Shivers Addiction – Choose Your Prison (2015)

Per chi ha fretta:
Choose Your Prison (2015), secondo full lenght dei lombardi Shivers Addiction, è un album piuttosto personale. Il suo mix di heavy classico, progressive e vaghi elementi folk, power e thrash è abbastanza inedito, in effetti. Questa personalità, unita a buone capacità di songwriting, compongono un album buono. Forse poteva essere un capolavoro, con qualche hit in più oltre all’esuberante Money Makes the Difference e l’intensa ballad Painted Arrow (peraltro già presente con gli altri due pezzi conclusivi nell’esordio Nobody’s Land del 2010); in più, anche il suono poteva essere migliore. A parte questi difetti, però, Choose Your Prison è un buonissimo album, che farà la felicità di chi è stanco della mancanza di originalità e di mordente del revival heavy classico odierno.  

La recensione completa:
Per fortuna, l’heavy metal a oggi non è solo il revival spesso senza mordente che va di moda negli ultimi tempi. C’è anche chi, in questo genere, riesce a non sembrare troppo nostalgico e derivativo; magari non inventerà nulla – cosa peraltro quasi impossibile, in questo periodo – ma riesce ad avere una buona personalità. È questo il caso del gruppo di oggi, gli Shivers Addiction, band di Saronno (Varese) attiva dal 2004, che lo scorso dicembre ha tagliato il traguardo del secondo full lenght con Choose Your Prison, uscito sotto Revalve Records. Il genere affrontato nell’album è di base un roccioso heavy metal maideniano, con influenze anche da gruppi come i primi Queensrÿche e Savatage. La band però inserisce in questo stile un gran numero di influenze: la più spiccata è quella progressiva, che si affaccia in molti passaggi. In più, sono presenti piccoli influssi power, thrash, addirittura folk: il risultato è un miscuglio abbastanza personale, non ci sono tanti altri gruppi che suonano così. Con questa premessa, è lecito aspettarsi qualcosa di buono, e infatti gli Shivers Addiction non deludono: Choose Your Prison è di ottimo valore. C’è anche da dire che se la qualità media è abbastanza alta e non ci sono quasi cadute di stile, all’album mancano quei cinque o sei picchi che forse l’avrebbero reso addirittura un capolavoro. Insieme al suono generale, un po’ sporco e con chitarre un po’ rimbombanti, ma non troppo penalizzante, è questo il difetto di un album che per il resto sa l fatto suo, come vedremo nel corso della recensione.

Si parte da un intro scomposto col basso di Fabio Cova, che lascia pensare a qualcosa di molto tecnico. Seppur non sia così, Eternal Damnation ha molti influssi prog: lo si nota sia nelle lunghe strofe, in cui il drummer Angelo De Polignol cambia spesso ritmo, sia nei bridge, più strani e sinistri. I refrain, seppur obliqui, sono invece più heavy-oriented, con la loro melodia semplice e il riffage di vaga influenza power. Essendo elementari ma catturanti, sono essi il punto di forza della opener, insieme al buon assolo di chitarra sulla tre quarti, a tratti classicheggiante e in altri momenti più progressivo. Gli altri passaggi sono invece di minor caratura, piacevoli ma nulla più: è per questo che abbiamo una traccia godibile, ma non all’altezza dei pezzi migliori dell’album. Sin dall’inizio, la successiva We Live On A Lie si presenta più lineare. Dopo un intro lento e contenuto, parte una fuga dai toni speed metal, che caratterizza tutte le strofe, oscure e preoccupate, quasi opprimenti a tratti. L’accoppiata bridge-ritornelli è invece molto più aperta: i primi sono estremamente melodiosi, con anche echi di chitarre pulite, mentre i secondi, con la melodia di Marco Cantoni (cantante già apprezzato coi Cyrax) e il riffage maideniano sono assolutamente liberatori, e incidono alla grande, anche senza una melodia particolarmente catchy. Tuttavia, anche qui si respira una certa preoccupazione, più velata in questo caso: è proprio una certa inquietudine di fondo ad avvolgere l’intero pezzo. In ogni caso, la struttura è molto semplice: a parte qualche vaga venatura progressive qua e là, abbiamo un pezzo lineare, ma anche per questo efficace. Siamo infatti su livelli molto alti, di poco sotto alle migliori di Choose Your Prison! La successiva La Mort Qui Danse è un breve interludio (meno di un minuto) dalle tinte di musica folk: a dominare sono infatti la chitarra acustica e il flauto. È un frammento che serve solo a introdurre a dovere The King and the Guillotine. Questa è una traccia particolare che ricorda il folk metal anche senza alcun strumento tradizionale, a eccezione di qualche sparuta incursione della chitarra acustica. La suggestione si deve probabilmente alle melodie vocali di Cantoni e al ritmo ondeggiante di De Polignol; questi elementi tornano qua e là lungo la canzone, specie nei ritornelli, lenti e vagamente vocativi. Per il resto abbiamo qualcosa di energico e incalzante, che procede spesso con rapidità, interrompendosi solo per i suddetti intermezzi. Degna di nota anche la lunghissima seconda metà, in media più placida della prima, seppur abbia anche una fuga velatamente neoclassica al centro. A dominarla più che altro sono però lunghi passaggi delicati, con le tastiere e la chitarra acustica. Tutt’altro che moscio, è un complemento di caratura elevata per un pezzo particolare, ma di ottima qualità!

