Utopia – Mood Changes (2016)

Per chi ha fretta: 
Mood Changes (2016), secondo album dei romani Utopia, è un album a suo modo originale. Il suo progressive metal fortemente melodico e influenzato al tempo stesso dal jazz e dal pop ha infatti un gran fascino. Lo stile è il punto di forza di un gruppo che dall’altro lato sembra un po’ timido, non osando quanto potrebbe in sperimentazione. In più, a tratti, sembra che l’album si perda dietro a troppi tecnicismi, caratteristica comune a tanti nel prog. Questi difetti non danneggiano troppo l’album: la sognante Your Mirror e la variegata title-track sono i due pezzi che lo dimostrano meglio, punte di diamante di una tracklist di alto livello – anche se una maggior presenza di hit come queste due avrebbe reso migliore il disco. In conclusione, quindi, Mood Changes è un buonissimo album, consigliabile specie ai progster che non disdegnano suoni più melodici di tanto in tanto. 

La recensione completa:
Tra i vari generi in cui si divide il metal, il progressive non è tra i più amati in Italia. Rispetto a molti altri, infatti, questo stile può contare su pochi fan e anche poche band che lo suonano – almeno nella sua forma più pura, le contaminazioni estreme hanno più diffusione. Eppure, il Bel Paese qualche band di altissimo livello l’ha prodotta, oltre a un sottobosco di band poco famose ma di qualità almeno buona. È proprio a quest’ultimo che appartengono i romani Utopia: lo dimostra il loro Mood Changes, uscito nel gennaio di quest’anno. Secondo album della loro carriera, a ben sei anni dall’esordio Ice and Knives, è un lavoro quantomeno interessante. Il suono della band è un progressive metal classico, debitore di Dream Theater e degli Angra meno power; i capitolini lo rendono però più accessibile, con melodie facili e strutture lineari. Non che si derivi verso lidi commerciali, anzi: gli Utopia non rinunciano ad assorbire influenze diverse. In particolare i romani sono sicuramente in debito verso il jazz; è innegabile però che anche le branche più ricercate e di nicchia del pop abbiano un certo ascendente su di loro. Quello di Mood Changes è un miscuglio con grandissime potenzialità, che però il gruppo non riesce a sfruttare appieno. Spesso sembra infatti che non ci sia il coraggio di allontanarsi dai canoni del genere, quasi si abbia paura di superarli, di osare troppo. Oltre a questo, gli Utopia tendono a volte a strafare in svolazzi strumentali a scapito della musicalità, un difetto comune a tanti gruppi progressive. Queste criticità, seppur non da ignorare, non incidono troppo nel risultato finale: merito di canzoni valide e di un collettivo molto preparato dal punto di vista tecnico. Come vedrete, insomma, Mood Changes è un album di buonissima qualità, nonostante tutto.

