Elevators to the Grateful Sky – Cape Yawn (2016)

Per chi ha fretta:
Cape Yawn (2016), secondo album dei siciliani Elevators to the Grateful Sky, è un album particolare e interessante, a partire dallo stile. Quello dei palermitani è uno stoner metal classico ma variegato, in cui si ritrovano molteplici influenze che a tratti prendono anche il sopravvento. Così, la psichedelica Dreams Come Through è diversa dall’intensa Kaiser Quartz,  e l’eclettica title-track, senza traccia di stoner, è diversa dall’espansa ma potente Mountain Sheep. Questo quartetto, il meglio che l’album abbia da offrire, è anche il perfetto manifesto di una tracklist solida, con qualche punto morto ma anche molta sostanza. In conclusione, Cape Yawn è un buonissimo album, consigliato a tutti i fan di stoner, doom e hard rock sabbathiano.

La recensione completa:
Seppur sia nota ai più per la sua scena black, in Sicilia in realtà ogni stile, o quasi, del metal ha il suo spazio. Non fanno eccezione ovviamente il doom e i generi che gli girano attorno: l’isola può contare su un buon numero di gruppi, specialmente stoner, tra cui gli Elevators to the Grateful Sky sono tra gli esponenti di punta. Nati nel 2011 a Palermo, hanno esordito l’anno successivo con un EP omonimo, per poi passare nel giro di altri dodici mesi all’esordio Cloud Eye (2013). I due anni e mezzo successivi sono stati di pausa, ma la band non ha perso il suo slancio: lo dimostra il loro come-back discografico, Cape Yawn, uscito lo scorso 11 marzo. In esso, i siciliani propongono uno stoner metal coinvolgente e piuttosto vario. Lungo le tredici tracce del disco, essi  cambiano faccia più volte, mostrando a tratti il loro lato più hard rock e altre volte quello più doom. In più, ci sono influenze eterogenee, che vanno dal blues al funk: non sono sempre presenti, ma a tratti lo stoner viene accantonato per lasciar spazio ad altre sonorità. È anche questo uno dei segreti che rendono i palermitani interessanti, insieme a un songwriting di tutto rispetto: proprio quest’ultimo è il grande punto di forza di Cape Yawn. In fondo, senza i suddetti influssi da generi lontani, la musica degli Elevators to the Grateful Sky non sarebbe molto diversa dalla media del genere. La competenza della scrittura aiuta però immensamente a rendere l’album mai noioso o derivativo, ma sempre interessante e fresco. Seppur con qualche pezzo meno riuscito, quindi, Cape Yawn è un album di alto livello, come leggerete tra un attimo.

Si comincia subito in velocità con Ground, canzone che dopo un breve intro prende il via rapida e scatenata. Il ritmo è veloce e brillante, il riffage delle asce gemelle di Giuseppe Ferrara e Giorgio Trombino è potente il giusto, con anche qualche vago influsso punk, e la voce sguaiata di Sandro Di Girolamo dà alla musica quel tocco in più. La struttura è quella classica, si allineano strofe dirette ed energiche e ritornelli più pesanti, ma che sanno catturare bene. Il tutto è molto lineare: c’è spazio giusto per una breve frazione centrale, che riprende l’intro e lo condisce con un buon assolo. È l’unica variazione di una opener semplice ma ottima. Un altro preludio, stavolta ritmato e dal forte flavour sabbathiano, poi Bullet Words esordisce più lenta, anche se il mood è più o meno lo stesso. Ciò vale in special modo per la prima metà, placida e piuttosto doom oriented, che avanza a lungo sulle stesse coordinate, divisa tra momenti solisti e parti cantate. A riportare di più ai Black Sabbath è però la parte conclusiva, più serrata, sinistra come da tradizione degli inglesi e dannatamente anni settanta. Tuttavia, è proprio questa sezione, specie nei suoi momenti più veloci, a incidere meno. Poco male: abbiamo un episodio comunque discreto. È però tutt’altra storia con la furiosa All About Chemistry. Il ritmo del batterista Giulio Scavuzzo è forsennato, e le ritmiche di chitarra al di sopra sono sinistre, con di nuovo un accenno punk. È un episodio frenetico e potente, non estremo ma piuttosto aggressivo in quasi tutti i punti. Anche i veloci ritornelli, che passano in un lampo, non si smuovono dalla linea del resto, nonostante la maggior calma. L’unico momento per rifiatare arriva a tre quarti della canzone, quando il tempo cala e il pezzo si fa più stoner doom-oriented. Una vaga nota cupa rimane sempre: del resto, è anch’essa uno dei punti di forza di un pezzo ottimo, sotto di poco ai migliori di quest’album. Cambiano ancora i toni con Dreams Come Through, il cui avvio è espanso e psichedelico, piena di chitarre blues lontane e di vari echi. L’impostazione di questa prima frazione è molto soft, e solo occasionalmente c’è qualche scoppio di potenza, che però cerca più l’atmosfera che l’impatto.  Quest’ultimo ha posto solo nei ritornelli, che recuperano la potenza stoner e hanno anche una discreta potenza. L’atmosfera tuttavia è sempre dilatata e tranquilla, quasi allegra, come nel resto del pezzo. Man mano, inoltre, la traccia tende a spostarsi verso questa seconda anima: lo dimostra la coda finale, veloce e tagliente, il momento più duro del pezzo. Tutto ciò comunque viene mescolato con sapienza: abbiamo infatti un pezzo di valore altissimo, il migliore di Cape Yawn!

