Lola Stonecracker – Doomsday Breakdown (2015)

Per chi ha fretta:
Giunto dopo una gavetta abbastanza lunga, Doomdsday Breakdown (2015), full d’esordio degli emiliani Lola Stonecracker, è un album maturo e di sostanza.  Merito certo del suo personale stile, un eterogeneo mix che partendo dallo sleaze degli anni ottanta ingloba influenze dal rock degli anni novanta. In più, il gruppo mostra buoni livelli per quanto riguarda l’energia, il comparto melodico e anche l’autoironia. D’altra parte, in qualche particolare l’album è esagerato (per esempio in lunghezza), e le ballad non funzionano come gli altri pezzi: sono però difettucci di poco conto. Di fatto, l’album è disseminato di grandi canzoni: Generation on Surface, la title-track e Psycho Speed Parade, i tre brani migliori, sono in realtà solo la punta dell’iceberg. Per questo, nonostante i suoi difetti Doomsday Breakdown è un album di ottimo livello, che merita l’attenzione e l’acquisto dei fan dello sleaze metal e dell’hard rock.

La recensione completa:
Rispetto agli anni d’oro del rock e del metal, oggi la distanza tra la data di formazione di un gruppo e la pubblicazione del suo esordio si è molto ridotta. Sarà perché i tempi sono cambiati, perché viviamo in anni frenetici: fatto sta che oggi molte band pubblicano il primo album quando sarebbe stato meglio affrontare una gavetta più lunga. D’altro canto, non sempre è così: c’è anche chi, nato da poco, riesce già a suonare maturo; altri invece decidono di farsi le ossa e di non affrettare i tempi, come è successo al gruppo di oggi, i Lola Stonecracker. Nati a nel 2009 a San Giovanni in Persiceto (Bologna), passano in breve tempo dall’essere una cover band dei Guns ‘n’ Roses a pezzi originali. Ciò li porta a pubblicare, nel 2011, un EP omonimo; dopodiché, invece di dare il via ai lavori per il debutto sulla lunga distanza, il gruppo parte per lunghi tour, facendo da spalla a musicisti del calibro di Faster Pussycat, Gilby Clarke, Reckless Love, Adler’s Appetite e John Corabi. Solo dopo questa lunga gavetta arriva l’ora dell’esordio: inciso sotto la supervisione di Roberto Priori (chitarrista dei Danger Zone, che gli dà anche un bel suono grezzo e potente), viene pubblicato nel 2015 col titolo di Doomsday Breakdown. Il genere affrontato dal gruppo in esso è un hard rock etichettabile come sleaze metal, ma con tante sfaccettature diverse. È un sound che pur non rinnegando radici ben salde nell’epoca d’oro del genere è aggiornato ai tempi moderni. E così, ecco comparire influssi diversi, a volte anche da stili lontani come alternative rock e post-grunge, presenti nel background dei Lola Stonecracker pur non prendendo mai il sopravvento. Anche se un po’ eterogenea, quella degli emiliani è un’unione che funziona bene: tra un’energia lodevole, un buon gusto per la melodia e anche una certa vena autoironica, Doomsday Breakdown è un album che diverte molto. Lo fa anche a dispetto dei suoi difetti, che pure sono presenti: per esempio, ogni tanto il gruppo sembra mettere troppa carne al fuoco, e perde un po’ di focus delle canzoni. Come vedremo, ci sarebbe qualcosa da ridire anche sulle ballate disseminate per la tracklist, che sembrano fatte quasi per obbligo e non hanno la scintilla degli altri pezzi. Tuttavia, sono tutti problemucci da poco, che non riescono a scalfire troppo a un album di ottimo valore.

