As We Fight – Midnight Tornado (2006)

Per chi ha fretta:
Seppur considerati da tutti metalcore, i danesi As We Fight avevano qualcos’altro da dare: lo dimostra il loro secondo album Midnight Tornado (2006). Il metalcore è una loro componente, però la band ne aveva anche una melodeath e una groove metal, che si univano bene tra loro. Il loro genere era più metal di quanto si pensasse, ma questo è uno dei pochi loro pregi: molti sono infatti i difetti dell’album. Tra un’eccessiva omogeneità e un songwriting svogliato e trascurato, le canzoni risultano quasi tutte simili tra loro: si fa fatica a distinguerle, e solo Dead End Streets, Breathe the Disease, Slay the Firstborn e This Fuck You Is My Last Goodbye riescono a spiccare. In conclusione, Midnight Tornado è un album che raggiunge solo una sufficienza risicata: è consigliato ai cacciatori di rarità e ai fan dei The Haunted, ma gli altri possono lasciar perdere senza problemi.

La recensione completa:
Anche se si tende a non pensarci, il momento storico influenza sempre la visione di chi lo vive. È qualcosa  che è successo anche nel mondo della musica, a più riprese: il caso dei danesi As We Fight ne è un discreto esempio. Nati nel 2001, tra il 2004 e il 2009 sono autori di tre album – oggi si parla del secondo, Midnight Tornado del 2006 – prima di sciogliersi a dieci anni esatti dalla formazione. In un periodo in cui il metalcore andava per la maggiore anche i danesi furono bollati con questa etichetta, che era – ed è ancora – quasi infamante, se si parla di pubblico metal. Eppure, dopo molti ascolti, posso dire che il gruppo ha molto di più da raccontare. Nel loro genere infatti il metalcore è sicuramente presente, ma condivide la scena con un groove metal moderno e con un melodeath di stampo svedese, con in più qualche influsso thrash. Gli As We Fight riescono inoltre ad amalgamare bene le tre anime, tanto che spesso non si capisce dove finisce l’una e dove comincia l’altra. Se il loro genere è stato frainteso, purtroppo lo stesso non si può dire del loro livello. Tutte le recensioni dell’epoca concordano sul fatto che Midnight Tornado sia tutt’altro che eccelso, e io non posso che concordare. Sono molti i difetti che lo affliggono: i peggiori sono l’omogeneità e un songwriting un pochino trascurato. La prima rende le canzoni molto simili tra loro, e si fa fatica a distinguerle; il secondo invece fa si che ci siano tanti cambi di tempo e tanti passaggi un po’ fini a sé stessi, il che castra il possibile impatto di certi brani. I due risultati sono che quasi mancano hit che spicchino davvero e si fa fatica a tenere a mente i pezzi, anche dopo centinaia di ascolti. Non che Midnight Tornado sia così pessimo, visto che lascia una sensazione piacevole dietro di sé; a parte questo, però, sono poche le tracce che riescono a incidere al termine dei suoi quaranta minuti abbondanti.

