Scarleth – The Silver Lining (2015)

Ho accettato di scrivere questa recensione perché ad un primo ascolto questa band suonava davvero niente male. E’ sempre una bella occasione sfruttare le recensioni da fare per conoscere nuovi gruppi dal mondo che prima si disconoscevano. E, come già capitato in passato, abbiamo fatto un’altra volta centro: gli Scarleth hanno i numeri, e ne hanno anche tanti. Sette, per l’esattezza. Infatti, la formazione ucraina arriva al suo secondo lavoro grazie alla cooperazione musicale di ben sette unità che impacchettano un prodotto davvero ottimo che riesce a distinguersi nonostante le notevoli influenze. Già dalla copertina, prodotta da Vyacheslav Smishko, la nostra attenzione viene catapultata all’interno del mondo che questa band costruisce intorno a sé. Per sviscerare meglio il lavoro dei ragazzi in questione, seguitemi in questo track-by-track non molto lungo ma pregno di tutte le emozioni che loro hanno saputo regalarmi.

Iniziamo con la prima traccia, Night of Lies. La tastiera ci prende per mano e ci introduce in questo mondo retto da una base power/symphonic di pregevole fattura. I ritmi incalzanti e la durezza delle chitarre abbracciano una voce dolce regalataci da Irina Makukha, una vera scoperta per me, che è riuscita davvero a stupirmi. Per tutta la durata del pezzo la sua voce fare i conti con quella di Oksana Element, che con la sua voce sporcata da un violento growl ci riporta con veemenza alle strade piene di voragini che la copertina rappresenta. Per quanto riguarda le corde, non si può dire che ci si sia limitati a svolgere il minimo sindacale, ma in questo pezzo non viene fuori nulla di particolarmente esaltante da quella parte. Questa introduzione all’album viene seguita da Double Memory, anche qui si inizia con la tastiera e il tutto fa pensare tanto ai più noti Stratovarius, ma gli Scarleth con questo pezzo hanno fatto centro. E’ tutto molto interessante, dalla trama proveniente dai tasti bianchi e neri, al lavoro chitarristico, all’intreccio delle due voci, alla prova del basso. Brano promosso a pieni voti per una composizione che non risulta scontata nemmeno per un millesimo di secondo, proprio quello che amo di più. Qualità in costante aumento e mentre lasciamo andare il secondo pezzo di questo ottimo lavoro, ci imbattiamo in The Gates of Dark Sun. Apertura orientaleggiante per il pezzo più lungo dell’album, che con i suoi otto minuti ci mostra un altro scorcio del talento compositivo di questi ragazzi. Questa volta i ritmi sono più pacati e l’aria creata dal comparto strumentale è più distesa. Pur restando nella sua dimensione dai suoni “d’oriente”, il brano muta sotto certi aspetti regalandoci una visione da più angolazioni di un soggetto centrale veramente ben concepito. Il sostegno sinfonico regalato dalle tastiere non è da sottovalutare, perché riesce a tenere l’atmosfera sospesa per tutta la durata del brano, dando quel senso di vaghezza di cui il brano necessitava per funzionare a pieno. Risaliamo da questo deserto orientale per tornare alla nostra città devastata. E ci torniamo a tutta velocità. Veloce, esplosiva, Voices ci fionda di nuovo in quell’abisso apocalittico in cui solo un fiore dona speranza. Ritornello prettamente melodico, per un brano che spinge tutto sul pedale del power, che ci risveglia da quell’indefinitezza nella quale il pezzo precedente ci aveva abbandonato. Un pezzo non molto complicato ma che ha il suo perché in un album popolato dalle scritture più eterogenee. Un pianoforte ci chiama verso un’altra avventura in questo mondo devastato, immettendoci in Dying Alone. Un mid-tempo saggiamente gestito e sapientemente messo in piedi da un gruppo che mi ha stupito davvero parecchio. Un brano che affonda le sue radici nella malinconia che ci viene abilmente suggerita dai giri melodici scelti dai musicisti, i quali posizionano al quinto posto di questo platter un pezzo camaleontico e struggente che rappresenta la metà di questo emozionante viaggio