Atom Made Earth – Morning Glory (2016)

Per chi ha fretta:
Morning Glory (2016), secondo album dei marchigiani Atom Made Earth, è stata una piccola sorpresa per me. Rispetto all’esordio Border of Human Sunset (2014), recensito lo scorso anno, il suo genere si è evoluto da un post-metal/rock a qualcosa che al post-rock unisce invece un heavy progressive simile a quello degli anni settanta. In più ci sono molte influenze eterogenee, che aiutano il disco a essere originale, e una registrazione di livello elevato. Dall’altro lato, l’album pecca a volte di un eccesiva rilassatezza: lo dimostra per esempio staC, la traccia meno bella del lotto. C’è da dire però che la tracklist è lungi dall’essere di livello negativo: la media è alta, e picchi come Thin (già sentita nell’album precedente) e October Pale non fanno che confermarlo. Per questo, seppur inferiore all’esordio Morning Glory è un ottimo album, di difficile ascolto ma che ai fan di questo genere non potrà che piacere.

La recensione completa:
In passato, avevo avuto modo già di ascoltare gli Atom Made Earth, band di Castelfidardo (Ancona). Il loro esordio Border of Human Sunset (2014) è stata una gran bella scoperta lo scorso anno, tanto da essere incluso nella top ten di Heavy Metal Heaven degli album recensiti nel 2015. Così, quando mi è stata richiesta la recensione del loro secondo album Morning Glory, uscito qualche mese fa, non ho saputo dire di no. Eppure, ai primi ascolti sono rimasto spiazzato: nel giro di soli due anni, il gruppo si è evoluto molto, in barba a qualsiasi classificazione. Se nel primo album i miei corregionali suonavano un post-rock/metal arricchito di atmosfere space rock, la loro ricerca sonora li ha condotti lontani da queste coordinate. Resta la loro base post-rock del tutto strumentale, ma ormai di metal c’è rimasto poco. Gli Atom Made Earth hanno però compensato assorbendo una forte componente hard rock, il cui ascendente maggiore è l’heavy progressive anni settanta, quello di Rush e Atomic Rooster (il che lo rende, tra l’altro, ancora più al limite che in passato rispetto ai generi che trattiamo qui). È questa l’anima di Morning Glory, anche se il gruppo ha influssi ancor più eterogenei rispetto al passato, che vanno dal blues fino al progressive puro, passando per lo stoner e per ritorni di fiamma del post-metal precedente. È insomma un genere originale, che già di per sé rappresenta un punto di forza; gli Atom Made Earth aggiungono poi una maggiore cura, per esempio a livello della produzione. Rispetto al predecessore, inciso “live in studio”, Morning Glory suona molto più professionale. Si sente la mano di Gianni Manariti (batterista de Le Scimmie e alla console anche con gli Aidan) in fase di registrazione e addirittura di James Plotkin (leader dei Khanate) al mastering.  C’è anche da dire, d’altro canto, che non tutto è perfetto: ogni tanto, per esempio l’album sembra soffrire di eccessiva rilassatezza, specie per quanto riguarda le atmosfere.  Per questo e tanti altri particolari, abbiamo un lavoro inferiore a Border of Human Sunset, ma niente paura: come vedrete, il livello è comunque elevato.

Si parte da Noil, lungo intro con il fuzz di una chitarra, su cui si stagliano cori di bambini. È un avvio atmosferico e anche un po’ inquietante, ma non spiacevole, che va avanti abbastanza a lungo. Entra quindi in scena Thin, già sentita sull’album d’esordio: anche per questo, il suo aspetto è molto differente rispetto al proseguo del disco. Seppur la psichedelia sia sempre la stessa, i toni sono vagamente più oscuri, e anche le ritmiche di chitarra sono più profonde. Ciò succede in special modo quando, dopo un lungo intro elettrico e misterioso, si entra nel vivo con un riffage di tono acceso. Le molte incursioni della tastiera spaziale di Nicolò Belfiore e i vari arrangiamenti sparsi qua e là rendono questa norma sempre avvolgente e carica di atmosfere oscure e fantascientifiche. Di sicuro, non è mai noiosa, nonostante sorregga gran parte della canzone. Fa eccezione a ciò lo stacco sulla tre-quarti, drone-oriented, pieno di fuzz e di echi che gli regalano un’aurea ancor più inquietante. È forse il momento più fascinoso di un pezzo comunque in toto splendido, forse anche meglio della versione di Border of Human Sunset (il sound più pulito è benefico), nonché il brano che spicca di più qui, nonostante la sua diversità. Già dalla successiva October Pale si sente una forte differenza: abbiamo una traccia ben più tranquilla della precedente, quasi un lento. Lo si sente sin dall’intro di pianoforte, lontano e intimista, che lascia il posto presto a una lunga frazione di tranquillo e malinconico post-rock. Con lentezza, questa falsariga comincia pian piano a crescere, con la chitarra di Daniele Polverini che passa a un certo punto dal pulito al distorto e la sezione ritmica che comincia a pestare di più. Le coordinate sono però hard rock in maniera vaga, una certa ricercatezza post-rock domina anche nei momenti più intensi. La traccia aumenta i forza sempre più, fino a un picco di intensità non solo musicale ma anche poetica, di atmosfera; quindi tutto si spegne, per un breve outro rarefatto. Nel complesso è una canzone senza momenti morti, allo stesso livello della precedente.

