Rhapsody Sweden – Strange Vibrations (1978)

Per chi ha fretta:
I Rhapsody Sweden sono un gruppo hard rock svedese che nel 1978 ha pubblicato il suo unico album, Strange Vibrations. È un lavoro che ha soprattutto un difetto: tende a ricalcare quanto già fatto dai Deep Purple e dai Rainbow, senza esplorare troppo in fatto di personalità. Nonostante questo, l’album ha anche qualcosa da dare: oltre a qualche interessante venatura heavy metal, la tracklist contiene composizioni valide. Been So Long e Take It to the Highway sono i suoi punti più alti, ma anche il resto se la batte, comprese le due tracce bonus registrate nel 2004: la sola Creepers non sembra all’altezza. Per tutti questi motivi, Strange Vibrations non è un capolavoro ma un buon album, che saprà farsi apprezzare dai fan dell’hard rock anni settanta.

La recensione completa:
Quando si pensa alla Svezia, a venir in mente per primo è il grande death metal, le due scene di Stoccolma e di Gothenburg e i tanti gruppi che hanno innovato il genere alla fine del millennio. Al massimo, si potrà pensare alla piccola ma vitale scena doom del paese scandinavo, o ai tanti gruppi black e power di qualità provenienti proprio da lì. Eppure, la storia musicale della musica dura Svezia è più vecchia degli anni novanta, in cui queste correnti si sono sviluppate per la maggior parte. Lo dimostrano, tra gli altri, i Rhapsody Sweden (originariamente solo Rhapsody, ma con l’aggiunta postuma per non confonderli coi più famosi power metaller italiani): attivi già nella seconda metà degli anni settanta,  giunsero nel 1978 al traguardo del full-lenght d’esordio, intitolato Strange Vibrations. Ovviamente, visto l’anno, non parliamo ancora di metal propriamente detto: quello degli svedesi è invece puro hard rock, debitore soprattutto di Deep Purple e Rainbow, oltre che, in misura minore, di Uriah Heep, Led Zeppelin e primi Rush. Si sente già, tra le righe, qualche spinta del vento che comincia a spirare dall’Inghilterra, e che in un paio d’anni porterà all’esplosione della NWOBHM; sono tuttavia influssi molto contenuti. È però questo l’unico punto di originalità di un album il cui difetto principale è proprio la sua eccessiva aderenza ai canoni. I suddetti due gruppi di Ritchie Blackmore sono infatti uno spettro costante sulla musica dei Rhapsody Sweden; probabilmente, è proprio per questo che si sono fermati qui, senza produrre altri album nella sua carriera. C’è da dire, d’altra parte, che Strange Vibrations non è un brutto album: ci sono buone canzoni e in generale è abbastanza piacevole. Gli svedesi ci sapevano fare, nonostante qui non abbiano sfruttato le loro potenzialità per qualcosa di più originale.

Si parte da I’ve Done All I Can, traccia di semplice e lineare hard rock, dinamico e senza grandi fronzoli. La sua struttura incolonna momenti strumentali, con il rockeggiante riffage portante e strofe tranquille, che tendono a progredire pian piano verso una maggior intensità emotiva. In tutto questo c’è spazio anche per una bella parte solistica del chitarrista Kjell-Åke Norén  al centro, più frenetica e scatenata del resto. È un arricchimento per una opener non trascendentale, ma molto piacevole. La successiva Been So Long si avvia subito col suo riffage principale, elementare ma che brilla per tranquillità e mood solare, così tanto anni settanta.  Esso sostiene anche le strofe, a cui la voce acuta di Benny Ahlkvist – simile a quella di Ian Gillan, più per attitudine che per timbro – dà un tocco in più. Si cambia binario solo coi ritornelli, leggermente più densi, con il cantante che si prodiga in acuti e il pianoforte di Peter Åhs a dare al tutto un tocco ancor più vintage. A parte qualche fraseggio di Norén o qualche breve sfogo di Torbjörn Persson dietro le pelli, la canzone è estremamente lineare, ma non è un problema: abbiamo infatti un gran pezzo, tra i migliori di Strange Vibrations! È quindi la volta di Crazy Dance,lento hard blues in cui si alternano passaggi dominati dalla chitarra e altri in cui sono il basso di Rudolf Janszky e la tastiera spaziale a reggere la scena, insieme alla dolce voce di Ahlkvist. L’unico momento che fa eccezione a questa norma sono i chorus: a tratti anche piuttosto duri, vedono tutti gli strumentisti in scena, seppur l’atmosfera rimanga la stessa. In generale l’intero pezzo è dominato da un feeling rilassato, con una vaghissima nota di malinconia. La traccia avanza senza grandi scossoni per tutti i suoi sei minuti e mezzo di durata: l’unica variazione è l’assolo di Norén al centro, anch’esso all’insegna del blues. Nonostante questo, però, non ci si annoia: abbiamo un buon pezzo, avvolgente al punto giusto. L’intro della seguente Belly Dancer, col pianoforte di Åhs, seguito poi da fraseggi blues della chitarra, lascia pensare a un pezzo analogo al precedente. È solo il lungo preludio, però, perché la canzone vera e propria si scopre con lentezza: pian piano cresce, finché non assume un andamento veloce, con ritmiche di chitarra sognanti e al tempo stesso piuttosto dure. È nella stessa direzione che vanno le strofe e i ritornelli: entrambi sono abbastanza eterei e al limite con lo psichedelico, pur presentando passaggi più elettrici e maschi. Una certa tranquillità non viene però meno se non nel breve stacco  rapido quasi alla fine, che ricorda i Purple più energici. Per il resto la calma domina, ma il pezzo coinvolge lo stesso, ponendosi appena sotto i migliori brani della tracklist.