L’iniziale The Trickster è subito un manifesto del genere dualistico del gruppo. Le lunghe strofe sono molto arzigogolate, puro progressive, e presentano ritmiche potenti (ma non troppo), su cui la tastiera lieve di Lorenzo Antonelli e la voce di Riccardo Fenaroli disegnano melodie delicate. I ritornelli, brevi e fulminanti, sono semplici, con una melodia zuccherosa e che si stampa facilmente in mente, dal mood liberatorio. La struttura inoltre è abbastanza classica, le due parti si alternano rapidamente. C’è una sola sezione davvero hard progressive, quella al centro, piena di cambi di tempo e in cui Antonelli e il chitarrista Lorenzo Venza si mettono in mostra. Se si fa attenzione però si nota che gli arrangiamenti cambiano pian piano, peraltro con una scrittura competente. È anche questo il segreto di un pezzo lineare ma sempre interessante: non è tra i pezzi migliori di Mood Changes, ma non è troppo lontano. La successiva Corpus Caeleste sembra più pesante della media dell’album, visto il riffage roccioso che ricorda vagamente i Symphony X. Nascosta tra le righe c’è però tanta melodia, specie nei synth, che fanno capolino qua e là; questa tendenza raggiunge l’apoteosi nei chorus. Essi si aprono con forza e hanno un’atmosfera lirica, forte ma anche vagamente malinconica e cupa. Il tutto inoltre tende molto a variare: come a volte questi refrain hanno passaggi più heavy, anche le strofe a volte si mostrano meno penetranti. In più, al centro c’è spazio per una lunga teoria di riff puramente progressive, per la maggior parte energica anche se qualche momento, specie quanto Fenaroli torna a cantare, sono invece rivolti alla melodia. È questa la parte migliore di un pezzo di buon livello, che non annoia nonostante i sette minuti di durata. Giunge quindi I Want to Know: più melodica delle precedenti, coi toni aperti presenti sin dall’intro, tranquilla e quasi solare. Ovunque questo mood si intreccia con una forte nota malinconica, che rende il brano simile alle classiche power ballad. Va nella stessa direzione anche la struttura, con strofe in cui la chitarra pulita di Venza disegna tranquilli accordi e refrain più potenti, ma senza perdere in dolcezza. Questi ultimi inoltre brillano molto: la melodia vocale è di nuovo pop-oriented, si memorizza subito, e l’aura delicata e piacevole che ne risulta avvolge che è una meraviglia. Di nuovo, la struttura è molto lineare, con giusto piccole variazioni, di solito piacevoli, anche se a tratti per causa loro la musica perde un po’ di tiro. L’unica deviazione di rilievo è il solito momento solistico al centro, stavolta col bel duello tra Venza e Antonelli, non troppo estremo. Il risultato di tutto ciò è un pezzo ancor più lungo del precedente ma non disprezzabile, nonostante il suo problema.

Dopo un intro crepuscolare, Your Mirror si avvia scintillante e movimentata, ricordando i migliori Dream Theater . Questa suggestione è presente in particolare nelle strofe, sotto-traccia e denotate dal riff spezzettato di Venza. Il meglio però arriva assieme ai ritornelli, da brividi con le melodie dolci e sognanti che chitarra e pianoforte disegnano, e la prestazione di Fenaroli, semplice ma che li arricchisce molto. Splendido anche l’assolo di Antonelli al centro, che mixa le suggestioni delle due parti e chiude il cerchio di un pezzo semplice ma di forza assoluta, il migliore in assoluto di Mood Changes. È quindi la volta di I’ll Be a Fool, ballata che, più delle altre, presenta forti pulsioni pop. Non che sia un problema: sia le strofe, intime e docili, sia i chorus, con qualche accenno di ritmiche più dure che però non spezzano la calma generale, riescono a incidere molto bene. È più o meno qui, il pezzo è di una semplicità disarmante; la durata contenuta aiuta a non stancare e a renderlo piacevole al punto giusto. Il basso funk di Enrico Sandri, seguito dalle tastiere, apre in maniera bizzarra Black Drop, che poi però cambia direzione. Dopo uno sfogo non oscuro ma energico e rutilante, di chiaro stampo progressive, si parte con un’alternanza tra frazioni vorticose e sognanti e passaggi leggermente più tranquilli a livello ritmico. Entrambe le anime sono accomunate da un certo senso di malinconia, forte e avvolgente. È questo il punto di forza di una canzone che però dall’altro lato pecca un po’ dal punto di vista musicale. Dei tanti passaggi che gli Utopia incolonnano qui, infatti, la maggior parte non è molto incisiva e non si lascia ben ricordare come altrove. Un’attenzione troppo spostata verso il lato tecnico a scapito della musicalità fa il resto: abbiamo un episodio piacevole, senza passaggi che stonino davvero, ma anche il meno bello dell’intera tracklist. La seguente Fight è un’altra canzone tipicamente prog, sin dalla lunga teoria di riff iniziale. Il suo mood disimpegnato si ripresenta poi in passaggi lungo il pezzo, lunghi e cadenzati, oltre che con un bel riffage di vago influsso hard rock classico. La musica tende col tempo a variare la propria atmosfera: ci sono anche momenti belli potenti, brevi fughe in velocità e momenti più intimisti. Tra questi ultimi vanno annoverati anche i ritornelli, melodici e aperti, che seppur pecchino un po’ di staticità catturano bene. Ottima anche la parte centrale, che mescola influenze jazz, progressive, hard rock e r’n’ b, riuscendo anche bene a conciliare tutti i vari tratti. È un altro punto forte di un pezzo forse non eccezionale, ma che sa bene il fatto suo.

