Intrinsic – Nails (2015)

Per chi ha fretta:
Nails, terzo album dei californiani Intrinsic, è stato un album dalla genesi travagliata. Registrato all’inizio degli anni novanta e poi accantonato, è venuto alla luce solo nel 2015, in occasione della reunion del gruppo. Il suo stile è quello che gli americani suonavano alla fine degli eighties, una fusione tra thrash, heavy classico e primo progressive che può essere descritta come una versione thrash dei Fates Warning ottantiani. D’altro canto, il disco ha il problema dell’eccessiva lunghezza, peraltro non giustificata: tagliando pezzi come Die Trying, Inner Sanctum e Cannabis Sativa, sicuramente avremmo avuto un album migliore e più leggero. Anche così, però, il risultato è un album di qualità, come dimostrano On Gossamer Wings, Mourn for Her e The Vicious Circle, pezzi di punta di una tracklist mediamente buona. Per questo, Nails è un lavoro non eccezionale ma onesto e piacevole, che farà felici i fan del metal anni ottanta.

La recensione completa:
Gli eighties, che possono sembrare un periodo d’oro a chi come me non li ha vissuti, erano in realtà anni duri per chi suonava metal. Per ogni grande band che ha pubblicato capolavori e la cui fama perdura tutt’ora, ne esiste uno stuolo che, per vari motivi, è rimasta confinata all’underground, nonostante il livello almeno buono. È il caso, per esempio, degli Intrinsic: nati nel 1984 a Morro Bay, in California, esordiscono tre anni più tardi con un album omonimo. Il metodo migliore per uscire dall’underground sarebbe, a quel punto, pubblicare a stretto giro un successore, come tante band più famose hanno già fatto. Per un motivo o per l’altro, agli Intrinsic questa mossa non riesce: solo nel 1990 esce Distortion of Perspective, solo un EP. Poco dopo, tra il ’91 e il ’92, la band si mette all’opera per registrare il suo come-back sulla lunga distanza. I tempi però sono cambiati: i fan stanno voltando le spalle all’heavy metal classico, e il grunge sta vivendo la sua breve fiammata di popolarità. È per questo che nessuno si fa avanti per supportare i californiani: l’album finisce perciò nel dimenticatoio, e il gruppo vivacchia per un po’. L’epilogo arriva nel ’98: due anni dopo l’uscita del nuovo album Closure, ignorato da tutti, il gruppo si scioglie.

Come tanti gruppi, però, anche gli Intrinsic di recente hanno affrontato una reunion: la loro si è consumata nel 2015, e per l’occasione il gruppo ha finalmente rispolverato e pubblicato l’album messo da parte tanti anni prima, col titolo di Nails. Anche se ripulita e rimasterizzata, la musica dei californiani è puramente in linea con il metal di fine anni ottanta, con tutto il fascino che questo comporta. Il loro stile è diviso a metà tra l’heavy metal classico americano il thrash Bay Area e il progressive primigenio, con in più influenze power e speed. Si potrebbe descrivere bene questo connubio come una versione thrash dei Fates Warning di metà anni ottanta; un genere insomma con un suo fascino, non eccessivamente originale forse ma che sa il fatto suo. Dall’altro lato, Nails non è esente da qualche difetto: il principale è l’eccessiva lunghezza. Un’ora e dodici minuti sono davvero troppe, rendono il lavoro molto pesante; in più, la sensazione è che tagliando qualche pezzo meno bello si poteva avere un lavoro più scorrevole e di qualità più alta. È un difetto importante ma non troppo, per un album che come vedrete coinvolge bene.

