Motus Tenebrae – Deathrising (2016)

Per chi ha fretta:
I pisani Motus Tenebrae sono una band con del talento e una bella carriera alle spalle, che va avanti dal 2001 e conta cinque album. L’ultimo di essi, Deathrising, è tuttavia troppo di maniera: il gruppo toscano tende infatti a imitare i Paradise Lost, senza cercare una personalità maggiore. La voce del Luis McFadden (da poco tornato in lineup), le melodie, i cambi di registro, le strutture: tutto riporta al gothic/doom degli inglesi. Non che l’album sia del tutto scadente: qualche piccolo spunto di vita e buone canzoni come Black Sun, Faded e la title-track riescono a tenerlo al di sopra della sufficienza. La sua mancanza di originalità, unita alla presenza di qualche filler e a una eccessiva omogeneità non gli consentono di andare troppo oltre. Deathrising è infatti un album positivo ma nulla più, che potrà risultare interessante solo per i fan più sfegatati del gothic/doom metal.


La recensione completa:

Nella precedente recensione doom metal (quella dei Lucifer’s Fall, per la precisione), raccontavo di come ci siano gruppi che pur non inventando nulla hanno una propria personalità e altri che invece si limitano soltanto a ripercorrere le orme altrui. Purtroppo, è questo il caso del gruppo di oggi, i pisani Motus Tenebrae. Si tratta di una band attiva dal lontano 2001 e con una buona carriera alle spalle, avendo pubblicato cinque full-lenght. Lo scorso 25 gennaio è stato il turno di Deathrising, ultimo della serie nonché primo dopo la reunion col cantante originale Luis McFadden, avvenuta nel 2014. Purtroppo, però, non è stato un ritorno felice: l’album risulta infatti eccessivamente “di maniera”. La colpa maggiore è proprio dello stile: il gothic/doom metal dei toscani è infatti fin troppo ispirato ai Paradise Lost, a volte ai limiti col plagio. In Deathrising infatti tutto riporta alla band inglese, dalle melodie delle chitarra e i vari cambi di registro che le strutture dei pezzi, fino ad arrivare alla voce dello stesso McFadden, identica a quella di Nick Holmes per impostazione – e vicina anche per timbro. Qualche spunto inedito c’è: per esempio, l’uso delle tastiere è più prominente rispetto al gruppo di Halifax. È però troppo poco per scacciare questo persistente fantasma dei Paradise Lost. Tutto ciò, insieme a un po’ di omogeneità eccessiva, con alcune canzoni che tendono ad assomigliarsi tra loro, fa sì che la situazione per Deathrising non sia propriamente rosea. D’altra parte, il risultato non è proprio un album scadente: di brutte canzoni non ce ne sono poi tante, e i Motus Tenebrae hanno alcune idee carine, e la loro esperienza è palpabile. È quanto basta all’album per essere sufficiente, ma la mia sensazione è che con più personalità i pisani avrebbero potuto fare molto di meglio.