Il basso di Trombino dà il via ad A Mal Tiempo Buena Cara, pezzo lento e puramente sabbathiano, con le sue suggestioni ancora una volta hard rock settantiano, date dalla chitarra in wah e alle ritmiche a là Tony Iommi. Siamo però ancora nell’intro: presto il brano assume una personalità diversa, leggermente più doom che in passato, e tende un po’ a nascondersi. I momenti che brillano di più, infatti, sono quelli in cui gli Elevators to the Grateful Sky riprendono le coordinate martellanti dell’intro, resi per l’occasione più potenti. Oltre a questa norma, c’è spazio solo per una coda finale strumentale che gioca sui temi già sentiti nella canzone. È la buona chiusura di un episodio forse non eccezionale, ma piacevole al punto giusto. La successiva Kaiser Quartz si mostra psichedelica sin dal preludio, e anche quando entra nel vivo è molto espansa. Il riffage, puro stoner metal al cento percento, è il suo punto di forza assoluto, con la sua norma circolare semplice, ma da urlo. Anche quando questa falsariga viene meno il pezzo è eccezionale: la frazione centrale, lenta e in cui convivono  accenni doomy e melodie dolci, è infatti uno dei passaggi migliori del pezzo. Vale lo stesso per la coda finale, più energica  con il suo riffage graffiante e il ritmo che si alza in chiusura. Abbiamo un episodio sfaccettato ma in cui ogni passaggio è al posto giusto, in altre parole uno dei punti più alti della tracklist. Giunge quindi I Wheel, brano dall’appeal più moderno degli altri. Ciò è avvertibile sin dall’inizio, con ritmiche cupe e rocciose che avanzano a lungo, aiutate da un Di Girolamo particolarmente teatrale e tenebroso, vicino quasi al miglior Scott Reagers in certi frangenti. Per circa metà, il pezzo avanza lento e costante, poi di colpo si accelera: la frazione centrale, per quanto ancora un po’ oscura, è animata e brilla per il ritorno delle sue sonorità stoner. È solo un momento: il finale torna a rallentare e si fa anche più ossessivo e lugubre, con le sue venature doom potenti e aggressive. È forse il meglio di un pezzo che poi, dopo aver ripreso la norma iniziale si conclude; il risultato è abbastanza particolare, ma non stona nella tracklist, anzi. Lo stesso non si può dire di Mongerbino, purtroppo. È inizialmente una scheggia impazzita, stoner metal rapido e dalle forti influenze punk neanche troppo nascoste. Esse fanno bella mostra soprattutto nei momenti meno serrati; anche quelli più rallentati sono però energici, grazie alla voce energica di Di Girolamo. Tutti questi elementi danno al brano una certa aggressività, seppur i toni siano anche piuttosto rilassati. Lo dimostra anche la breve sezione conclusiva, rivolta invece su sonorità anni settanta a metà tra funk e latin, con tanto di hammond in bella  vista. Proprio quest’ultima parte, seppur convincente, stona un pochino con la precedente: ne risulta così la song meno bella del disco, carina ma nulla più.