Un breve intro dai toni orientaleggianti, poi Jigsaw deflagra, non troppo rapida ma terremotante, oltre che con una certa cupezza. Almeno le strofe sono piuttosto crepuscolari, grazie anche a vaghe venature punk. A livello atmosferico, il brano però muta parecchio: i bridge, come anche la frazione strumentale al centro, sono infatti molto più disimpegnati e divertenti, spezzando l’aurea precedente. Non parliamo poi dei ritornelli, zuccherosi e pop-oriented, che si stampano in mente al primo ascolto. Nonostante la differenza tra queste parti, il mix è comunque convincente: abbiamo infatti una grande apertura! Con Witchy Lady ci si sposta verso qualcosa a metà tra l’alternative e il southern rock, almeno nelle strofe, tranquille e malinconiche. Per contrasto, i ritornelli sono più rocciosi, con le loro sfumature hard anni settanta e una melodia ancora di facile presa. A collegare le due parti inoltre c’è un raccordo a metà tra i due mondi. C’è poco altro da dire in una canzone breve e semplice, ma molto coinvolgente. Dopo un intro obliquo si avvia quindi Generation on Surface, pezzo ossessivo e potente, in cui i Lola Stonecracker mostrano il loro lato più giocoso. Così, il cantante Alex Fabbri è autore di una prestazione istrionica su una base brillante, che si modifica per seguirlo – per esempio a un certo punto si appesantisce e cita Symphony of Destruction dei Megadeth. In tutto questo, il momento più serioso sono i ritornelli, con il ritmo lineare e battente del drummer Christian Cesari e la melodia di base semplice ma catturante. Per il resto, la canzone è lunga e complessa, è una certa schizofrenia di fondo che la guida; il tutto è però molto ben scritto, e mai lasciato al caso. Completa il quadro un testo al contrario non divertente, bensì molto critico: è un altro dettaglio vincente per un pezzo grandioso, il migliore in assoluto di Doomsday Breakdown. Cambiano del tutto i toni per Secret for a Universe, ballata docile e in cui il gruppo mostra il suo lato più alternative, il che però è il suo principale problema. Seppur non dia fastidio e sia anche piacevole, abbiamo infatti il classico pezzo radiofonico anni novanta, che sa molto di già sentito. Ciò è evidente in particolare nei ritornelli, croce e delizia del pezzo, con la loro melodia dolce e romantica, ma anche molto scontata. In generale, abbiamo un brano anche carino, ma che non lascia una gran traccia di sé. Si torna a ragionare con Perils of a Man From the Past, traccia scatenata e dai toni sleaze, visibili in particolare nelle strofe, con un riffage maschio e potente. Esse progrediscono in maniera abbastanza complessa, ma senza mai abbandonare una certa linea, a cui si conformano anche i ritornelli, tant’è che anch’essi sembrano parte delle strofe. È in effetti un pezzo un po’ particolare, che a tratti ha qualche melodia meno incisiva, ma anche dei momenti di puro godimento: lo è per esempio lo sfoggio di riff al centro, a tratti puramente d’impatto, in altri momenti dal fascino vintage. È la parte migliore di un pezzo che forse non impressiona come i migliori, ma è godibile al punto giusto.

