Helion Prime – Helion Prime (2016)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEHelion Prime (2016) è l’album d’esordio dell’omonima band americana.
GENEREUn power metal a metà tra scena americana ed europea, con in più diversi spunti di personalità
PUNTI DI FORZAUn suono fresco e originale, un ottimo equilibrio tra potenza e melodia, una registrazione efficace. In più, valorizzano il tutto la voce grintosa della cantante Heather Michele, un songwriting competente e inedite tematiche scientifiche/fantascientifiche.
PUNTI DEBOLIGiusto qualche piccola ingenuità, davvero poco influente.
CANZONI MIGLIORIThe Drake Equation (ascolta), Into the Black Hole (ascolta), Ocean of Time (ascolta), Apollo (The Eagle Has Landed) (ascolta)
CONCLUSIONI 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
91
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Dopo alcuni anni di stagnazione, il power metal sembra vivere una nuova giovinezza. Capita ormai spesso di ascoltare nuovi gruppi che riescono a pubblicare lavori a volte anche non troppo originali, ma con un cuore e una passione fuori dal comune. L’ultimo caso in ordine di tempo è quello degli statunitensi Helion Prime. Nati a Sacramento (California) qualche anno fa, hanno pubblicato nel 2015 il demo The Drake Equation, per poi tornare in breve in studio e registrare il primo full length omonimo, uscito autoprodotto lo scorso quindici febbraio. Nonostante la breve gavetta, questo esordio dimostra la maturità del gruppo: seppur non innovino nulla, gli Helion Prime riescono a colpire a dovere. In ogni caso, il loro genere è un power metal di stampo americano, con giusto qualche influenza più heavy; il quartetto ha però un occhio di riguardo anche per l’incarnazione europea del genere, e l’ibrido che ne risulta è se non altro fascinoso. In più, gli americani hanno saputo trovare giusto equilibrio: le canzoni dell’album sono infatti piene di melodie e molto armoniose, ma al tempo stesso hanno un buon livello di energia. Ciò è possibile anche grazie a una produzione graffiante, scarna ma senza eccessi e professionale, e alla voce di Heather Michele Smith, grintosa e molto lontana dagli eccessi di certi tenori nel genere. Completa il quadro un songwriting attento e particolareggiato e un inedito immaginario lirico ispirato alla grande fantascienza, una scelta ben poco diffusa nel power. Così, Helion Prime è un album personale e brillante, con poche ingenuità – peraltro passabili per un gruppo agli esordi – e tanta sostanza, come leggerete tra poco.

Si parte da Into the Alien Terrain, preludio che al contrario delle classiche sonorità sinfoniche presenta tastiere, synth e campionamenti distorti. È un intro adatto per introdurre le atmosfere fantascientifiche del disco, prima che The Drake Equation attacchi. Essa mostra subito una certa morbidezza, almeno per le strofe, che sono abbastanza lente e riflessive. L’atmosfera sognante, data sia dal florilegio di melodie che dalla voce evocativa della Smith, compensa però ampiamente. Se questa norma è valida, bridge e ritornelli sono anche più incisivi, e non solo per la velocità più sostenuta. I secondi in special modo, coi loro intrecci vocali, sanno come catturare a meraviglia. A livello macroscopico ci sono ben poche variazioni da questa linea, a parte una brevissima parte centrale, in cui al posto dell’assolo c’è un acuto della cantante. Analizzando nel particolare, però, si notano tantissimi arrangiamenti diversi, peraltro messi giù con cognizione di causa. È anche per questo che la song non annoia mai e incide sempre, rivelandosi da subito la migliore dell’album che apre. La successiva Life Finds A Way è meno veloce ma in compenso più dinamica e incalzante, con vaghe venature maideniane nel bel riff principale, semplice ma avvolgente. È una norma che pur tendendo a evolversi leggermente si mantiene fedele a se stessa: le uniche variazione si hanno per bridge e chorus, peraltro contraddistinti da ottime melodie. Se i secondi sono incisivi e vagamente malinconici, i primi sono anche più efficaci, coi cori potenti che contengono e la loro vena evocativa. Chiude questo semplice quadro il bell’assolo centrale dell’ospite Taylor Washington, un arricchimento per un pezzo breve ma splendido, il cui unico difetto è trovarsi tra due pezzi migliori del lotto! Ora giunge infatti Into the Black Hole, che nonostante un inizio macinante si rivela presto l’ideale singolo di Helion Prime. A ritmiche spesso taglienti, sostenute dalla classica doppia cassa del batterista Justin Herzer, si contrappongono cori zuccherosi, che proseguono per tutte le strofe. Essi sono presenti anche nei ritornelli, che dopo brevi e potenti raccordi, quasi panteriani, si aprono, rivelandosi per quel che sono: melodiosi, liberatori, estremamente catchy. Stavolta inoltre la forma-canzone è rispettata quasi alla lettera: ne risulta un pezzo molto semplice ma eccezionale, non solo tra i più “facili” della tracklist ma anche uno dei migliori.