Con Cape Yawn, la strada particolare intrapresa ormai dall’album si fa ancora più chiara. È una traccia strumentale senza traccia di stoner o metal, che lasciano spazio a un blues rock dilatato e sognante, in cui l’assoluta dominatrice è la chitarra pulita ed echeggiata. È questa che ci conduce attraverso passaggi calmi, malinconici e frazioni più disimpegnate, ma di sicuro fascino. Pian piano, la musica progredisce, divenendo più intensa: la sei corde si prende ancor più la scena, per poi tornare alla tranquillità precedente. È proprio quello il punto in cui entra il sassofono di Trombino, autore di un magnifico assolo in questo finale. È un altro passaggio di grandissimo spessore di un pezzo veramente particolare, una mosca bianca nell’album a cui il nome, il che non gli impedisce però di essere una delle punte di diamante del lotto! Dopo un breve intro di Scavuzzo,con  We’re Nothing at All si torna allo stoner. È tuttavia una potenza relativa: l’atmosfera è rilassata, solare, grazie a un ritmo scandito anche da battiti di mani e a un riffage divertente. C’è spazio anche per alcuni passaggi più rapidi e preoccupati, vagamente cupi. All’inizio si tratta di brevi momenti, ma poi questa impostazione prende il sopravvento, e dopo una parte centrale frenetica, il brano si trasforma. Il clima si fa teso, pesante, e le urla di Di Girolamo ci guidano verso un apice quasi rabbioso. La norma precedente quindi riprende, prima che la musica termini; nel complesso, abbiamo un brano che coinvolge al punto giusto. È ora il turno di Laura (One for Mark Sandman), dedicata dagli Elevators to the Grateful Sky all’omonimo leader degli alternative rocker statunitensi Morphine, morto nel 1999. Si tratta di un breve interludio, in cui torna il sassofono di Trombino, stavolta in solitaria. Non è imprescindibile ma ha un certo fascino, e come intro per la successiva Mountain Ship è adatto. Quest’ultima riprende lo stoner metal del gruppo ma presenta ancora i toni onirici della traccia precedente. Ciò ha luogo specie nelle strofe, leggere e psichedeliche, ma che sanno anche coinvolgere a meraviglia. Anche i ritornelli non cambiano molto, presentando giusto un cantato più esuberante e un riffage leggermente più d’impatto. Il pezzo varia maggiormente solo passata la metà, quando si fa anche più lisergico. Si mette allora in mostra Scavuzzo, con le tante ripartenze e i fill scatenati, che insieme alla voce di Di Girolamo e alle chitarre iper-distorta della coppia Ferrara/Trombino conducono l’ascoltatore, tra riff e assoli, attraverso un sogno lieve e avvolgente. È questa insomma la parte migliore di un pezzo comunque ottimo in toto, l’ultimo nel novero dei migliori del disco insieme a Dreams Come Through, Kaiser Quartz e Cape Yawn. A questo punto, siamo in chiusura: c’è spazio solo per la strumentale Unwind. È un brano che ricorda un po’ le sonorità della title-track, con la chitarra pulita che domina, in questo caso intrecciata con quella acustica, col suono di un contrabbasso e altri echi, che la punteggiano qua e là. È un pezzo molto piacevole, che passa in fretta ma lascia una bella sensazione dietro di sé: anche l’outro è ben riuscito, dunque.

Alla fine dei giochi, Cape Yawn forse non sarà un capolavoro, ma è comunque un buonissimo album, pieno di spunti di qualità ed eclettico al punto giusto. Se lo stoner metal e le sonorità a esso vicine sono pane per i vostri denti, tenete bene a mente il nome degli Elevators to the Grateful Sky (non che sia difficile, visto quanto spicca il loro monicker!).  I siciliani sono infatti un gruppo capace e originale, e sicuramente faranno parlare ancora di sé in futuro.

Voto: 83/100

Mattia

Tracklist:

  1. Ground – 03:21
  2. Bullet Words – 03:00
  3. All About Chemistry – 03:21
  4. Dreams Come Through – 03:56
  5. A Mal Tiempo Buena Cara – 03:48
  6. Kaiser Quartz – 04:00
  7. I Wheel – 03:32
  8. Mongerbino – 03:23
  9. Cape Yawn – 06:18
  10. We’re Nothing at All – 03:49
  11. Laura (One for Mark Sandman) – 01:07
  12. Mountain Ship – 05:03
  13. Unwind – 02:29
Durata totale: 47:07
Lineup:
  • Sandro Di Girolamo – voce e percussioni
  • Giuseppe Ferrara – chitarra
  • Giorgio Trombino – chitarra, basso, sassofono e tastiera
  • Giulio Scavuzzo – batteria e percussioni
Genere: hard rock/doom metal
Sottogenere: stoner metal

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