Anche Dust può sembrare semplice e scanzonata, ma nasconde un velo infelice: lo si sente già dall’inizio. Quando si entra nel vivo, poi, il dualismo è evidente nello scambio tra le strofe, energiche e spensierate, e i ritornelli, in cui invece la nostalgia comincia a fluire potente. Nonostante una durata ridotta (non arriviamo ai quattro minuti e mezzo), il pezzo presenta inoltre un buon numero variazioni degne di nota. Oltre alla bella progressione strumentale iniziale e a quella breve al centro, la migliore è il cadenzato finale, forse il momento più incisivo del pezzo. Anche nel complesso, tuttavia abbiamo una gran traccia, poco sotto al meglio di Mood Change! I Will Try, che arriva poi, presenta due anime, in maniera anche più evidente che in precedenza: la prima stavolta è puramente progressive, con lunghe strofe piene di cambi di tempo e di passaggi inaspettati, con un’aurea non troppo preoccupata. Come spesso nella musica degli Utopia, l’altra si esplica nei chorus ed è invece più melodica e zuccherosa. Non per questo risulta stucchevole: i ritornelli sono infatti pieni di pathos e coinvolgenti, decisamente il momento migliore del pezzo. Il resto è invece meno valido, complice un andamento sornione: non a caso, i passaggi migliori sono rapidi, mentre quelli più lenti e leggeri alla lunga stufano un pochino, anche a causa dei quasi otto minuti di durata, un pelino esagerati a mio avviso. In ogni caso, buona le lunghe sezione solistica al centro e nel finale, sempre interessanti nonostante l’alto livello tecnico. Sono un valore aggiunto per un pezzo piacevole, ma non tra i più riusciti del disco. Siamo alla fine, e gli Utopia piazzano ora la title-track. Come dice il nome stesso, Mood Changes è un pezzo pieno di cambi di atmosfera, come si può ascoltare già all’inizio: dopo un’introduzione esplosiva, di colpo i toni si fanno dolci e melodici. Da qui parte una lunga suite che parte da momenti teneri e intimisti per poi sporcarli di controtempi e di preoccupazione, finché non arrivano i ritornelli. Questi, vagamente sinfonici, tornano a essere dolci, anche se la potenza e le tastiere danno loro un tono drammatico. In tutto questo, ci sono ritorni di fiamma della potenza iniziale e anche una lunga sezione centrale lirica, che Antonelli e Vanza rendono romantica e di gran intensità emotiva. È la ciliegina sulla torta di una grande canzone, insieme a Your Mirror la migliore dell’album a cui dà il nome.

Tirando le somme, Mood Changes è un grande album, con pochi punti bassi e un livello medio elevato. Certo, gli manca forse qualche hit in più, e magari poteva avere qualche difetto in meno: in quel caso, la mia sensazione è che sarebbe uscito fuori un capolavoro, o quasi. Anche così, comunque, gli Utopia sono un gruppo valido, degno di essere ascoltato. Forse sono poco adatti per chi preferisce, nel progressive metal moderno, più aggressività e suoni potenti; per gli altri, tuttavia, quello dei capitolini è un nome da tenere d’occhio!

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. The Trickster – 06:10
  2. Corpus Caeleste – 07:01
  3. I Want to Know – 07:16
  4. Your Mirror – 05:35
  5. I’ll Be a Fool – 05:17
  6. Fight – 06:25
  7. Black Drop – 06:20
  8. Dust – 04:25
  9. I Will Try – 07:56
  10. Mood Changes – 06:45
Durata totale: 01:03:10
Lineup:
  • Riccardo Fenaroli – voce
  • Lorenzo Venza – chitarra
  • Lorenzo Antonelli – tastiere
  • Enrico Sandri – basso
  • David Cannata – batteria
Genere: progressive metal
Sottogenere: melodic progressive metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Utopia

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