Zierler – ESC (2015)

Per chi ha fretta:
Finn Zierler, ex tastierista dei Beyond Twilight, è tornato sulle scene nel 2015 con ESC, primo album del suo progetto omonimo. Anch’esso, come la sua band madre, affronta un progressive metal abbastanza classico, con influssi power e symphonic, ma affascinante. Merito della particolare cura per la musicalità e per le emozioni, prima della tecnica, che pure è presente in gran quantità. Oltre a questo, un songwriting di gran rispetto fa sì che l’album sia di qualità assoluta: capolavori come la vorticosa Aggrezzor, la dolce Rainheart e la disperata Water sono solo la punta dell’iceberg di una tracklist lunga ma con pochi punti bassi. Per questo, ESC è un vero capolavoro, stra-consigliato agli amanti del genere. 

La recensione completa:
Per chi conosce a fondo il power e il progressive metal, il nome del tastierista danese Finn Zierler non suona nuovo. È stato il fondatore dei power metaller Twilight e della loro evoluzione prog Beyond Twilight (oltre ad avere all’attivo qualche comparsata da ospite con band sue conterranee, ad esempio i Manticora). Seppur molto apprezzato dagli esperti di settore, questo suo ultimo act è però scomparso nel nulla, poco tempo dopo la pubblicazione del terzo album For the Love of Art and the Making (2006). Fino al 2015, il musicista danese è rimasto nell’ombra: proprio lo scorso anno però, il silenzio si è spezzato alla pubblicazione di ESC, primo album firmato proprio a nome “Zierler”. Per questo suo progetto solista, il tastierista ha raccolto attorno a sé un collettivo di nomi già abbastanza famosi: possiamo infatti parlare quasi di un super-gruppo, anche se molto coeso. Il livello dell’album, tuttavia, non è quello basso che ci si aspetta di solito da un progetto del genere, anzi si riesce veramente a fare la differenza. Per questo non c’è bisogno nemmeno di granché originalità: il suo è infatti un progressive metal abbastanza classico, sulla scia dei migliori Dream Theater, ma anche Ark, Anubis Gate e ovviamente dei già citati Beyond Twilight. In più a tratti sono presenti influenze power e sinfoniche, che arricchiscono la varietà del disco. Lungi dall’essere freddo come in certi casi, questo genere è reso anche emozionante dagli Zierler, nonostante il coefficiente tecnico sia sempre abbastanza alto. Atmosfere coinvolgenti e melodie catturanti sono comuni, e ogni traccia è al servizio della musicalità. Il risultato finale è che ESC è un album lungo ma per niente pesante, con tanti pezzi memorabili e che raggiunge senza troppa fatica il livello di capolavoro.

L’album parte da A New Beginnning, pezzo che si avvia molto placido, con le orchestrazioni bene in vista. Queste rimangono alle spalle di tutta la canzone, anche quando l’evoluzione la porta ad accelerare e a farsi più potenti. È un affresco variopinto e denso di particolari, esuberante, che sa come incidere in ogni sua mutazione. Anche gli stacchi in cui la norma principale viene meno per la melodia sono però interessanti, sia che siano quelli melodici, in cui il cantante statunitense Kelly Sundown Carpenter (ora coi Darkology, in passato anche coi Beyond Twilight) si fa valere al meglio. Ottimo anche quello più oscuro sulla tre quarti, cantati invece dall’altro frontman, il norvegese Truls Haugen (Circus Maximus) e ammantati di oscurità. Per il resto il pezzo, nonostante la lunghezza di quasi sette minuti e mezzo si rivela piuttosto lineare, almeno relativamente al metal progressivo, il che però non è un problema: abbiamo un inizio di livello elevato, anche se il meglio deve ancora venire. Ne è un ottimo esempio Aggrezzor, che comincia in maniera hardcore prog, un intro stordente, tecnico e oscuro, che però presto lascia spazio alla traccia vera e propria. Questa è invece più aperta e serena, con un mood che ricorda il rock progressivo classico e a tratti si fa addirittura allegro, seppur abbia anche una vaga vena malinconica. Non che manchi la potenza metal: nonostante la tranquillità, la chitarra di Per Nilsson (Scar Symmetry) sa anche essere energica. Il pezzo inoltre attraversa molti cambi di tono: su tutti, è da citare quello dei ritornelli, che riprendono l’intro e lo rendono anche più aggressivo e cupo, grazie alla voce di Sundown Carpenter. Le due anime del pezzo si compenetrano però a meraviglia in un’unione estremamente convincente. Dà il tocco finale al tutto una lunga parte centrale molto sfaccettata e ancora disimpegnata, in cui ottimi assoli e fraseggi di Nilsson e di Zierler si inseguono. Il risultato complessivo è un pezzo ipertecnico e sempre in movimento, ma anche pieno di melodie memorabili, uno dei capolavori più fulgenti di ESC! La seguente Darkness Delight, come dice il titolo stesso, ha un taglio più lugubre, grazie alle frequenti incursioni delle tastiere sinfoniche. Ciò, unito alla voce graffiante e alle ritmiche profonde e pesanti  gli danno un tono quasi orrorifico. O almeno, questa è l’apparenza: nella progressione, il brano tende a mostrare la sua vera natura, meno oppressiva e più profonda. L’apice di questa tendenza è il ritornello, che si fa attendere a lungo ma alla fine  esplode in tutta la sua dolcezza, emozionante ai massimi termini.  Per il resto c’è poco altro da riferire: seppur tenda a variare come da norma progressive, il brano si presenta abbastanza lineare nei suoi sette minuti, con giusto qualche momento più tecnico e particolare che lo punteggia. Poco male, comunque: seppur qualche piccolo particolare sia meno esaltante del resto, abbiamo un gran pezzo, mai pesante nonostante la durata. È quindi il turno di Dark to the Bone, che può essere vista come il singolo del disco. Intendiamoci, non ci sono melodie zuccherose, ma semplicemente un tema ricorrente e ossessivo delle tastiere di Zierler, che fa da protagonista sia le strofe che i ritornelli, per quanto le due parti siano diverse. I primi sono infatti lenti e rilassati, anche se Sundown Carpenter li arricchisce di una bella prova vocale. Quest’ultima prosegue anche nei chorus, più movimentati e potenti, ma che sanno anche catturare a meraviglia. Il tutto è ordinato in maniera semplice e lineare: di fatto l’elemento prog torna solo nella parte centrale, più cadenzata e spezzettata. È praticamente l’unica variazione di un pezzo breve ed elementare, ma che impressiona: abbiamo infatti uno dei pezzi che più spicca in ESC, oltre a essere appena sotto ai migliori del disco.