A Place I Thought I Knew è la ballata di rito, e in principio alterna tratti melodici e con le chitarre pulite a chorus leggermente più potenti, in cui in questo caso entrano distorsioni spaziali. Gli Helion Prime però stupiscono ancora: a un tratto la musica strappa e si fa più potente. Dopo un breve tratto cantato, giunge in scena una lunga sezione strumentale, corredata di ritmiche molto pesanti e di ottimi assoli del leader Jason Ashcraft. La musica quindi riprende con la progressione già sentita, coi ritornelli e la parte più potente che si incolonnano, stavolta con più energia; poi il tutto si spegne in un outro con ancora i toni soft iniziali. Nel complesso è un pezzo che nei tratti più morbidi è un po’ meno efficace, ma che a parte ciò è di livello elevato. Si torna al power propriamente detto con You Keep What You Kill. Dopo un attacco davvero granitico, specie grazie al martellante di Herzer, parte come un brano meno pesante ma più frenetico. Le strofe infatti sono per metà rapide e frettolose, una fuga che conduce a rallentamenti di nuovo granitici e anche più oscuri, a causa del growl dell’ospite Bryan Edwards (già coi Seven Kingdoms) che fa capolino. Questa progressione porta a bridge evocativi e anthemici, con tastiere in evidenza e cori potenti. Se entrambe le parti sanno coinvolgere, il meglio però giunge coi refrain veri e propri: ancora una volta liberatori e con un velo di vaga melodia, sanno essere estremamente immaginifici e straordinari, pur durando poco. In tutto questo, c’è spazio anche per qualche arrangiamento variegato, che arricchisce la struttura e la rende più interessante e mai noiosa. Forse non sarà il pezzo migliore del disco, ma gli manca davvero poco. Giunge quindi Ocean of Time, pezzo tutto “on speed”, con melodie che ricordano il power tedesco (in particolare i Gamma Ray), più che quello americano. La progressione è semplice: dalle strofe, dirette e con giusto qualche piccolo stacco, si passa ai frenetici bridge e quindi ai chorus, più aperti e coi soliti cori a duettare con la splendida voce della Smith su una melodia catchy ai massimi termini. Il tutto è ammantato di un mood vagamente epico e molto incalzante, che incide a meraviglia. Completa il quadro una parte centrale serrata in cui la chitarra di Ashcraft fa a gara in velocità con i synth, e i giochi sono fatti: abbiamo un altro dei pezzi più validi di Helion Prime, elementare ma di impatto assoluto!