in queste lande desolate. Un’intro quasi folk apre il sipario per One Short Life, canzone nella quale vengono portate al limite le abilità vocali della bravissima vocalist della formazione ucraina. Continuo a stupirmi per quanto le trame descritte da chi ha messo su il disco riescano sempre a spiazzarmi e il tutto forma un mosaico tremendamente interessante. Nella parte strumentale del brano chitarra e tastiera si rincorrono in due assoli bellissimi e concatenati, che si uniscono in una spirale dalla quale inizia ad emergere la speranza che quella rosa nel deserto rappresenta così bene. La scelta via via più melodica del mood dei brani non è per nulla casuale, ci avviciniamo alla fine del brano e la natura sta per germogliare di nuovo laddove l’uomo ha portato la distruzione. Breve accelerazione finale e viaggio che prosegue con uno sguardo al cielo, Before the Night Falls, prima che cali la notte. L’atmosfera di speranza costruita dal brano precedente viene quasi scardinata da un mix con l’aria cupa che tanta parte aveva avuto nella prima parte del disco. Questa volta possiamo leggere anche un certo alone di mistero nella linea vocale della nostra Irina, e ciò provoca una forte inquietudine sollecitata da una parte strumentale tutt’altro che rassicurante, ma progettata divinamente. La perizia compositiva di questo brano è probabilmente la migliore di tutto l’intero lavoro, uno spettacolo puro per le orecchie, che si abbandonano a questo pezzo con una totale incertezza. L’aria si fa sempre più incalzante mentre scivoliamo all’interno di Pure Desire, penultimo brano dell’album. Se per caso vi foste assopiti durante l’ascolto del disco, questa canzone arriva come una martellata all’interno del timpano e fa sentire la sua voce all’interno del platter. Ritmi velocissimi e sequenza di accordi che sulla scala tende ad ascendere. Provate a fermarli questi ragazzi, ma loro non faranno altro che sfornare bombe di questa portata e continueranno a farlo si spera per tanti altri anni a venire. Piede sull’acceleratore e colori chiari che iniziano a fendere un cielo che non era più terso da un po’. Veniamo sparati a tutta forza nell’epilogo di un album davvero meraviglioso, passando attraverso Last Hope, l’ultima speranza. L’ultima speranza rappresentata da quel fiore colorato in mezzo ad una sterminata distesa di grigiume e devastazione. Gli Scarleth ci riportano alle atmosfere iniziali inserendo però degli sprazzi melodici quasi teatrali che suonano davvero bene. La fine di un viaggio che spacca le nuvole tetre e minacciose e ci regala qualcosa di fresco e nuovo, la natura che si riappropria di ciò di cui era stata depauperata, il colore che si riprende la scena sparando tutte le sue cartucce sul grigio divenire che ha trasformato la terra in un posto invivibile. Gli strumentisti ci accompagnano man mano alla fine con un pezzo dalla scrittura impeccabile e con un finale da brividi. L’ultima speranza ha vinto, si può ricominciare.

Capita davvero raramente che un gruppo mi prenda così tanto e mi faccia immedesimare in una storia che la mia interpretazione ha voluto ricreare. Solo applausi per gli Scarleth, autori di un disco che non presenta sbavature e che usano tutte le loro risorse per confezionare un’opera power dalle mille sfaccettature.

Capolavoro.

Voto: 90/100

Francesco

Tracklist:

  1. Night of Lies – 06:03
  2. Double Memory – 04:58
  3. The Gates of Dark Sun – 08:04
  4. Voices – 03:57
  5. Dying Alone – 04:03
  6. One Short Life – 04:42
  7. Before the Night Falls – 06:54
  8. Pure Desire – 04:31
  9. Last Hope – 07:04
Durata totale: 50:16
Lineup:
  • Oksana Element – voce growl
  • Victor Morozov – chitarra
  • Anastasia Dmitrieva – tastiere
  • Vladimir Ishchuk – tastiere
  • Irina Makukha – voce pulita (guest)
  • Max Morton – basso (guest)
  • Dmitry Smotrov – batteria (guest)

Genere: symphonic power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Scarleth

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