Dawn of a Dark Age – The Six Elements, Vol 4 Air (2016)

Per chi ha fretta:
I molisani Dawn of a Dark Age sono una concept band che pubblica un album ogni sei mesi, seguendo il filo tematico degli elementi. L’ultimo a uscire è stato, il primo gennaio di quest’anno, The Six Elements, Vol 4 Air: un lavoro originale, a partire dallo stile. Quello del gruppo  è di base un black metal variegato e d’atmosfera, unito però a una sezione di fiati inedita, che lo fa propendere verso l’avant-garde. Non c’è solo la personalità, tuttavia, ma anche tanta qualità: le quattro tracce effettive dell’album (che conta anche un intro e un outro) sono infatti di livello molto alto, in special modo Argon Van Beethoven (1%) e Jukai. Per questo, The Six Elements, Vol 4 Air è un capolavoro di originalità e sostanza, che farà felici i fan del black metal più sperimentale!

La recensione completa:
Se molti dei tabù del metal sono stati, nel corso dei decenni, totalmente abbattuti, ce ne sono alcuni che resistono. Uno dei più duraturi è quello sugli strumenti a fiato. Flauti e cornamuse sono diffusi nel folk metal, questo è vero, ma solo per colpa della musica popolare, da cui il genere ha origine; al di fuori, infatti, c’è poco o nulla. Probabilmente, la maggioranza dei fan ritiene che fiati e metal non si concilino bene. È però solo un pregiudizio, perché i Dawn of a Dark Age non solo uniscono i due mondi senza problemi, ma lo fanno con risultati eccellenti.  Nati giusto nel 2014 ad Agnone (Isernia), fin dall’inizio si sono posti come concept-band, con un preciso intento: pubblicare un album di sei canzoni esattamente ogni sei mesi, seguendo un filone tematico legato agli elementi. Questa serie è cominciata il primo luglio dello stesso anno con The Six Elements, Vol 1 Earth. Seguendo la sua cadenza fissa, il 2015 è stato l’anno dei capitoli dedicati all’acqua e al fuoco, mentre il primo gennaio di quest’anno è arrivato il lavoro che conclude la tetralogia “classica” degli elementi, intitolato The Six Elements, Vol 4 Air. Pubblicato dal gruppo insieme alla sempre attenta Nemeton Records, è un album fascinoso, a cominciare dal genere. La base dei Dawn of a Dark Age è un black metal variegato, che passa da momenti più d’atmosfera a passaggi più vicini al classico sound norvegese. Oltre a presentare un gran numero di cambi di tempo, inediti nel genere, come accennato il gruppo ha dalla sua un’originale sezione di fiati, che l’accompagna per gran parte delle tracce. È una componente fascinosa, a tratti vicina al jazz, in altri frangenti più orientata alla sinfonica moderna di artisti come Gershwin o Debussy. In ogni caso, le due componenti si fondono a meraviglia, quasi fosse la cosa più naturale al mondo: che siano le ritmiche metal a divenire eteree o i fiati a essere sinistri, c’è sempre una sinergia grandiosa tra le partiture dei vari strumenti. In generale, le capacità di songwriting dei Dawn of a Dark Age sono altissime: è per questo che, come vedrete, Vol 4 Air è un album grandioso, che non ha solo l’originalità ma anche tanta sostanza.  Prima di cominciare, comunque, un piccolo plauso anche al sound dell’album, che suona al tempo stesso grezzo, selvaggio e abbastanza pulito da valorizzare tutti gli strumenti e le bellissime atmosfere, un connubio che è raro trovare al giorno d’oggi nel metal estremo!

Si parte da Desperate Echoes from the Wood, intro ambient a tinte sinistre: voci arcane, suoni di flauto, rumori ambientali, inquietanti echi di origine incomprensibile, c’è di tutto qui. È un inizio misterioso, perfetto per aprire le danze prima che Argon Van Beethoven (1%) entri in scena. Questa, dopo un breve preludio con un tranquillo intro di chitarra acustica, parte come un pezzo black possente e rapidissimo, ma non feroce. Nonostante il blast beat di Diego “Aeternus” Tasciotti (già con Handful of Hate, Massemord, Lord Vampyr e tanti altri) e la pesantezza delle chitarre, una certa melodia di base e piccoli particolari nascosti nel sottofondo la rendono comunque obliqua, meno rabbiosa del classico black. È un breve sfogo, perché poi la traccia comincia quasi subito a evolversi. Si alternano momenti più tradizionali e altri invece in cui dominano i fiati del mastermind e polistrumentista Vittorio “VK” Sabelli (anche noto in passato come Eurynomos). L’intera progressione si muove inizialmente su un tempo rapido, a tratti col ritorno del blast beat; solo verso metà la musica si tranquillizza, e c’è spazio per un lento e solenne assolo del clarinetto, splendido e dal vago retrogusto jazzy. L’aura di mistero sentita fin’ora diviene allora anche più intensa: ciò è possibile anche grazie alla base soffice, che di metal non ha nulla. Dopo essere andata avanti molto a lungo, la parte centrale torna poi a crescere verso lidi metallici, in cui la chitarra solista e i fiati si intrecciano fin quasi a confondersi, in un affresco che probabilmente cita più volte proprio Beethoven, su una base ora possente, ora malinconica. È un finale pregno di emozione e di melodia, che pian piano si spegne: la traccia termina alla grande, con uno delle sue frazioni migliori – pur essendo eccelsa in toto.