Our Weakness è una opener lenta e costante, che dopo un breve intro si presenta semplice e lineare. Le strofe, depresse e di basso profilo, in cui la chitarra è melodica e si affianca al pianoforte di Harvey Cova, si alternano a ritornelli più rumorosi e incisivi, in cui la voce di McFadden è leggermente più aggressiva. In questa falsariga, ci sono piccole deviazioni, adatte a dare un po’ più di varietà al pezzo. Le uniche due variazioni più grandi, che si notano anche a un ascolto distratto sono la breve frazione al centro, con toni death metal e un cantato growl, e il finale, con la norma del ritornello resa più aggressiva. Nel complesso, abbiamo un’apertura carina, anche se non eccezionale. Anche la successiva Black Sun è molto lenta, sia nei ritmi che nella progressione, e dopo un intro di pura atmosfera entra in scena potente e costante, evocando un’atmosfera intensa e decadente, molto fascinosa. Essa è ben presente sia nei tratti più morbidi e pieni di triste melodie, sia in quelli in cui le ritmiche di chitarra di Daniele Ciranna creano un denso muro di cupezza, difficile da penetrare. Per circa tre quarti, la canzone prosegue sempre lungo la stessa norma, poi però qualcosa cambia: dopo un raccordo più cupo e un breve assolo, l’atmosfera si apre. Il finale è infatti malinconico ma meno oppressivo rispetto a prima, grazie soprattutto alla tastiera eterea di Cova. È un altro punto a favore di un gran pezzo, il migliore in assoluto di Deathrising. Dopo due pezzi lenti, i Motus Tenebrae spiazzano ora l’ascoltatore con For a Change, traccia sin dall’inizio rapida, con un riffage doom macinante, a tratti quasi a contatto col thrash. È una norma scatenata, grazie alla prestazione di Andrea Falaschi alla batteria e alla compattezza della chitarra: è per questo che riesce a coinvolgere a meraviglia. Purtroppo, il suo impatto è frenato dalle tante aperture lente che punteggiano il pezzo. Seppur siano anch’esse piacevoli (ma a lungo andare annoiano anche un po’), stonano molto con i tratti rapidi e rovinano il dinamismo del pezzo. È il grande difetto di un brano che comunque ha qualcosa da dire, ma poteva essere eccezionale se gestito meglio. Si torna quindi a qualcosa di più tradizionalmente gothic/doom con Light that We Are, che dopo un intro funereo e molto oscuro, parte come un mid tempo potente, anche se non troppo dinamico. Per il resto si alternano strofe rocciose variegate e potenti ma che mantengono lo stesso pattern di base, brevi raccordi strumentali rocciosi e chorus molto riflessivi. Questi ultimi tendono a variare ancor di più: a volte si presentano più aperti e melodici, con una bella melodia vocale, che sa incidere nonostante un certo effetto “già sentito”; in altri frangenti si mostrano invece più intimisti e scarni, oltre che catacombali. Il risultato di tutto ciò è un pezzo che fila liscio e senza grandi scossoni, mostrandosi piacevole al punto giusto.

Un lungo preludio di atmosfera, con chitarra e una tastiera ambient, poi esplode Faded, episodio piuttosto roboante ed energico, a livello ritmico. È questa la colonna portante del pezzo, che però vede importanti aperture, più eleganti e gothic-oriented, in cui a tratti spunta una tastiera che riporta alla mente i Type O Negative. La musica inoltre tende a variare di più che in passato, presentando a tratti toni vagamente death/doom, mentre altrove è la chitarra di Ciranna a prendersi la scena, con assoli di ottima qualità; altri tratti ancora, poi, hanno toni soffici, con gli strumenti metal che spariscono. È anche per questo che la canzone non annoia nonostante gli oltre sei minuti e mezzo di durata: il risultato, per quanto soffra un po’ della mancanza di originalità generale è comunque ottimo, tra i picchi della tracklist. Un bell’intro, pieno di melodie di chitarra e tastiera e molto classico, poi Deathrising cambia binario con decisione. Abbiamo infatti un pezzo in cui i toni gotici sono quasi assenti – ricompaiono solo in alcuni stacchi più aperti che fanno capolino qua e là. Più che la tragica disperazione del genere, infatti, a dominare ci sono toni lugubri, a tratti al confine con l’horror metal. Ciò è possibile a causa del riffage, ossessivo e cupo, accompagnato da tastiere che aiutano il mood, e anche di McFadden, che sfodera vocalizzi particolarmente profondi. Questa norma va avanti fino a oltre metà, poi qualcosa di più classico viene alla luce: dopo un lungo momento soffice, di riflessione, la traccia si apre con forza. È un passaggio del tutto liberatorio, che mette fine a una gran canzone, la migliore del disco insieme a Black Sun e alla precedente, oltre a essere la prova di cosa i pisani possono fare, se cercano l’originalità invece di omologarsi ai canoni. Dopo un paio di tracce più particolari, con Haunt Me torna la norma di Deathrising: è un pezzo classico, che alterna strofe granitiche e potenti a refrain preoccupati e lisci, molto melodici. A parte una parte centrale lenta e costante, molto breve, non c’è altro che questo nel pezzo. Di fatto, ne vien fuori una canzoncina piacevole, che passa veloce ma non impressiona molto. Vale più o meno lo stesso discorso anche per Grace: è lineare, e alterna strofe lievemente più rapide e graffianti a passaggi lenti e tranquilli, molto gothic nell’appeal. Non c’è altro a parte un paio di sezioni strumentali, senza infamia né lode; peraltro, entrambe le anime del pezzo non lasciano quasi traccia di sé, risultano molto anonime. Aggiungendo anche che il fade finale, che sembra terminare la traccia prima del tempo, dà un senso di incompiuto, abbiamo facilmente il punto più basso di Deathrising, un riempitivo in tutti i sensi.

