Running Wild – Port Royal (1988)

Per chi ha fretta:
Port Royal (1988), quarto album dei Running Wild, non è solo uno degli album più belli della band, ma anche il cardine della loro carriera. È in esso che il gruppo di Rock ‘n’ Rolf affronta i suoi classici temi pirateschi con più convinzione, e provvede a raffinare il proprio speed metal, che infatti presenta già i semi dell’evoluzione futura verso il power. È anche questa maturazione che rende l’album un capolavoro: la tracklist dell’album ha infatti una media altissima, con picchi come Uaschitschun, Mutiny e Calico Jack, canzoni tra le migliori della carriera dei Running Wild. Insomma, Port Royal è un album grandissimo sia dal punto di vista dell’importanza storica che da quella della qualità, imprescindibile se si è fan dell’heavy metal classico degli anni ottanta. 

La recensione completa:
1987: i Running Wild pubblicano Under Jolly Roger. Dopo due album di speed tedesco, classico anche nei testi, per la prima volta nella loro musica fanno capolino i temi pirateschi che diventeranno un loro marchio di fabbrica, accompagnati da suoni lievemente più ricercati. Eppure, alla carriera del gruppo di Amburgo mancava ancora qualcosa. I tre album usciti fino ad allora erano tutti ottimi: tuttavia, ancora non era arrivato il capolavoro assoluto, quello che li consacrasse definitivamente. Tuttavia, esso non si fece aspettare molto: giusto l’anno dopo uscì nei negozi Port Royal! È lui senza dubbio l’album cardine della storia dei Running Wild, che proseguivano con ancora più convinzione sul proprio percorso evolutivo. Aumentarono quindi le suggestioni storico/piratesche dei testi, ma non solo: la musica si fece ancor più raffinata. Non è azzardato dire che con quest’album il gruppo di “Rock ‘n’ Rolf” Kasparek cominciò la sua deriva verso il power, che consentirà loro in pochissimi anni di diventare un nome di punta del genere. Certo, per il momento fu un avvicinamento timido: solo dal successivo Death or Glory (1989) parlerei effettivamente di power per loro. Il genere di Port Royal era per la maggior parte ancora il potente speed/heavy metal teutonico che i Running Wild avevano proposto nei tre lavori precedenti. Sarebbe sbagliato, tuttavia, sottovalutarlo per questo motivo: è proprio qui che si gettarono i semi del futuro del gruppo. Non è sbagliato quindi considerare Port Royal l’album più importante per i tedeschi, oltre che un capolavoro tra i più belli della loro carriera.

Come dice il nome stesso, Intro è il tradizionale preludio parlato. Si sentono inizialmente i passi di una persona che entra in una locanda, dove degli ubriachi cantano sguaiatamente Under Jolly Roger. Il nostro protagonista, confuso, chiede dove si trovi: a rispondergli è proprio Rock ‘n’ Rolf: è a Port Royal! È qui che parte l’omonimo pezzo, con il suo riffage, puro speed metal teutonico che comincia a venarsi di power. Come da norma del genere, ne risulta una canzone lineare e senza fronzoli, con strofe rapide e dirette, intervallate solo a tratti da brevi raccordi più vorticosi. Più che tradizionali sono anche i ritornelli, semplicissimi ma d’impatto assoluto, coi loro cori trascinanti. C’è poco altro qui, a parte un vorticoso assolo, splendido; per il resto abbiamo un pezzo semplice, ma già da subito eccezionale. Segue Raging Fire, anche più breve ed elementare della precedente, col suo riffing priestiano che assume coordinate speed piuttosto energiche nelle strofe. I ritornelli sono più lenti, ma compensano alla grande coi cori e il riffage, che li rendono al tempo stesso potentissimi e anthemici. La forma canzone viene rispettata quasi alla lettera, a parte nella sezione centrale, più arzigogolata del normale, con una frazione cantata ed evocativa. È però solo un altro punto di forza di un episodio semplice ma coinvolgente al massimo – e questo pur non essendo tra i punti di spicco di Port Royal! Dopo un intro immaginifico e melodico, dalle forti suggestioni power, è quindi la volta di Into the Arena, più dura anche se gli influssi sono gli stessi. Al contrario dell’incarnazione moderna del genere, però, l’atmosfera è cupa e preoccupata: lo si vede già dalle strofe, e nei bridge questa caratteristica raggiunge il suo picco. Nemmeno i ritornelli sono del tutto liberatori, anche se riescono in parte a sciogliere la tensione precedente. Proprio questi ultimi, rispetto a tutto il resto del disco, non esplodono granché, a causa di una melodia moscia e a un ritmo un po’ spezzettato. Per il resto il brano si difende bene: abbiamo infatti una canzone che qui dentro sfigura un pochino, ma che in un lavoro qualsiasi di oggi sarebbe la hit assoluta! È però tutt’altra storia con Uaschitschun, che dopo un intro pieno di splendide melodie parte in una fuga non velocissima ma incalzante. Sul tempo medio-alto impostato dal drummer Stefan Schwarzmann, viene fuori un pezzo di puro heavy metal anni ottanta. Già le strofe sono eccezionali, possenti ma anche con un certo pathos, dato dalla voce di Rock ‘n’ Rolf che canta uno splendido testo sulla condizione degli indiani d’America. Il meglio lo si ha però coi refrain, basilari ma commoventi, con le semplici parole cantate in coro che evocano una forte voglia di libertà, da brividi. Meraviglioso è anche l’assolo centrale, emozionante ai massimi termini. Non è che la ciliegina sulla torta di una traccia perfetta, tra le migliori non solo in Port Royal ma anche nella carriera dei Running Wild!