Money Makes the Difference  è molto più classica: lo si sente subito col riffage iniziale della coppia d’asce Marco Panizzo/Gino Pecoraro, heavy dalle vaghe venature thrash. È la stessa suggestione che prosegue anche quando la musica entra nel vivo, con lunghe strofe non troppo veloci, ma taglienti e di ottima potenza; i bridge si muovono sulle stesse coordinate, anche se sono più rapidi e martellanti. A esse si contrappongono i ritornelli, molto armonici nelle ritmiche maideniane e con un duetto Cantoni-cori che entra in mente con gran facilità. Tutte e tre le parti sono accomunate da una certa leggerezza, quasi scherzosa: è una sensazione che nei chorus esce fuori con gran chiarezza. Fa eccezione solo una brevissima frazione centrale, più melodica e malinconica; per il resto, abbiamo un pezzo piuttosto disimpegnato. Non che sia un problema: il risultato è infatti esaltante, il migliore della tracklist! Cambiano completamente i toni con Freedom, preoccupata e malinconica fin dal principio, con le sue ritmiche maideniane, maschie ma al tempo stesso espressive. Sia i passaggi più melodici, con l’accoppiata tra chitarre pulite e distorte, sia quelli più potenti ed arrembanti,che pestano con energia, sia quelli più strani e di origine progressive vanno nella stessa direzione, cambiando giusto di poco sfumatura. C’è spazio per qualcosa di meno afflitto solo sulla tre-quarti, dove l’infelicità è solo vaga e la velocità rende la musica più briosa. Pur non svincolando troppo dalla struttura classica, la linea su cui si muove il pezzo stavolta è più variegata, con molti passaggi diversi e tante variazioni nei temi musicali già sentiti. Il songwriting però è competente, e il mood generale fa bene da collante: abbiamo un brano non tra i migliori di Choose Your Prison ma ben fatto. La successiva Where Is My Future presenta sonorità moderne e anche una certa aggressività, data non solo dalle ritmiche di chitarra ma anche da Cantoni. La norma è abbastanza graffiante; più o meno vale lo stesso per i refrain, più cadenzati ma sempre duri, e con un retrogusto infelice neanche troppo nascosto. La struttura è molto lineare, e si stacca dalla classica forma-canzone solo al centro, diviso tra una prima parte molto tenera, un centro progressive molto aggressivo e un finale formato da un assolo più che tradizionale. È l’unica variazione importante di un pezzo semplice ma ottimo, appena sotto ai migliori della tracklist.