Evil Spirit presenta immediatamente toni cupi, che dopo un intro sinfonico si traducono in un pezzo lento e grasso, dal suono moderno. Questa norma regge praticamente tutto il pezzo, anche se ci sono vari stacchi più rapidi: il primo è macinante e in realtà non impressiona granché; il secondo invece è più aperto e presenta un carico di melodia molto apprezzabile, una lunga fuga col giusto carico di pathos. Anche la stessa norma  tende a variare: a tratti è più dimessa, in altri momenti viene movimentata da Haugen, al limite col growl. Nel finale inoltre si ripresenta ossessiva e corale, quasi una litania martellante. È questa una delle parti migliori di un pezzo che però non incide troppo: abbiamo in effetti l’unico vero punto basso di quest’album, discreto ma nulla più. Poco male, comunque, visto che ESC si ritira subito su con Married to the Cause, precorsa da velocissime melodie di chitarra dall’appeal neoclassico, fuse col piano altrettanto frenetico di Zierler. Questa impostazione torna a volte lungo la canzone, anche se la norma principale è meno serrata ma più tesa e nervosa a livello di atmosfera. Il merito di ciò è sempre del mastermind, che per l’occasione sfodera il suono di un organo, ma anche di Kelly, che graffia molto, e del drummer Bobby Jarzombek (Riot, Fates Warning e decine di altri), che sa essere incalzante. L’agitazione di questi passaggi è estesa ovunque, ma si concentra maggiormente in brevi ritornelli, molto ansiosi e potenti. Come da norma Zierler, inoltre, c’è spazio al centro per una lunga parte solistica, anche stavolta ben scritta e per nulla lasciata al caso. È anzi un’ottima quadratura per un pezzo non tra i più in vista della tracklist, ma di ottima qualità! Segue quindi No Chorus, che inizia con vera aggressività, anche se presto si calma. I toni restano però abbastanza taglienti: alternandosi in duetto, i due cantanti scandiscono infatti un testo che attacca il conformismo, specie nel mondo della musica. Nel fare questo, la canzone, come dice il titolo, non ha un ritornello! O meglio: forse quello melodico e corale che compare di tanto in tanto può essere considerato tale, essendo  piuttosto catchy e avendo un aura meno oppressiva, ma è simile a ciò che ha intorno per il resto. La falsariga principale è invece distesa e piuttosto cupa, anche se vive di tantissime variazioni, che si succedono ad alta velocità, tra cui appaiono molti campionamenti, da film o realizzati per l’occasione. Il songwriting però è di nuovo eccellente, e non lascia nulla al caso. Nonostante la sua particolarità, perciò, abbiamo un gran pezzo. Entra quindi in scena Rainheart: si parte da un intro elegante di tastiera, tranquillo e solare. Ciò non dura, perché le chitarre cominciano a immettere un certo quantitativo di malinconia con le loro incursioni. Quando il pezzo parte, infatti, c’è un po’ di preoccupazione in scena, anche se il tutto è caldo e affettuoso. Questo è in effetti il mood dominante del pezzo, presente ovunque e in special modo nei tanti momenti corali compaiono qua e là, anthemici e coinvolgenti al massimo. Anche le aperture più melodiche, di stampo metal o addirittura aperte e soffici, col solo pianoforte, vanno nella stessa direzione; c’è anche spazio per qualche momento più oscuro, ma che dà se possibile ancor più slancio al pezzo quando la norma principale riprende. Chiude il cerchio liriche amorose, probabilmente dedicate a un figlio appena nato; è solo un altro particolare ben riuscito di un pezzo pieno di melodie splendide e di passaggi memorabile, che lo fanno risultare il migliore in assoluto di ESC.