Il breve intro di State of the Union è thrash diretto e canonico, poi il brano comincia la sua evoluzione a tinte progressive. Si alternano così strofe dritte e con pochi fronzoli, che recuperano le sensazioni del preludio e passaggi più frenetici e vorticosi, con una certa preoccupazione dalla loro. Tra le due parti della canzone ci sono una gran varietà di sfumature, che rendono il tutto sempre in movimento. Forse non ogni passaggio è memorabile: nel dettaglio, quelli meno veloci non spiccano troppo. Niente paura, però: nel complesso il brano si difende, risultando una opener adatta alla situazione. Fight No More attacca quindi con prepotenza, per poi spostarsi su ritmiche più riflessive, ma con le stesse suggestioni maideniane nel riffage. La sensazione è aumentata anche da Lee Dehmer Jr, la cui voce si trova a metà tra John Arch e Bruce Dickinson, e dà una buona mano non solo a questa canzone ma a tutto il disco. In ogni caso, la musica prosegue per lunghi tratti sullo stesso schema, con una cera potenza ma anche intimista e vagamente oscuro. Sono rari infatti i ritorni ai livelli di potenza iniziale e i cambi di rotta. Tra i più in evidenza ci sono i ritornelli, con una melodia di base vagamente orientale che cattura bene e li rende il passaggio della canzone che meglio si lascia ricordare. È questa l’impostazione che dura a lungo nella traccia, a eccezione di una parte centrale più sfaccettata, che passa da toni lievi a momenti macinanti, di potenza thrash.  Per il resto, abbiamo un brano lungo e lineare ma mai noioso, che sa bene il fatto suo. Dopo un intro a vaghe tinte power, Die Trying allinea strofe oblique, heavy ma anche con una certa tranquillità e fughe precipitose, che a tratti reggono anche i brevi ritornelli. Entrambe le anime sono di buona qualità, ma la loro unione sembra un po’ forzata: come base per i refrain sembra infatti più adatta la parte centrale, anche più eterea del resto. Abbiamo insomma un brano non molto riuscito, anche se ha il pregio di durare meno di quattro minuti, e di passare in fretta. Un lungo preludio malinconico, in cui chitarra pulita e distorta si intrecciano con dolcezza, poi pian piano On Gossamer Wings si potenzia, fino alla sua norma principale. Abbiamo allora un brano roccioso e dal mood serio e battagliero, quasi epico, che avanza sull’onda potente creata dal muro formato dalle chitarre di Garrett Craddock e Michael Mellinger. È una norma diretta per buona parte della canzone, ma che in occasione dei ritornelli si fa più spezzettata e orientata al progressive. Questi ultimi sono spiazzanti, coi loro controtempi accompagnati da ritmiche rocciose, ma una volta assorbiti risultano la parte più coinvolgente del pezzo. Molto bello è anche il crescendo della frazione centrale, che si spegne all’improvviso e si fa malinconico, per poi cominciare a potenziarsi, ma sempre mantenendo un certo pathos, a tratti lancinante. È un altro valore aggiunto per un gran pezzo, tra i migliori in assoluto di Nails!

Pillar of Fire è piuttosto oscura e rabbiosa, specie nelle strofe, con venature cupe di chitarra sopra a un riffage duro, il tutto coronato dalla voce evocativa di Dehmer. Questa impostazione dura a lungo, ma a tratti si cambia totalmente binario: il ritmo guidato dal drummer Christopher Binns sale molto, e il clima tende a variare. Se alcuni tratti più preoccupati funzionano, come anche il bell’assolo centrale, altri più leggeri e disimpegnati stonano parecchio.  È un vero peccato: il resto è di caratura altissima, e anche così il complesso è di fattura discreta. La successiva Mourn for Her è una ballata veramente soft, con una base in cui ogni strumento mira alla delicatezza, e a evocare una calda infelicità. I toni salgono solo a volte: è sempre la chitarra pulita che domina, però, mentre il metal non torna se non nello struggente assolo centrale, e nel breve scoppio finale. Il tutto è inoltre avvolto in un velo di suggestioni progressive rock, che vanno dall’atmosfera ad alcuni elementi stilistici. È anche questo un punto di forza di un pezzo grandioso, tra i migliori dell’intero disco! Un intro buio, con protagonista il lieve basso di Joel Stern – norma che tornerà poi nel finale – quindi parte The Vicious Circle, brano brillante dal vago retrogusto rock nelle ritmiche heavy classico.  Lo schema su cui la canzone si muove è semplice: ritornelli quasi scherzosi e potenti, grazie alle ritmiche e ai cori, seguono strofe di profilo più basso, ma lo stesso coinvolgenti. Va più o meno nella stessa direzione la parte centrale, divertente e rapida; un plauso anche per gli assoli che spuntano qua e là. Sono tutti arricchimenti di un pezzo semplice ma di gran impatto, che lo rende il migliore del disco con On Gossamer Wings e alla precedente! Dopo un uno-due così da K.O., gli Intrinsic schierano Denial, traccia che si muove su due binari distinti: da una parte, alcune frazioni sono docili e melodiche, vicine a certi lenti. Dall’altra, ci sono lunghe progressioni più dure e anche abbastanza aggressive, con chitarre taglienti, ritmo martellante e la voce di Dehmer che si fa graffiante. La traccia si evolve assecondando una volta l’una, una volta l’altra, anche se la seconda anima è quella vincente: lo dimostra per esempio la lunga frazione al centro, una lunga teoria di riff ben incastrati tra loro, o il truce finale dalle inedite influenze death. Anche l’altra sa bene il fatto suo; purtroppo però a tratti la fusione tra i due passaggi sembra un po’ artificiosa. Per il resto però il risultato è convincente: nonostante il suo difetto, il pezzo incide abbastanza bene. È ora la volta di Yikes!, strumentale in cui il gruppo dà sfogo a tutto il proprio estro progressivo e tecnico, come si vede già dall’inizio obliquo. Quando si entra nel vivo, parte poi una lunga fuga che si mantiene diretta solo per pochi secondi, prendendo spesso strade intricate. Sono tanti i cambi di tempo che Binns comanda e le due chitarre, come anche il roboante basso di Stern, seguono serpeggiando. Il risultato è una lunga progressione, stavolta però scritta a meraviglia: ogni pezzo si attacca bene a quelli che ha intorno. Ne vien fuori un pezzo di alta qualità con poco da invidiare ai migliori del lotto.