Un breve interludio parlato, che si ricollega al tema della song precedente, poi parte Final Gates, strumentale in cui il protagonista è il basso di Jens Becker, in bella mostra per la maggior parte del tempo. Anche le chitarre di Rolf e di Majk Moti sono ben presenti, e accompagnano la base ritmica per lunghi tratti, producendosi nella seconda metà anche in alcuni assoli di classe. Nel complesso è una traccia breve ma eclettica, con un gran fascino. Grazie a Conquistadores torniamo invece a qualcosa di più canonico: non che sia un male, comunque! Dopo un breve intro cupo ed echeggiato, parte infatti una scheggia speed metal rapida e senza fronzoli. Le strofe, inizialmente dure e potenti, si arricchiscono pian piano di espressività, grazie alle melodie che entrano  sia nella musica, sia nei cori che la punteggiano. Questo ci conduce ai ritornelli, travolgenti grazie alla componente corale, da urlare coi pugni al cielo. Alcuni bei lead di chitarra, tra cui quello centrale, e qualche melodia di stampo power qua e là sono i tocchi finali: abbiamo un grande pezzo, appena sotto ai migliori del disco, oltre a essere un classico assoluto dei tedeschi. È quindi la volta di Blown to Kingdom Come, episodio meno frenetico e più orientato verso l’heavy tradizionale, tra le sfuriate potenti del suo riffage e i fraseggi maideniani che fanno a volte capolino. Sia le strofe, preoccupate e sotto-traccia, sia i bridge, leggermente più estroversi, si muovono sulle stesse coordinate, vagamente cupe. Anche il refrain, che pure scioglie un po’ la tensione precedente ed è ancora catturante, si basa sullo stesso mid-tempo lento. Il tutto è inquadrato in una struttura semplice, la cui unica variazione è la prima metà della frazione solistica, con melodie particolari; è buona anche la seconda, che riprende in pieno la falsariga. Il risultato di tutto questo è un pezzo forse non tra i migliori qui dentro, ma coinvolgente al punto giusto! Un intro con suoni di elicotteri, poi è la volta di Warchild. Si tratta di un brano più ruvido della media di Port Royal, molto orientato verso lo speed/heavy della prima metà degli anni ottanta, quello degli Accept più selvaggi. È una sensazione presente sia nelle lunghe strofe, macinanti ed elementari, sia nei fulminanti ritornelli; anche il suono sembra quasi più grezzo e meno atmosferico che in passato. C’è giusto qualche piccola variazione qua e là, ma per il resto il brano è lineare, con tanto di assolo breve e classico al centro. Nel complesso, abbiamo un pezzo non disprezzabile, ma che sembra quasi fuori posto qui: è per questo che, secondo me, si tratta del punto più basso dell’album.