Reed è una song mutevole. In certi momenti, rapidi e potenti ma anche dispari e tortuosi, ricorda da vicinissimo l’hard rock più progressivo degli anni settanta, sia per la chitarra di Polverini che per la tastiera di Belfiore, molto bluesy. C’è anche spazio per l’anima più riflessiva degli Atom Made Earth, con una frazione piena di echi lontani che fa capolino poco dopo. È però un passaggio isolato: per il resto il pezzo si mantiene su livelli di energia più alti. La sua complessa progressione la porta verso lidi dal mood preoccupato, vagamente oscuro, per poi ritornare a qualcosa di più classicamente rock. Siamo al finale, che è anche discretamente pesante, e si sfoga brevemente prima di spegnersi rapidamente nel vuoto. È la chiusura di un pezzo strano, non tra i più belli in Morning Glory ma di buonissimo valore. La successiva Baby Blue Honey svicola un po’ dalla norma delle altre per andare verso un tranquillo blues, ovviamente con forti venature post-rock, che a tratti si prendono la scena. In ogni caso, la musica si mantiene tranquilla ed espansa solo per la prima metà, per poi accelerare con forza verso una linea abbastanza heavy. Abbiamo allora un pezzo potente, dal retrogusto post-metal più che vago, specie nei momenti in cui Polverini può liberare un riffage espanso e crepuscolare. Anche stavolta, insomma, il finale è il punto di forza assoluto di un pezzo che incide molto bene in toto: il risultato infatti è appena sotto al meglio del platter. Siamo vicini alla fine, e i marchigiani piazzano qui staC, la classica traccia lunga. Sin dall’inizio, si intrecciano hard rock classico e post-rock, in un mix che a tratti funziona benissimo, ma ogni tanto sembra un po’ troppo pretenzioso. La progressione avanza in maniera piacevole: dopotutto, gli Atom Made Earth hanno buone qualità e si sente anche qui. In particolare, brillano le accelerazione di vaga cupezza che spuntano qua e là, e anche i passaggi con la chitarra in primo piano incidono bene. Vale lo stesso per alcuni dei momenti più lenti, e per quelli più ripetitivi; altri però lasciano un po’ il tempo che trovano. In particolare, la frazione centrale, molto lenta e che cresce gradualmente, è un troppo statica per i miei gusti: solo la sei corde di Polverini la arricchisce con il suo bel assolo. Per il resto però, sia quando è melodica, sia quando si intensifica, pecca un po’ di ripetitività e di vuotezza; le melodie di base sono anche piacevoli, ma dopo un po’ stancano. In generale, abbiamo una suite godibile e di valore più che discreto, ma che risulta inevitabilmente il punto più basso dell’album. Il disco finisce praticamente qui: c’è posto solo per l’outro Lamps Like an African Sun, con effetti e di suoni strani che si concludono con una sveglia, quasi a dire che questo sogno spaziale e vagamente oscuro è finito.

Nonostante qualche difettuccio e la mezza caduta di stile di staC, Morning Glory è comunque un buonissimo album, che perde il confronto col precedente solo per la grandezza di quest’ultimo. C’è da dire che il genere degli Atom Made Earth non è solo molto sfaccettato e originale, ma anche di difficile assorbimento, vista soprattutto la sua natura strumentale e progressiva.  Se però siete appassionati di sonorità post-qualsiasi cosa, questo è un album che farà lo stesso al caso vostro: dategli una possibilità!

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist:

  1. Noil – 01:48
  2. Thin – 07:10
  3. October Pale – 05:38
  4. Reed – 05:18
  5. Baby Blue Honey – 05:05
  6. staC – 10:48
  7. Lamps Like an African Sun – 01:46
Durata totale: 37:34
Lineup:
  • Daniele Polverini – chitarra, effetti e synth
  • Nicolò Belfiore – tastiera, synth e pianoforte
  • Lorenzo Giampieri – basso
  • Testa “Head” – batteria
Genere: hard/progressive/post-rock
Sottogenere: heavy progressive/strumentale

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