Nel finale, gli Shivers Addiction piazzano tre pezzi già presenti nell’esordio Nobody’s Land (2010), pubblicato quando alla voce c’era la prima cantante del gruppo, Olga Pezzali. La differenza con gli altri non è grande ma si nota: le strutture sono infatti meno progressive e più semplici. Non è un problema, in ogni caso, come si può sentire già dalla ballata Painted Arrow. In essa tornano le influenze folk, rappresentate dal lontano flauto, che mi ha ricordato addirittura i primi Ashes You Leave (!). Questo strumento è il protagonista delle strofe insieme a un tranquillo arpeggio di chitarra e alla voce pacata di Cantoni, che contribuisce all’aura introspettiva. Cambiano invece del tutto coordinate i ritornelli, potenti e drammatici, con un frontman acuto che contribuisce a farli sembrare quasi un parto dei Queensrÿche. L’alternanza tra i due forma in effetti uno strano affresco, per lunghi tratti intimista e nascosto, ma che sa anche esplodere. Il tutto avanza in maniera placida e lineare; a tal proposito, si cambia strada solo con la lunga parte strumentali dagli influssi progressive(e in questo caso folk) al centro, a cui gli Shivers Addiction ci hanno ormai abituato. Per il resto, non ci sono scossoni: abbiamo un pezzo elementare ma che non annoia mai, nonostante i sette minuti di durata, rivelandosi tra i migliori del lavoro. Si torna quindi a correre con la preoccupata Against We Stand, traccia un po’ particolare: le strofe sono infatti oblique, e invece della classica progressione presentano in bella vista le chitarre, mentre la batteria quasi si rifiuta di partire. I chorus sono invece più tradizionali, semplici e con una melodia canonica, seppur di buona presa. Entrambe le parti si susseguono veloci; in più, c’è spazio per un assolo vorticoso al centro. Per il resto, anche stavolta il brano è molto lineare, ma riesce a risultare piacevole, anche se nel terzetto finale è il meno valido (e forse vale lo stesso per il disco, insieme alla opener). Altro cambio di tono con Death Has Nothing to Teach, che dopo un lungo intro calmo e delicato parte come un pezzo scherzoso. Già le strofe, disimpegnate e allegrotte, sono un buon esempio di ciò, ma i bridge, martellanti e in cui Cantoni mostra il cantato schizofrenico sentito coi Cyrax, e i refrain, che ricordano da lontano certi Helloween, sono esemplari da questo punto di vista. In ogni caso, l’intera evoluzione è ammantata di elementi progressive, che vengono fuori con più evidenza nella parte centrale. Piena di cambi di tempo e di tono, quest’ultima si distacca sensibilmente dai temi e dal mood di ciò che la circonda. Poco male, comunque: la sua piacevolezza e anche la brevità non le permettono di stonare, rendendola anzi un buon arricchimento per questo ottimo episodio. L’album è finito qui, ma c’è spazio per una bonus track: una nuova versione di Painted Arrow, uguale alla precedente, se non fosse per il duello tra Cantoni e l’ospite Evelyn. Visto che non cambia molto da quella già sentita, è un pezzo non imprescindibile, seppur interessante.

Tirando le somme, a Choose Your Prison non manca la sostanza, e anche l’originalità della proposta non è niente male. Gli Shivers Addiction dovranno lavorare ancora un po’ sul songwriting e limare qualche particolare, per creare canzoni ancor più efficaci in futuro; sembra però che non siano molto distanti, la strada è già quella giusta. Proprio per questo, se siete fan del genere heavy metal e cercate qualcosa di alternativo al revival degli ultimi anni, i lombardi sono qui giusto per voi!

Voto: 82/100

Mattia

Tracklist:

  1. Eternal Damnation – 05:47
  2. We Live on a Lie – 04:51
  3. La Mort Qui Danse – 00:56
  4. The King and the Guillotine – 05:35
  5. Money Makes the Difference – 04:46
  6. Freedom – 05:29
  7. Where Is My Future – 05:13
  8. Painted Arrow – 08:06
  9. Against We Stand – 04:08
  10. Death Has Nothing to Teach – 04:41
  11. Painted Arrow (feat Evelyn) (bonus track) – 07:04
Durata totale: 55:37

Lineup:

  • Marco Cantoni – voce
  • Marco Panizzo – chitarra
  • Gino Pecoraro – chitarro
  • Fabio Cova – basso
  • Angelo De Polignol – batteria
Genere: heavy/progressive metal

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