Foret D’Orient – Venetia (2015)

Per chi ha fretta:
Venetia (2015), primo full-lenght dei veneziani Foret D’Orient, è un lavoro pieno di problemi. Il principale è che il gruppo privilegia il fascinoso concept sulla storia di Venezia rispetto alla musica: questa è ben suonata, ma risulta sterile, ondivaga e troppo succube al comparto lirico per incidere. Altri difetti sono l’eccessiva brevità del lavoro, che lo fa sembrare incompleto, e la voce di Roberto Catto, a volte troppo urlata per essere comprensibile. È un vero peccato: qualche elemento buono i Foret D’Orient lo hanno, come l’originalità del loro black metal sinfonico, le atmosfere epiche e l’uso dell’arpa di Sonia Dainese. È poco però per risollevare una tracklist in cui la sola Lepanto spicca, mentre le altre quattro canzoni (più intro e outro) sono prescindibili. In conclusione, Venetia ha buone premesse ma uno svolgimento non all’altezza, espressione di una band con potenzialità ma ancora lontana dalla quadratura del cerchio. 

La recensione completa:
Una delle regole fondamentali della scrittura creativa è che il messaggio non va mai “urlato”, ma bisogna sussurrarlo all’interno della trama, che è invece la componente fondamentale. Per fare un esempio e chiarire il concetto, se un romanzo vuole avere come messaggio “no alle droghe”, non si può scriverlo in modo che i personaggi non facciano altro che ripeterlo, sarebbe stucchevole e borioso. Molto meglio invece imbastire una storia con un protagonista che ha brutte esperienze con le sostanze stupefacenti, e magari riesce a tirarsene fuori. Quello di non urlare il proprio messaggio è un concetto valido non solo per la letteratura, ma anche per altri forme d’arte, tra cui ovviamente la musica. In questo campo, la regola si traduce nel dare il giusto spazio al reparto lirico, adattandolo alle suggestioni della musica e non lasciandogli mai prendere il sopravvento. Non rispettarla può rendere un album poco riuscito, come succede per esempio a Venetia, primo album dei Foret D’Orient.

Nati a Venezia nel 2009 e con l’EP Essedvm (2011) alle spalle, hanno pubblicato lo scorso 26 novembre il suddetto lavoro, esordio sulla lunga distanza. In esso, il gruppo veneto affronta un black metal sinfonico spesso su toni epici ma con atmosfere variegate e più vicine al metal melodico che al classico black. È questo uno degli elementi d’originalità dei Foret D’Orient, insieme all’inedita presenza in lineup dell’arpa di Sonia Dainese. Il tutto, insieme a un suggestivo concept sulla storia della Repubblica Veneziana, era un punto di partenza solido per fare qualcosa di ottimo; tuttavia, i veneti in questo frangente si sono persi dietro ai loro tanti difetti. Il principale è proprio la predominanza dei testi rispetto alla musica: quest’ultima infatti sembra quasi trascurata. Nelle canzoni del disco trovano spazio tanti cambi di tempo per adattarsi al cantato, il che le rende un po’ scollate e inutilmente complesse, la band che non riesce a gestire la varietà per bene. Il tutto è ben suonato, ma senza un’attenzione adeguata per le atmosfere e per la musicalità delle canzoni, il che contribuisce alla sensazione insipida che Venetia lascia dietro di sé. Oltre a questo, l’album risulta un po’ corto: poco più di mezz’ora è un po’ scarsa per un concept, specie se così ambizioso, e fa sembrare il tutto incompleto. Infine, un ulteriore problema si trova proprio nel comparto lirico. La colpa è del cantato di Roberto Catto, un growl abbastanza rabbioso, tecnicamente valido ma troppo aggressivo per essere sempre comprensibile. Unendo a questo fatto l’assenza di testi nel press-kit e l’uso a tratti del dialetto veneto, ne consegue che anche la resa della parte concettuale di Foret D’Orient è castrata. Il risultato è un album che poteva essere migliore, e che qualcosa da dare effettivamente ce l’ha, ma presenta troppe criticità per poter dire davvero la propria.