Escaping the Poisoned Hands of Despair comincia subito con un assalto frontale, mettendo in mostra il riffage tipico degli As We Fight, di buona potenza. È perfettamente nel trademark degli scandinavi anche l’incrocio tra le voci di Jason Campbell e Laurits Medom, l’una in scream alto e l’altra con un growl basso, entrambi molto hardcore. La struttura di questa canzone è da subito molto mutevole e non mancano i bei momenti, come ad esempio quelli meno rapidi, in cui il riffage groove di Michael Dal e Martin Olsen ha impatto; lo stesso vale al centro, in cui esso lascia il posto a un bell’assolo. Quelli più veloci e macinanti sono meno belli, anche se ora si difendono: il dinamismo e le venature thrash riescono a donare loro una certa carica. Il risultato è quindi una opener di valore più che discreto. La successiva Where Eagles Turn è divisa a metà tra strofe potenti e rapide, con ritmiche tra il groove e il melodeath, e ritornelli invece più melodici, cantati con cattiveria ma ripieni di armonie. Se i primi coinvolgono bene, i secondi risultano un po’ smorzati, pur non essendo troppo noiosi. Vale lo stesso per il breakdown centrale, con i tratti strumentali più agitati che svolgono il loro compito e quelli più cadenzati che infastidiscono il dinamismo del tutto. Buona invece la coda finale, dal feeling vagamente rockeggiante, che conclude una canzone senza infamia né lode. Anche Dead End Streets ha qualcosa di rock nel suo riffage iniziale, molto groove oriented. È questa la base su cui si stende un pezzo diretto e potente, in cui anche le pause servono solo a lanciare una nuova ripartenza. L’unico momento in cui la norma viene meno è quella centrale, più rapida e pestata, con la doppia cassa di Casper Sennenwald in bella e vista e una buona potenza. Per il resto, il brano è lineare e breve, ma non è un problema: abbiamo infatti uno dei punti più alti di Midnight Tornado. Al contrario della precedente, Standing at the Gates of Failure è molto più sfaccettata, e cambia spesso faccia. Si passa così da momenti groove lenti ad altri di fuga melodeath, passando per tratti thrashy potenti e per un gran numero di stacchi. Questi ultimi, insieme a un’impostazione così schizofrenica, sono il principale motivo che rende la canzone insipida e poco convincente: se alcuni passaggi presi a sé stante sono degni di nota, l’insieme funziona poco. Solo la parte centrale fa eccezione, con il suo riffage minaccioso che incide al punto giusto; il resto è abbastanza scadente, e il brano di sicuro non risulta tra i migliori qui dentro.

Coldhearted è più orientata sul lato metalcore del gruppo, sia nei momenti più aggressivi, che contano sul tipico riffage spezzettato del genere, che in quelli più melodici, con tanti elementi hardcore-oriented. Queste due anime si presentano a volte da sole, ma tendono spesso a mescolarsi; l’unione genera tra l’altro alcuni tra le frazioni migliori del pezzo. Aggiungiamoci un breakdown potente e ben riuscito e pochi momenti morti, e abbiamo un brano magari non tra i migliori del disco, ma che sa bene il fatto suo. Giunge quindi Breathe the Disease, canzone veramente densa e oscura sin dall’inizio, con forti influssi melodeath nei riff che si rincorrono, incastrati tra loro alla perfezione. Ne risulta un episodio frenetico, che alterna velocemente passaggi convulsi e altri più calmi, ma sempre abbastanza oscuri, il tutto con cognizione di causa per una volta. Il risultato è un tornado di note quasi stordente, che lascia però un’ottima impressione, al termine dei suoi due minuti e mezzo di durata. È facilmente uno dei pezzi migliori di quest’album, dunque! Segue quindi Annihilation, più tranquilla e liscia. Nonostante nel riffage si respiri ancora una potenza di stampo melodeath, specie in alcuni momenti cupi, i tempi sono meno serrati, e l’atmosfera è più distesa. Purtroppo, sin dall’inizio gli As We Fight ricadono nei loro problemi: abbiamo una canzone che progredisce quasi senza una linea, incolonnando tanti momenti diversi tra loro. Il fatto che alcuni di questi siano poco efficaci – anche se qualche frazione bella potente c’è anche qui – non aiuta. Abbiamo un altro pezzo sottotono, che si rialza solo nel granitico finale, ma nel complesso non è granché. È la volta di Left in Torment, che può contare su ritmiche di base potenti e coinvolgenti. Stavolta esse durano più a lungo, seppur nelle strofe assumano suggestioni più melodeath, aiutate anche dalla prestazione arcigna dei due cantanti. La progressione c’è, ma è meno marcata che in passato, seguendo una falsariga più solida: è anche per questo che stavolta tutti i passaggi sanno il fatto loro. Degna di nota anche la coda conclusiva, meno dinamica e più riflessiva del resto, ma che sa comunque far muovere la testa, un altro buon elemento per un episodio tutt’altro che trascendentale, ma di buon valore.