Inner Sanctum è quasi un tributo ai Black Sabbath. Le strofe non possono che riportare alla mente Planet Caravan, visti i toni delicati e le percussioni, anche se le incursioni di un violino dà loro una certa originalità.  D’altro canto, i ritornelli sono molto prog rock oriented, il che riporta alla mente certi episodi del periodo Vol. 4Sabbath Bloody Sabbath. Per il resto, abbiamo un pezzo discreto, con ottimi momenti – da citare l’assolo di violino al centro – ma che risulta un po’ troppo ripetitivo a tratti, oltre che meno efficiente che in passato. Il risultato è una ballad carina, ma nulla più. La dinamicità di Nails non è aiutata dal fatto che ora i californiani piazzano Dazed and Confused. Cover del celebre pezzo dei Led Zeppelin, seppur potenziata a livelli metal è comunque sornione come l’originale, specie nell’inizio blues. A parte il diverso livello di potenza, ci sono in realtà poche differenze rispetto all’originale del primo album omonimo degli inglesi:  quella più evidente è la parte centrale, che gli statunitensi rendono più dinamico. È anche per questo che questa rilettura è abbastanza incisiva, anche se forse non è imprescindibile. Finalmente, con Too Late, But Not Forgotten si torna al thrash: dopo un breve intro heavy, parte un pezzo piuttosto aggressivo, che ricorda da molto il sound bay area degli anni ottanta. Questa suggestione è presente specie nelle strofe, ossessive e dirette; anche i ritornelli però la mantengono intatta, risultando al contempo cantabili con facilità. Tuttavia, la canzone dà il meglio quando si evolve verso toni più espansi, quasi psichedelici. Rimane sempre il riffage granitico precedente, ma il resto si fa lontano, quasi celestiale. È una lunga sezione che si mantiene costante a lungo, a parte in alcuni ritorni di fiamma dell’impatto precedente. L’apice della bellezza la si raggiunge nel finale, con un coro lontano dall’animo progressive, che evoca un pathos unico. È il gran finale di un episodio eccellente, appena sotto ai migliori qui dentro! Siamo ormai alle ultime battute, e gli Intrinsic decidono di chiudere con Cannabis Sativa. È un brano non solo più moderno – lo si sente dai suoni – ma anche spiazzante, che sembra più un divertissment che altro. L’incedere è pacifico e rilassato, le melodie evocano calma e allegria, e la voce impastata di Dehmer fa il resto. Già questo non è molto positivo, ma l’apice del cattivo gusto lo si raggiunge nell’accoppiata bridge/ritornelli, che tra una sezione di ottoni che stona e coretti più degni di un pezzo di rock hawaiano, sono il punto più basso del disco. L’unica parte decente della traccia è l’assolo centrale di armonica, un po’ grottesco come il resto della canzone ma carino per la sua indole prog. Per il resto invece abbiamo un brutto riempitivo, il peggiore del disco che va a chiudere.

Insomma, al netto di qualche brano meno riuscito e di una lunghezza eccessiva, Nails è un buon album, con picchi di eccellenza.  È consigliabile quindi a chi è amante di tutto quello che è stato il metal classico degli anni ottanta, dall’heavy americano al primissimo progressive, dal thrash più tradizionale allo speed. Gli Intrinsic non saranno mai stati il gruppo migliore del mondo, nemmeno al tempo d’oro, ma qualcosa da dire ce l’hanno: non sottovalutatevi, potrebbero sorprendervi!

Voto: 77/100


Mattia
Tracklist:
  1. State of the Union – 04:36
  2. Fight No More – 06:39
  3. Die Trying – 03:49
  4. On Gossamer Wings – 07:43
  5. Pillar of Fire – 05:11
  6. Mourn for Her – 07:13
  7. The Vicious Circle – 04:51
  8. Denial – 07:31
  9. Yikes! – 04:31
  10. Inner Sanctum – 05:43
  11. Dazed and Confused – 05:05
  12. Too Late, But Not Forgotten – 06:04
  13. Cannabis Sativa – 04:24
Durata totale: 01:13:02

Lineup:

  • Lee Dehmer Jr – voce
  • Garrett Craddock – chitarra
  • Michael Mellinger – chitarra
  • Joel Stern – basso
  • Christopher Binns – batteria
Genere: heavy/thrash/progressive metal
Sottogenere: speed metal

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2 risposte

  1. Unknown ha detto:

    Thanks for your very kind review! We really appreciate that you took the time to write about every song.

  2. Mattia Loroni ha detto:

    You're welcome! I always make review like this, so thank you for your appreciation 🙂 !

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