Si torna a un’energia maggiore con Strange Vibrations, molto più diretta e dinamica delle due song  precedenti. Il merito è di un riffage hard dal vago retrogusto heavy metal, disimpegnato però alla maniera dei seventies. Con giusto qualche variazione, esso si prende la parte del leone in gran parte della traccia. Fanno eccezione solo alcuni stacchi obliqui e serrati che compaiono di tanto in tanto. Questi ultimi sono proprio il difetto del brano: col loro cambio di tempo repentino stonano un po’ rispetto a ciò che hanno intorno. La loro norma funziona solo quando va avanti più a lungo, come nel veloce e piacevole assolo centrale. È un peccato, dunque: quasi tutta la canzone è piacevole, sarebbe la migliore in assoluto qui, ma questo piccolo dettaglio ne abbassa la resa, seppur di poco.  Giunge quindi The Creepers, che si avvia con un altro intro lunghissimo e fuorviante: sembra infatti un rapido pezzo di hard rock purpleiano, ma poi si svolta su qualcosa di diverso. Le suggestioni dalla band inglese rimangono: il ritmo particolare impostato da Persson come le frequenti incursioni dell’organo sono indicative di ciò. C’è però qualcosa che cambia: il mood si fa più strano, crepuscolare, vagamente oscuro, almeno per le distese strofe. I ritornelli sono invece più diretti, seppur un senso di vaga psichedelia non manchi mai. Tuttavia, qualcosa non funziona in questa intera parte: le melodie non incidono, sono insipide, si lasciano ricordare a fatica. Va molto meglio quando, dopo metà, il pezzo si fa più duro: comincia una progressione tutta strumentale, in cui Norén e Åhs si mettono in mostra con ottimi assoli. È il momento migliore di un pezzo che poi ricomincia da capo e si chiude, risultando tutto sommato piacevole, ma anche il punto più basso di Strange Vibrations. Per fortuna, quest’ultimo si ritira su di molto nel finale, affidato a Take to the Highway. Dopo un lungo intro diffuso – quasi ambient, si direbbe oggi – pieno di echi e in cui Ahlkvist mostra i suoi acuti, parte un brano hard rock incalzante. Si alternano con rapidità strofe rockeggianti ma anche serrate, con una certa tensione di fondo, e chorus che in principio accentuano anche di più questa tendenza, per poi aprirsi brevemente. L’atmosfera tende a variare tra le parti, e del resto il gruppo non nasconde influssi progressive: nella frazione centrale li mette anzi in mostra, con una lunga frazione piuttosto particolare. Tra un pattern di pianoforte memorabile, echi e assoli di chitarra, momenti intimisti e tratti di rutilante potenza purpleiana, è una frazione lunga e lenta ma che non annoia, anzi avvolge in un affresco caldo e colorato. È infatti forse questa la parte migliore di una canzone comunque ottima in toto, la migliore dell’album insieme a Been So Long.

L’album finisce qui, ma nella versione attuale sono presenti due bonus track, registrate nel 2004, in occasione di una reunion dei Rhapsody Sweden, forse in vista di un nuovo album poi sfumato. Già dalla prima, It’s Gotta Be Tonight, la differenza si sente: lo stile è molto orientato verso il pop metal patinato anni ottanta, pur con qualche influenza dallo stile precedente degli svedesi. La traccia alterna rapidamente strofe dritte e semplici, bridge preoccupati e refrain molto catchy, in cui Ahlkvist cerca quasi di imitare David Coverdale, peraltro con discreto successo. Per il resto, c’è spazio giusto per un momento solistico molto classico: è l’unica variazione di un pezzo tutto sommato carino. L’altra traccia bonus, Sweet Rock ‘N Roll, è più nei canoni hard rock anni settanta, aggiornato però a oggi. Le strofe sono dominate dall’organo di Åhs, che si fonde perfettamente con la chitarra, e mantengono un profilo più basso. Più rutilanti sono invece i ritornelli, retti dal ritmo ossessivo di Persson e con tante venature rock che le arricchiscono. Anche stavolta, la struttura è quella classica, e le melodie funzionano in maniera discreta: abbiamo perciò un altro pezzo non eccezionale, ma piacevole quanto basta.

Insomma, pur non avendo una grandissima personalità, i Rhapsody Sweden hanno inciso un lavoro degno di essere ascoltato. Strange Vibrations non sarà il miglior album hard rock del mondo, o un capolavoro epocale: è però un buon album, molto godibile, che farà la gioia degli amanti di questo genere. Se siete tra  loro, perciò, il consiglio è di recuperarlo: vista la recente ristampa, non dovrebbe essere neanche troppo difficile!

Voto: 78/100

Mattia
Tracklist:

  1. I’ve Done All I Can – 04:09
  2. Been So Long – 04:04
  3. Crazy Dance – 06:35
  4. Belly Dancer – 06:36
  5. Strange Vibrations – 04:58
  6. The Creepers – 08:22
  7. Take To The Highway – 09:34
  8. It’s Gotta Be Tonight – 03:46
  9. Sweet Rock ‘N Roll  – 04:20

Durata totale: 52:24

Lineup:

  • Benny Ahlkvist – voce
  • Kjell-Åke Norén – chitarra e tastiera
  • Peter Åhs – tastiera
  • Rudolf Janszky – basso
  • Torbjörn Persson – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: hard rock classico

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