Dopo uno splendido intro, in cui domina un synth quasi spaziale, Jekyll and Hyde parte con un riff granitico e potente, che poi sosterrà i chrous. Questi ultimi vedono il ritorno delle tastiere e sono molto potenti, ma senza rinunciare a una melodia vincente. Le strofe sono invece più sottotraccia, con ritmiche più tranquille e meno rutilanti, anche se Fabbri è autore di una prestazione enfatica. In generale, l’intero brano è molto teatrale, e presenta variazioni musicali e interventi vocali tutti al servizio del suo concept. Esso è basato non solo sul celebre romanzo di Robert Louis Stevenson a cui deve il nome ma anche al musical di Frank Wildhorn e Leslie Bricusse a esso ispirato, da cui vengono riprese anche alcune linee di testo. Il risultato di tutto ciò è convincente, sia nei momenti più rutilanti che in quelli d’atmosfera: abbiamo infatti un pezzo appena al di sotto dei migliori dell’album! A questo punto, saggiamente, i Lola Stonecracker piazzano la più lineare Doomsday Breakdown, anche se non si può certo parlare della classica canzone. Sia nei ritmi che nelle melodie, ci troviamo di fronte quasi alla versione hard rock di un pezzo dance. A parte le strofe, divise a metà tra pulsioni potenti ma scherzose e passaggi più intimisti e tranquilli, la norma è molto dinamica e ballabile, come mostrano i ritornelli, peraltro catchy in maniera estrema. Niente paura, comunque: nonostante questo il brano non perde di potenza, ma guadagna in compenso una strana atmosfera, difficile da trovare nel rock. Ottimi, in ogni caso, anche i passaggi più scherzosi, tra cui brilla la frazione centrale, variegata e tratti anche abbastanza tecnica, ma scritta in modo da essere sempre interessante. È un altro arricchimento per un pezzo grandioso, il meglio che l’album a cui dà il nome abbia da offrire! È ora il turno di Mc Kenny’s Place, pezzo di disimpegnato rock duro venato di punk con l’anima più che classica. Lo è sin dalla struttura, stavolta estremamente canonica: si procede dalle strofe, disimpegnate e quasi allegre, ai refrain corali e trascinanti, di gran potenza. C’è spazio anche per la notevole sezione solistica del produttore Priori al centro, breve ma notevole, e anche per la solita frazione scherzosa, con finte cheerleader. Per il resto abbiamo un pezzo molto breve ed elementare ma splendido, quasi al livello dei migliori del disco. Giunge quindi All This Time, un altra ballata tradizionale. La sua alternanza è infatti tra strofe soffuse, con gli intrecci della chitarra pulita di Andrea Ferriani  e quella acustica di Daw Dave, e refrain leggermente più potenti. Questi ultimi sono arricchiti da una bel pathos, dato da Fabbri, e riescono a incidere discretamente; lo stesso vale anche per l’assolo centrale, un altro punto forte del pezzo.  Dall’altra parte, seppur in forma minore, il pezzo soffre dello stesso difetto del precedente: l’effetto già sentito ne smorza in parte l’efficacia. Per questo abbiamo una ballad anche carina e coinvolgente, ma non al livello di ciò che la circonda. Per capirlo basta sentire la successiva Space Cowboys, che in onore al suo testo ha un vago sentore southern e blues, spesso nascosto, specie nelle strofe, strane e oblique. Nella norma principale questa suggestione è molto più forte; lo stesso vale per i chorus, seppur in questo perdano un po’, compensando però con melodie catturanti. Più importante, il brano è dominato da un mood disimpegnato, dato dal duetto tra i due cowboy protagonisti delle liriche e dai tanti arrangiamenti che punteggiano la musica, rendendola più brillante. È proprio questo il punto di forza di un pezzo che, pur mettendo al primo posto il divertimento, riesce a essere sempre piacevole e mai stucchevole o fine a se stesso: si dimostra infatti di gran valore!