Children of the Wind si mostra da subito orientata verso il black atmosferico, con un ritmo lento, un riffage “a zanzara” al tempo stesso classico e tranquillo e tastiere ben in vista, dall’appeal sinfonico. È su questa sinistra base che si scambiano lo scream di Lys, anche più arcigno del solito, e gli intrecci del clarinetto e del sassofono di Sabelli, che disegnano melodie oscure e potenti. Ogni tanto, da questa base partono alcune brevi accelerazioni , che mantengono sempre lo stesso riffage di base e presentano gli assoli vorticosi del clarinetto, che come sempre dà loro un fascino unico. C’è spazio, passata la metà, anche per un’altra apertura retta solo dagli arpeggi puliti di chitarra, in cui le trame di clarinetto prima e quelle del sax di nuovo sono avvolgenti ai massimi termini. A parte questo la traccia è più lineare della precedente, ma non è un problema: il risultato è di qualità altissima, solo di un pelo inferiore al precedente. Come dice il nome stesso, la successiva Darkthrone in the Sky è un tributo ai Darkthrone, anche se non una cover – e se ci sono passaggi ripresi dai norvegesi, sono ben nascosti. Semplicemente, il testo cita a più riprese i pezzi e i dischi del gruppo di Nocturno Culto e Fenriz. In ogni caso, la musica si avvia placida, con un arpeggio crepuscolare ma pulito della chitarra di Sabelli, su cui lentamente entrano altri elementi. Il primo è la voce di Lys, seguito dal flauto e dal clarinetto; solo a quel punto il metal torna in scena. La falsariga però rimane su toni soft: il ritmo non sale mai di tanto, e l’atmosfera di desolazione mastodontica è sempre in primo piano. Non manca però il pathos, che viene dato da un gran numero di arrangiamenti diversi, dalle drammatiche tastiere in sottofondo ai brevi ma splendidi assoli di sax verso la fine. Sono tutti dettagli che arricchiscono un pezzo anche più strano di quelli che ha intorno, ma di nuovo ottimo. Certo, forse dei quattro effettivi di Vol IV Air è il meno bello, ma ciò non toglie che sia comunque una piccola perla!

Jukai si mostra in principio più spoglia e classicamente più black di quanto sentito fin’ora, seppur evochi anche una malinconia rara in questo genere, con le sue melodie e il ritmo lento e ondeggiante. Presto inoltre i fiati tornano alla carica, accompagnati in questo caso anche dal pianoforte, che fa capolino qua e là, e da una tastiera dal mood vagamente spaziale. Ancor più che in passato,in scena sono spesso presenti tanti elementi diversi: l’unione è però anche più vincente che altrove! In questa prima metà, intitolata Discovering the Haunted Forest, l’atmosfera è avvolgente ed espressiva al massimo, con le sue tonalità vagamente epiche eppure anche profonde, intimiste. Si cambia però alla metà esatta della canzone, quando d’improvviso i toni si fanno più lugubri e freddi. Per un momento il clarinetto riprende il sopravvento, ma il finale, intitolato Incitement to Suicide, è a tinte quasi totalmente black metal. Tra un tratto più arcigno, in cui Lys si diverte a imitare l’eclettismo di Attila Csihar, e un altro e dal vago influsso quasi rockeggiante (!) ma cupissimo, il clima si fa sempre più blasfemo, fino alla conclusione vera e propria, confusionario e oppressivo. Nel complesso, è un gran bel finale di un episodio ancor migliore, che insieme a Argon Van Beethoven (1%) risulta il punto più alto in assoluto di Vol IV Air! L’album è ormai agli sgoccioli: in coda è posto Outro N.4 (Adieu mon ami). È, come dice il nome, un brevissimo outro con i sussurri di Sabelli e qualche effetto sopra a un brevissimo accenno di pianoforte. Musicalmente non è nulla di che, ma la brevità e l’atmosfera fanno sì che non sia fuori luogo, a conclusione di un album del genere.

Insomma, The Six Elements, Vol 4 Air è un disco breve (non raggiunge i quaranta minuti) ma molto pieno, sia dal punto musicale che di quello della sostanza. È infatti un vero capolavoro, che gli amanti del black metal più d’avanguardia sapranno sicuramente apprezzare. Quanto ai Dawn of a Dark Age, il loro destino appare incerto. La loro profezia che vuole che una nuova era oscura inizierà al completamento della serie significa probabilmente, nel concreto, il loro scioglimento all’uscita del sesto “volume”.  Un vero peccato, a mio avviso: di un gruppo con il loro spirito d’innovazione e la loro bravura nel metal odierno c’è un dannato bisogno!

Voto: 94/100


Mattia

Tracklist:

  1. Desperate Echoes from the Wood – 01:25
  2. Argon van Beethoven (1%) – 08:28
  3. Children of the Wind – 09:45
  4. Darkthrone in the Sky – 08:25
  5. Jukai – 07:10
  6. Outro N. 4 (Adieu Mon Ami) – 01:06
Durata totale: 36:19
Lineup:
  • Vittorio “VK” Sabelli – voce pulita, chitarra, pianoforte, tastiera, clarinetto, flauto, sassofono e basso
  • Lys – voce harsh
  • Diego “Aeturnus” Tasciotti – batteria
Genere: avant-garde/black metal

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