Si parte da Sacrum Militare Oratorium classico intro sinfonico, in questo caso con toni che dall’oscurità iniziale si fanno quasi subito evocativi, e progrediscono verso una forza sempre maggiore. Si tratta di un buon avvio, che introduce l’ascoltatore nelle atmosfere del disco, prima che A Reitia entri in scena. Questa, dopo un ulteriore intro delicato con l’arpa della Dainese, esordisce con potenza. I difetti dei Foret D’Orient sono però in bella mostra da subito: nella prima metà lo scream tortuoso è la base che il resto degli strumenti segue, attraversando momenti più di melodia e altri più duri, allineati senza una gran cognizione di causa. Dopo essere rimasto su questo schema per metà canzone, il pezzo si evolve in qualcosa di leggermente più diretto ed evocativo, seppur l’incisività ancora non sia al massimo. Abbiamo un pezzo non troppo negativo nel complesso, ma abbastanza scialbo e incolore. Un breve outro, che riprende il preludio della canzone precedente e gli dà un tono più medioevale, quindi è il turno di Dal Mare alla Terra – Adhuc Viventi. Si parte con potenza, black metal al tempo stesso melodico, agitato ed epico. È l’inizio di una fuga che alterna momenti potenti, in cui il blast beat di Emiliano Rigon si fa valere, e strofe meno estreme, che Catto rende tuttavia rabbiose. Qualcuno dei passaggi che si incolonnano ora è un po’ meno efficace degli altri, ma finché corre il brano riesce a coinvolgere discretamente; funzionano poco invece gli stacchi più lenti. Sia che il potente riffage del chitarrista Marino De Angeli si accoppi con la tastiera sinfonica dell’ospite Antarktica (già al servizio di Darkend e Evenoire), che agisce da assoluta protagonista, sia che la norma sia soffusa, con il basso del dotato Marco Barolo in bella vista, non cambia molto. Questi momenti sembrano un po’ fiacchi, e lasciano poco il segno. Nel complesso, abbiamo quindi un brano positivo ma di poco, castrato dai difetti già descritti del gruppo veneto.

Dopo un lungo intro, molto d’attesa, in cui sonorità sinfoniche accompagnano l’arpa della Dainese, esplode finalmente Lepanto, lenta ma epica. Questo feeling domina in tutta la progressione, che conduce fino all’apice del ritornello. Esso è esplosivo e cattura davvero, con il coro “San Marco” che esplode benissimo, ed è tra i passaggi più anthemici di tutto l’album. La progressione del pezzo è anche più complessa che in passato, ma stavolta non è un problema: i toni si fanno a tratti epici, in altri momenti delicati e infelici, senza che nessun passaggio strida. Le atmosfere sono al contrario immaginifiche, ci calano all’interno della celebre battaglia che il testo descrive. Forse si può criticare il finale, con la chitarra di De Angeli impegnata in un fraseggio un po’ soft che contrasta un po’ alla fine di un brano così energico. È però solo un dettaglio, che non rovina un episodio più che buono, di gran lunga il migliore di Venetia! Un altro breve intro sinfonico, poi Sogno de Vis si avvia con un assalto frontale, mitigato giusto un po’ dalla tastiera sinfonica. Pian piano questa norma si apre e si fa più mutevole: trovano spazio allora momenti interessanti, come quelli dominati da Antarktica, oscuri ed evocativi. La maggior parte dell’evoluzione lascia però a desiderare: i tanti cambi di tempo e di norma, troppo diversi tra loro, la rendono scollata e poco piacevole. Alcuni di questi momenti funzionano anche: è però poco per tirare su dal baratro la traccia. Segue quindi Dominio da Mar, che inizialmente si mostra trionfante; ciò però stona parecchio nel contesto in cui è inserito. Va meglio quanto la musica si fa più preoccupata, anche se i problemi dei Foret D’Orient restano: tanti passaggi si susseguono, ma pochi restano in mente. Fanno eccezione la parte centrale, lieve e “ballatesca”, che con le sue melodie oscillanti riesce a dire qualcosa, e il finale, che si rivela trascinante e potente, grazie alla voce pulita dell’ospite d’eccezione Fearbringer e a un comparto ritmico incalzante. L’idea generale è però quella di un pezzo riuscito a metà, più o meno un manifesto dei tanti difetti e dei pochi pregi di Venetia. A questo punto, siamo già alle battute conclusive: il lavoro si chiude con Adagio in Sol Minore. È una rivisitazione fedele all’originale del pezzo del compositore barocco Tomaso Albinoni: senza alcun elemento metal, è un tranquillo pezzo di musica sinfonica, lento e triste. È un finale valido, tutto sommato, anche se ovviamente non si può dare il merito alla band di ciò.

Nel complesso, Venetia è la classica occasione mancata: con l’ottimo concept e l’originalità dello stile, si poteva avere un ottimo album, forse addirittura un capolavoro, invece che uno poco sotto alla sufficienza. I Foret D’Orient però non ce l’hanno fatta: il loro progetto era troppo ambizioso, e i loro attuali mezzi non hanno consentito loro di vincere la sfida. Non che i veneziani siano senza talento: il loro genere è originale, e devono solo lavorare per sfruttare meglio le potenzialità. Rimandati alla prossima, dunque.

Voto: 56/100

Mattia

Tracklist:

  1. Sacrum Militare Oratorium – 02;02
  2. A Reitia – 04:18
  3. Dal Mare alla Terra – Adhuc Viventi – 05:06
  4. Lepanto – 07:03
  5. Sogno de Vis – 05:22
  6. Dominio da Mar – 06:37
  7. Adagio in Sol Minore – 03:41

Durata totale: 34:09

Lineup:

  • Roberto Catto – voce
  • Marino De Angeli – chitarra
  • Sonia Dainese – arpa
  • Marco Barolo – basso
  • Emiliano Rigon – batteria
  • Fearbringer – voce (guest)
  • Antarktica – tastiera (guest)

Genere: symphonic black metal
Sottogenere: epic black metal

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