Quasi dal principio, Slay the Fistborn sa un po’ di già sentito, ma questo è il suo unico difetto. Per il resto abbiamo infatti una catena di riff di grande impatto: brillano in special modo quelli death-oriented, di energia lodevole. Il momento in assoluto più efficace è però il breakdown finale, reso furioso dal duetto tra Campbell e Medom su una base davvero potente e cattiva. È la conclusione adatta per un pezzo fulminante, tra i migliori di Midnight Tornado. È quindi il turno di The Orchestra of Death. Si tratta di un brano crepuscolare che si destreggia tra momenti preoccupati e altri più diretti, coi primi che tendono però a prendere il sopravvento. Questa prima frazione è di buon impatto, ma poi il pezzo svolta in una direzione più hardcore, con l’atmosfera che si fa più sottile e disimpegnata. Ciò rovina in parte quanto fatto fin’ora, anche se qualcosa di buono c’è, come per esempio il bell’assolo centrale. Anche quando riprende con più potenza, il brano comunque sembra quasi stanco: è il finale di un pezzo non negativo ma neanche buono, un po’ il manifesto dell’album che per fortuna è quasi alle ultime battute. Per fortuna, nel finale Midnight Tornado si ritira un po’ su. Lo fa prima con The Path of the Dead, che pur soffrendo della “schizofrenia” tipica degli As We Fight ha il pregio di allineare una serie di riff energici, con fraseggi melodeath, metalcore e thrash alternati in maniera efficiente. La durata ridotta e una buona quantità di pathos che spunta qua e là fanno il resto: abbiamo un pezzo più che discreto. Ancor meglio va con This Fuck You Is My Last Goodbye che a dispetto del titolo infantile è una canzone semplice e di gran impatto. Il suo riffing principale, stavolta metalcore quasi puro, sostiene sia i ritornelli che parte delle strofe. I primi in particolare colpiscono, per la loro semplicità, che li rende catturanti e cantabili con facilità. Anche il resto però brilla di luce propria: le venature death melodico che spuntano a tratti sono pregevoli, e il songwriting, seppur variegato, è di gran sostanza. Abbiamo insomma una conclusione breve ma ben fatta, il miglior album in assoluto del disco che chiude insieme a Dead End Streets, Breathe the Disease e Slay the Fistborn.

Insomma, Midnight Tornado è un album né pessimo né eccezionale: si trova esattamente a metà, il che si traduce in una sufficienza risicata. Se gli As We Fight sono caduti nel dimenticatoio, un motivo c’è: non erano privi di talento, ma con album di questo livello non si può andare lontano. In ogni caso, se siete collezionisti di gruppi sconosciuti, è possibile che quest’album faccia per voi; vale più o meno lo stesso se siete fan dei The Haunted, e volete scoprire un gruppo simile ma meno famoso. Per tutti gli altri, però, potete anche lasciar perdere: sia nel metalcore che nel groove, sia nel melodeath che nelle unioni imbastardite tra questi generi, c’è chi ha saputo fare molto meglio dei danesi.

Voto: 62/100


Mattia

Tracklist:

  1. Escaping the Poisoned Hands of Despair – 03:14
  2. Where Eagles Turn – 03:52
  3. Dead End Streets – 03:13
  4. Standing at the Gates of Failure – 04:50
  5. Coldhearted – 03:55
  6. Breathe the Disease – 02:29
  7. Annihilation – 04:06
  8. Left in Torment – 03:39
  9. Slay the Firstborn – 02:56
  10. The Orchestra of Death – 04:08
  11. The Path of the Dead – 03:39
  12. This Fuck You Is My Last Goodbye – 03:06
Durata totale: 42:22

Lineup:
  • Jason Campbell – voce
  • Laurits Medom – voce
  • Michael Dal – chitarra
  • Martin Olsen – chitarra
  • Soren Hvidt – basso
  • Casper Sennenwald – batteria
Genere: groove/death metal/metalcore
Sottogenere: melodic death metal

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