Si torna a un livello maggiore di potenza con You Can’t Fix Me No More, traccia diretta e che presenta pochi svolazzi progressive, pur presenti a rafforzare qua e là il brano con la loro energia. Questa impostazione si alterna con i ritornelli, più tranquilli e aperti, anche se un certo senso di angoscia si ritrovi anche in essi. C’è spazio anche per una lunga parte solistica al centro, molto tecnica e complessa, oltre a essere dominata dal piano di Zierler. Per il resto però abbiamo un pezzo semplice, oltre che breve. Forse è proprio questo il motivo per cui esso non impressiona come quelli che ha intorno, pur essendo di buonissima qualità. La rilassatezza si riaffaccia quindi all’arrivo di Water, anche se stavolta i toni sono ben poco romantici: è infatti una fortissima malinconia a guidare l’intero brano. Vagamente, lo si intuisce sin dall’inizio, molto soffice, ma è quando il pezzo entra nel vivo con il lungo ritornello che ciò esplode in maniera estroversa. I refrain hanno in effetti un pathos unico, penetrante, da brividi assoluti, e sono facilmente il punto più alto del brano. Le strofe non sono da meno: anch’esse calme e soffici come il preludio, con in evidenza le orchestrazioni e i giri del basso di Nilsson, riescono a creare una forte attesa per ciò che arriva dopo. La struttura della canzone in realtà è elementare, alterna semplicemente le due parti, a eccezione della frazione centrale. Questa ha invece toni molto più angosciosi e oscuri, tra le tastiere sinfoniche dai toni quasi orrorifici, ritmiche martellanti e alienanti, quasi a livelli da industrial e Haugen che va nella stessa direzione con inquietanti onomatopee. È un momento veramente opprimente, quasi soffocante, che va avanti a lungo. L’aura pesante si fa però man mano più leggera, attraverso i vari assoli, che mantengono però un mood oscuro: bisogna aspettare il ritorno della norma principale per ritrovare la tranquillità. Se le due parti che compongono la canzone sono così diverse, la loro unione è molto proficua: abbiamo un pezzo estremamente emozionante, il migliore in assoluto di ESC insieme a Aggrezzor e Rainheart. Siamo ormai oltre l’ora, e per l’album è tempo delle ultime battute: la conclusiva Whispers si avvia con un organo, che suggerisce quasi un altro pezzo tranquillo. Poi invece entra in scena qualcosa di potente e sinfonico, dalle ritmiche power-oriented su cui i due cantanti duettano con aggressività, pur mantenendo le suggestioni cupe dell’intro. In contrapposizione a ciò, i chorus sono invece molto tranquilli, rilassati, quasi rassegnati. L’alternanza tra tratti più aggressivi e altri più calmi è la colonna vertebrale della canzone, anche se gli Zierler qui si evolvono ben più che in passato: la struttura è sempre in movimento, e le variazioni sono moltissime, di tutti i tipi. Si va da tratti che riprendono le melodie dei ritornelli in maniera anche più dimessa a potenti scoppi. Niente paura, comunque: il gruppo riesce a gestire a meraviglia anche questa complessità e a mettere ogni arrangiamento e ogni fraseggio bene al suo posto. Il risultato finale infatti, pur non essendo al livello dei migliori del disco, è comunque ottimo, una chiusura più che adeguata per un album di questa levatura.

Alla fine di quest’ora è dieci abbondante, è tempo di tirare le somme: con pochissimi bassi e tanti alti, ESC è un piccolo capolavoro nel suo genere, di sicuro uno dei migliori usciti lo scorso anno. Se quel che cercate nel progressive metal non sono svolazzi e tecnica fini a sé stessi, ma preferite di gran lunga il cuore, gli Zierler sono decisamente i vostri uomini. Rimanere mani in mano e non recuperare l’album? Decisamente un delitto!

Voto: 93/100


Mattia

Tracklist:
  1. A New Beginning – 07:24
  2. Aggrezzor – 06:03
  3. Darkness Delight – 07:03
  4. Dark to the Bone – 05:17
  5. Evil Spirit – 05:56
  6. Married to the Cause – 06:00
  7. No Chorus – 05:37
  8. Rainheart – 07:11
  9. You Can’t Fix Me No More – 04:44
  10. Water – 08:33
  11. Whispers – 08:10
Durata totale: 01:11:58
Lineup:
  • Truls Haugen – voce
  • Kelly Sundown Carpenter – voce
  • Per Nilsson – chitarra e basso
  • Finn Zierler – tastiera
  • Bobby Jarzombek – batteria
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Zierler

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