tra i pezzi migliori della tracklist, se fosse possibile scegliere in un disco perfetto come questo. È ora il turno della seconda ballad di rito, Epitaph. È un brano senza alcun elemento rock o metal: l’intera struttura è infatti gestita dal pianoforte, che accompagna la voce calda e tranquilla di Halford. Il cantante si adatta molto bene ai vari toni che la musica attraversa, a volte più delicati, a tratti invece leggermente più intensi; nel fare questo è coadiuvato occasionalmente da dei cori, che fanno capolino qua e là. Non c’è altro da riferire di un lento splendido, nonostante sia quasi più un interludio per far un po’ fiatare le orecchie, prima della conclusione. Questa, intitolata Island of Domination, è infatti davvero esplosiva: emerge dalla calma della precedente e quasi subito comincia a correre. È in effetti un brano non rapidissimo ma incalzante ai massimi termini, con strofe rette dal riffage circolare della coppia Downing/Tipton, di ascendente blues ma anche ottima potenza. Solo nei ritornelli le acque si calmano un pochino: essi sono rallentati e presentano vaghi toni doomy, anche se sono perfettamente inseriti nel contesto. Degna di nota anche la prestazione di Halford, istrionica e che abbraccia toni bluesy a tratti; da citare è pure la parte centrale, anch’essa a metà tra blues e metal, lenta ma di gran impatto. Sono entrambi arricchimenti notevoli dell’ultimo grande pezzo della serie: perciò, un album di questa levatura si conclude nell’unica maniera a lui degna, ossia altrettanto alla grande!

Che altro dire? Non c’è molto in effetti: siamo di fronte a un album perfetto. Si, qualche difetto si può trovare, specie se lo si ascolta con la ragione o lo si confronta con i successivi album dei Priest. Tuttavia, far entrare Sad Wings of Destiny nel proprio cuore porta a una sola conclusione: è fantastico. Se vi definite fan dell’heavy metal classico, questo è proprio il proverbiale album che non può mancarvi. Non è solo il primissimo pezzo di storia del vostro genere preferito, ma è anche un disco che consumerete e non potrete far a meno di amare!

Più o meno quarant’anni fa, il 23 marzo del 1976, i Judas Priest pubblicavano Sad Wings of Destiny, il primo album heavy metal classico della storia, oltre a un tassello importantissimo della loro discografia. Come tutte le recensioni “storiche” di Heavy Metal Heaven, anche questo vuole celebrare, nel suo piccolo, quella storica uscita.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Victim of Changes07:54
2The Ripper02:51
3Dreamer Deceiver05:54
4Deceiver02:43
5Prelude02:02
6Tyrant04:29
7Genocide05:46
8Epitaph03:08
9Island of Domination04:24
Durata totale: 39:11
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Robert Halfordvoce
K.K. Downingchitarra
Glenn Tiptonchitarra e pianoforte
Ian Hillbasso
Alan Moorebatteria
ETICHETTA/E:Gull
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