Cold World è una traccia gothic/doom abbastanza canonica, forse anche troppo: in certi momenti sembra di aver già sentito alcuni suoi passaggi nel corso del disco. Qualche spunto più particolare c’è, come le strofe, sinistre con i loro influssi vagamente death e il cantato raspante di McFadden. I ritornelli però sono più classici, e hanno anche un certo pathos, smorzato però dalla loro notevole scontatezza: ricordano in particolare le già sentite Faded e Light that We Are. Questa prima parte insomma non è proprio granché; il pezzo si risolleva però nel finale che presenta belle melodie della sei corde di Ciranna e un’aura drammatica che stavolta riesce a incidere. Il complesso comunque non è di alto livello, anche se i livelli più bassi sentiti in Deathrising non sono poi così vicini. Finalmente, quest’ultimo adesso si ritira su da questo filotto di pezzi discutibili. Lo fa con Cherish My Pain, canzone che come For a Change colpisce per la velocità. Rispetto all’altra traccia, infatti, ci sono momenti furiosi, in cui Falaschi si improvvisa quasi batterista punk, accompagnato dal riffage venato di death metal. Anche il cuore della canzone è abbastanza movimentato, specialmente i ritornelli, rapidi e nichilisti. Anche le strofe, più lente, sono comunque energiche, grazie anche a McFadden, che per tutta la canzone mantiene toni più graffianti della media. C’è però spazio anche, al centro, per una lunga frazione più lenta, in cui l’elemento gothic, accantonato nella frenesia dominante altrove, torna timidamente fuori. Stavolta però è una frazione che non stona, pure in un contesto così diverso. È anzi un arricchimento per un episodio forse non tra i migliori, ma che riesce a colpire molto meglio. Siamo ormai alle ultime battute, e nel finale i Motus Tenebrae piazzano Desolation. È un brano che fa fede al suo titolo: sin dall’attacco, l’aura è desolata, triste, dolorosa. Ciò è reso attraverso un tempo lento e ritmiche espanse, eteree e profonde. Su questa base, si dipartono ogni tanto brevi accelerazioni, che aiutano a variare e a scacciare la possibile noia: il pezzo stavolta è ben scritto e focalizzato, e riesce ad avvolgere bene nel suo mood, nonostante i tanti tratti vuoti e di lentezza estrema. Così, abbiamo un pezzo che passa rapido e si lascia alle spalle un’ottima impressione, a poca distanza addirittura dai migliori dell’album: contribuisce insomma a risollevare ancor di più questo finale.

Come accennato, Deathrising non è un album del tutto negativo, anzi alcuni dei pezzi sono appassionanti. Il problema principale dei Motus Tenebrae però rimane: il fatto che ripensando ad alcune canzoni mi pareva di non ricordare se fossero in Tragic Idol piuttosto che in In Requiem è abbastanza grave. Con più personalità, e magari meno filler, l’album poteva essere buono; invece, bisogna accontentarsi di qualcosa di solo sufficiente. Perciò, vi è consigliato solo se siete fan sfegatati del genere; altrimenti, evitate.

Voto: 65/100

Mattia
Tracklist:
  1. Our Weakness – 04:42 
  2. Black Sun – 04:51 
  3. For a Change – 03:58 
  4. Light That We Are – 04:50 
  5. Faded – 06:31 
  6. Deathrising – 04:39 
  7. Haunt Me – 04:18 
  8. Grace – 04:43 
  9. Cold World – 04:52 
  10. Cherish My Pain 04:12 
  11. Desolation – 05:12 
Durata totale: 52:48

Lineup:
  • Luis McFadden – voce
  • Daniele Ciranna – chitarra
  • Harvey Cova – tastiere
  • Andreas Das Cox – basso
  • Andrea Falaschi – batteria
Genere: gothic/doom metal

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