Dopo il suo unico passo falso, Port Royal si ritira subito su con Mutiny. Dopo un preludio intricato si avvia come un mid-tempo che sa essere al tempo stesso heavy ed espanso. Se le ritmiche sono infatti granitiche, il ritmo non rapido e la voce di Kasparek, lontana ed echeggiata, rende il tutto quasi etereo, almeno per le strofe. I bridge salgono invece di intensità, con la doppia cassa di Schwarzmann, e ci conducono ai ritornelli: questi sono davvero coinvolgenti, con la loro aura quasi epica ben rappresentata dal coro finale “stand up and fight!”. Il tutto non solo è originale, almeno per quanto riguarda l’heavy metal di quegli anni, ma anche validissimo ed efficace in ogni suo passaggio della sua struttura, peraltro più sfaccettata della media. Abbiamo di fatto un pezzo sottovalutato, ma che per me è addirittura il meglio che l’album abbia da offrire! Quest’ultimo peraltro è ormai agli sgoccioli, e per la prima volta i Running Wild propongono una suite nel finale, una caratteristica che poi faranno propria in quasi tutti i loro album successivi. Dopo un intro delicato, diviso tra la chitarra acustica e quella elettrica, Calico Jack prende il via con una rapida fuga, in cui tornano gli influssi power metal, qui più forti che in precedenza. Per la prima parte, si alternano in velocità strofe melodiche ma al tempo stesso incalzanti, e ritornelli anche più potenti, con un velo di oscurità dato dal duetto Rock ‘n’ Rolf/cori. Dopo poco, tuttavia, la traccia comincia a mutare: è la volta della tortuosa frazione centrale. Tra momenti più lenti e altri invece di sprint assoluto, tra passaggi di pura melodia e altri davvero rocciosi, abbiamo un affresco mutevole, ma per nulla difficile da seguire. Merito soprattutto dell’incastro tra le varie parti, ardito ma vincente, che ha alle spalle un songwriting di qualità assoluta. Dopo che il pezzo è andato avanti a lungo su questo schema, la parte principale torna a farsi strada, meno veloce che in passato ma molto evocativa e potente, un altro dei passaggi di punta del disco. Questo momento avanza a lungo, prima di lasciare a sua volta spazio a una lunga coda in cui la musica è soffice e regge un parlato: si tratta del completamento della storia sul pirata a cui la traccia è dedicata. Sembra la fine, ma i tedeschi ci hanno preparato un’ultima sorpresa: la vera parte finale torna infatti a essere rutilante, e come al centro abbiamo una nuova teoria di riff macinanti e splendidamente incisivi, che si spengono solo all’ottavo minuto del pezzo. È il gran finale di una traccia lunga ma eccellente, la migliore del disco che chiude con la precedente e Uaschitschun.

Insomma, Port Royal non è solo l’album in cui la band di Amburgo ha cominciato a fare sul serio, diventando i Running Wild che tutti amano. Si rivela anche un capolavoro assoluto, con una media spaventosa e alcuni dei pezzi topici della carriera del gruppo. È pur vero, dall’altro lato, che i tedeschi nella carriera successiva sono riusciti a fare anche di meglio.  Non è tuttavia un buon motivo per sottovalutare quest’album: se vi definite amanti dell’heavy metal anni ottanta, al contrario, è imprescindibile!

Voto: 96/100


Mattia
Tracklist:
  1. Intro – 00:50
  2. Port Royal – 04:12
  3. Raging Fire – 03:28
  4. Into the Arena – 03:59
  5. Uaschitschun – 04:53
  6. Final Gates – 03:00
  7. Conquistadores – 04:50
  8. Blown to Kingdom Come – 03:19
  9. Warchild – 03:01
  10. Mutiny – 04:28
  11. Calico Jack – 08:15
Durata totale: 44:15

Lineup:
  • Rock ‘n’ Rolf – voce e chitarra
  • Majk Moti – chitarra
  • Jens Becker – basso
  • Stefan Scharzmann – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: speed metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Running Wild

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