Psycho Speed Parade è un pezzo diretto e semplice, che da strofe rockeggianti e coinvolgenti si fa anche più frenetico coi bridge, serrati al massimo, per poi sciogliere la tensione coi ritornelli. Questi, di nuovo zuccherosi e catchy, ma coinvolgenti al massimo livello, hanno un mood del tutto particolare. Stavolta inoltre, nonostante qualche cenno ironico (spicca in tal senso la citazione di South Park), la canzone è più seriosa e rivolta all’impatto. Non che sia un difetto: abbiamo infatti un pezzo semplice ma splendido, il migliore di Doomsday Breakdown insieme a Generation on Surface e alla title-track. Entra quindi in scena Mistery Soul Maverick, che nonostante le forti striature hard rock, presenti ad esempio nel riff iniziale, è un pezzo dall’inedita anima alternativa. Essa viene fuori con forza sia nelle strofe, ossessive e dal mood malinconico, sia soprattutto nei ritornelli, sognanti ma al tempo stesso anche piuttosto infelici. C’è anche qualche passaggio più orientato verso il rock duro, che punta sulla potenza, ma stavolta è più raro, si limita a qualche incursione. Abbiamo una traccia molto diversa dalla norma a cui i Lola Stonecracker ci hanno abituato, ma in questo caso  non stona: abbiamo infatti un pezzo che piace molto anche a me, che non sono un grande fan dell’alternative rock. È ora la volta di Relax: cover del celebre brano synth pop di Frankie Goes to Hollywood, è una trasposizione rocciosa e potente, ma che a parte questo non si distacca molto dall’originale. Nonostante i buoni propositi e la convinzione del gruppo nel suonarla, il risultato sembra più un divertimento estemporaneo che un vero e proprio membro della tracklist. È divertente, ma c’entra poco col resto di Doomsday Breakdown, soprattutto per qualità. Segue quindi Shine, terza e ultima ballad della serie, stavolta anche più soft delle altre, il che però è un bene. Anche per questo che il pensiero corre, più che agli anni novanta, all’AOR della fine della decade precedente, ma con un piglio leggermente più moderno che la allontana dalla banalità. Certo, la struttura è quella classica: le strofe sono pacate e romantiche, e lo stesso mood si conserva nei più intensi refrain, con cori che ricordano da lontano i Queen e ritmiche potenti.  Ottima anche la parte finale, intensamente corale e che da un tocco di classe in più a un lento forse prevedibile ma buono, il migliore dei tre di Doomsday Breakdown. A questo punto, siamo agli sgoccioli: la conclusiva Using My Tricks si divide tra momenti più tranquilli e soffici e altri invece a tinte esplosive. Le strofe appartengono ai primi, con le loro melodie riflessive e calme. Al contrario, i ritornelli sono potenti, con il riffage della coppia Dave/Ferriani granitico quasi a livello metal, seguito anche da Fabbri, che dai toni pacati precedenti cresce molto e si fa graffiante. Questa progressione va avanti a lungo, anche se come da norma del gruppo ci sono variazione che la interrompono: per esempio, c’è quella di soffice flamenco posta al centro, strana ma che si impianta bene nel tessuto del pezzo. C’è da dire che non dappertutto la canzone è efficace al massimo delle sue possibilità: nel complesso però abbiamo un gran pezzo, non tra i migliori dell’album ma nemmeno una chiusura inappropriata.

Alla fine dei giochi, Doomsday Breakdown è un album con alcuni difetti e anche un po’ lungo, ma che può contare su grandissimi pezzi che da soli valgono l’ascolto, se non direttamente l’acquisto. Per i fan del grande sleaze metal di fine anni ottanta, specie se non disdegnano la musica del decennio successivo, i Lola Stonecracker sono un nome da tenere d’occhio: il talento e la personalità che hanno sono indiscutibili, e chissà che non facciano anche di meglio, in futuro.

Voto: 85/100

Mattia

Tracklist:

  1. Jigsaw – 03:22
  2. Witchy Lady – 03:52
  3. Generation on Surface – 04:22
  4. Secret for a Universe – 04:23
  5. Perils of a Man from the Past – 04:01
  6. Jekyll and Hyde – 04:41
  7. Doomsday Breakdown – 04:24
  8. Mc Kenny’s Place – 03:06
  9. All This Time – 04:39
  10. Space Cowboys – 04:22
  11. Psycho Speed Parade – 03:39
  12. Mistery Soul Maverick – 03:48
  13. Relax – 03:14
  14. Shine – 05:19
  15. Using My Tricks – 04:49
Durata totale: 01:02:02
Lineup:

  • Alex Fabbri – voce 
  • Daw Dave – chitarra
  • Andrea Ferriani – chitarra
  • Diego Quarantotto – basso
  • Christian Cesari – batteria
  • Pier Mazzini – tastiere (guest)
Genere: hard rock
Sottogenere: sleaze metal

Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Lola Stonecracker

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