Moon-Watcher si avvia con la voce della frontwoman in solitaria, il che fa pensare quasi a una ballad. Poi però la musica acquista potenza, anche se il ritmo è più basso e i toni sono meno energici di prima. Solo le strofe sono più graffianti, con le loro chitarre aggressive. Al contrario, i ritornelli sono dominati dai lead e dalla voce della Smith, rivolti entrambi verso uno strano pathos, diverso da quello classico del power. Stavolta, tuttavia, non tutto funziona: alcuni passaggi sembrano meno brillanti, e tendono a esplodere meno. Di fatto, ne vien fuori un pezzo che in questa tracklist è il punto più basso, ma è anche sufficientemente buono per diventare una hit se messo in qualsiasi disco medio di power odierno! La successiva Apollo (The Eagle Has Landed) ha anch’essa forti suggestioni tedesche, forse più di Ocean of Time. Ne è la riprova l’attacco, pieno di melodie a là Blind Guardian/Gamma Ray, seguita da lunghe strofe molto macinanti, a metà tra cupezza ed epicità, con una forte tensione di fondo, che sa coinvolgere a meraviglia. Questa preoccupazione si scioglie però coi refrain, che al contrario sono solari, allegri ed esplosivi, sposandosi bene con l’esaltazione dell’impresa dell’Apollo 11 descritta dal testo. È la stessa atmosfera che si respira anche nella parte centrale, trionfante grazie alla voce della Smith, sotto cui si stagliano chitarre dal sapore metalcore, un connubio strano ma che funziona. Del resto ogni particolare fila liscio: abbiamo infatti il miglior brano del platter insieme a The Drake Equation, Into the Black Hole e Ocean of Time. Helion Prime è ormai alle ultime battute, e il finale è affidato a Live and Die on This Day. Inizialmente è piuttosto lenta, con la chitarra pulita di Ashcroft e il pianoforte da soli in scena con la voce. Anche dopo che l’intro è terminato, però, i toni in media sono meno frenetici che in passato. Qualche fuga più rocciosa è presente, come dimostrano le strofe, dal riffage molto tagliente; lo stesso vale per la lunga sezione strumentale al centro. La maggior parte della canzone è però più riflessiva, sia nei tratti lenti e ariosi che in quelli di ritmo leggermente più alto. Notabile la presenza dell’ospite d’eccezione Niklas Isfeldt dei Dream Evil, a tratti in solitaria, per poi duettare con la Smith nei bridge e nei ritornelli: entrambi, seppur con caratteristiche diverse, sono espressivi e particolari, e nonostante non abbiano melodie propriamente catchy coinvolgono bene, risultando il meglio che il pezzo possa offrire. È una chiusura adeguata e di alta qualità, lunga sei minuti e mezzo ma mai noiosa, che dà un gran finale al disco – anche se la conclusione vera è una ghost track che, dopo qualche secondo di silenzio, investe l’ascoltatore per pochi secondi con suoni inquietanti.

Concludendo, Helion Prime è un piccolo capolavoro del genere power, con tanti pezzi memorabili e pochissimi punti bassi. Se siete amanti del power metal e volete beneficiare della nuova ondata di band valide che da qualche anno sta dando nuovo smalto al genere, è un album che saprà fare la vostra felicità. Fatelo vostro, e date una chance alla band californiana: vedrete, la soddisfazione è garantita!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Into the Alien Terrain01:39
2The Drake Equation04:57
3Life Finds a Way04:35
4Into the Black Hole05:05
5A Place I Thought I Knew05:51
6You Keep What You Kill04:26
7Ocean of Time05:41
8Moon-Watcher04:51
9Apollo (The Eagle Has Landed)06:01
10Live and Die on This Day07:08
Durata totale: 50:14
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Heather Michele Smithvoce
Jason Ashcraftchitarra
Jeremy Steinhousebasso
Justin Herzerbatteria
OSPITI
Carlos Alvarezchitarra addizionale
Austin Bentleytastiere e orchestrazioni
Taylor Washingtonchitarra solista (tracce 3, 8, 10)
Bryan Edwardsvoce (traccia 6)
Niklas Isdeldtvoce (traccia 10)
Jeff Teetschitarra solista (traccia 4)
Steven Soderbergchitarra solista (traccia 5)
Brett Windnaglechitarra solista (traccia 7)
Josh Schwartzchitarra solista (traccia 9)
Ryan Pataneassolo di tastiera (traccia 9)
Travis Siglernarrazione (traccia 1)

 

ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Online Metal Promo

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