Zippo – After Us (2016)

Per chi ha fretta:
After Us (2016), quarto album dei pescaresi Zippo, è un album particolare ma grandioso. Il suo stoner rock venato di sludge, al tempo stesso psichedelico e nichilista, è già molto originale, e le tante influenze diverse non fanno che arricchirlo. Altri punti di forza dell’album sono la voce lancinante di Davide Straccione, una scrittura di forte impatto sia musicale che atmosferico, e una registrazione selvaggia e potente al punto giusto. Per tutti questi motivi,ognuna delle otto canzoni dell’album ha qualcosa da dire, e pezzi come la leggera Low Song,  la dolorosa Stage 6 e l’ossessiva The Leftovers spiccano anche di più. Dunque, After Us è un capolavoro tra i più grandi usciti quest’anno nell’ambito di stoner e sludge: gli appassionati di questi generi farebbero bene a procurarselo!

La recensione completa:
Per chi segue le vicende dell’underground metal italiano, quello dei pescaresi Zippo non è un nome nuovo. Dalla loro fondazione, nel 2004, fino a oggi si sono distinti per il loro stile eclettico, che passa per stoner, sludge, progressive, doom, hard rock e così via, e che si è evoluto attraverso ogni nuovo album. Non stupisce quindi che anche il loro quarto full lenght, After Us, uscito lo scorso 22 maggio, presenti molte novità. Abbandonato il suono corposo e ricercato del predecessore Maktub (2011), il gruppo affronta ora uno stile ben più grezzo e aggressivo. Di base è uno stoner rock piuttosto leggero e psichedelico, ma tutt’altro rilassato come la norma del genere. In esso infatti gli Zippo inseriscono copiose influenze sludge, che gli danno un tono fortemente rabbioso e nichilista, ben più estremo di quanto possa sembrare. Causa di questa nuova direzione, oltre che la già citata voglia di evolversi, potrebbe essere il cambio di formazione del 2013, che ha reso per gli abruzzesi un quartetto, per la prima volta. La presenza di una sola chitarra è infatti con ogni probabilità la causa di questa “rarefazione”. Non che After Us suoni troppo scarno: il suo impatto è eccezionale, sia sul lato musicale che su quello atmosferico. In più, gli Zippo possono beneficiare di una gran scrittura, che non ha paura di sperimentare: sono presenti infatti tante piccole influenze da vari generi,  dal doom classico all’alternative, dal punk al rock psichedelico, ben inserite nelle strutture dei brani. Un altro punto di forza è rappresentato dalla voce di Davide Straccione: lancinante ed espressiva, sarebbe un valore aggiunto per ogni gruppo, ma si sposa benissimo con la musica dei pescaresi. Chiude il cerchio una registrazione molto grezza ma che ha un grande fascino, e dà ad After Us un aspetto ancor più selvaggio, insomma tutt’altro che un difetto. Tutto questo messo insieme rende quest’album una piccola gemma, in cui anche i pezzi peggiori hanno molto da dare.

L’album si apre subito con la sua traccia più particolare, Low Song. Un breve intro con la batteria di Federico Sergente, poi prende il via un brano su coordinate abbastanza classiche, stoner rock sporcato di metal. Non che manchi l’aggressività, data dalla voce di Straccione, subito in mostra, ma i toni sono distesi. Anche se il ritmo è abbastanza alto, la chitarra di Alessandro Sergente è sempre espansa, e attraversa momenti molto psichedelici. In ogni caso, sia i passaggi più dilatati che quelli lievemente più intensi funzionano a meraviglia. Il meglio del pezzo è però la lunga conclusione, stoner dilatato e lisergico, reso ossessivo dal reparto vocale, che prosegue anche dopo che la musica si è spenta, salmodiante. È il gran finale di un pezzo strano ma splendido, da subito tra i migliori in assoluto del disco. Già dall’incipit della successiva After Us tutto cambia: si mostrano subito ritmiche cupe e pesanti, dalle inflessioni sludge, a cui si conforma anche la voce, urlata e rabbiosa durante le strofe. Queste ultime sono ossessive e alienanti, e vanno avanti a lungo. Su questa norma si aprono momenti meno aggressivi e più espansi, che riprendono l’intro e per quanto cupi sono meno furiosi del resto. Nel suo breve corso (solo tre minuti e mezzo la durata), la traccia si divide tra queste due anime: c’è spazio di tanto in tanto giusto per qualche momento ancor più martellante, pieno di fuzz e di nichilismo sonoro. È il giusto coronamento di un altro pezzo eccellente. Anche Comatose è molto semplice, con la sua impostazione principale già in bella mostra all’inizio, circolare e arricchita dalla graffiante voce di Straccione. Anche il resto del pezzo ha la stessa base ritmica e ondeggiante, con tratti che la riprendono e le danno un’attitudine nascosta, quasi intimista, e passaggi strumentali resi psichedelici dai lead del Sergente chitarrista, come anche da un synth nel finale. Vista la breve durata (tre minuti appena) e la sua eccessiva semplicità, il risultato non è uno dei pezzi migliori dell’album. Poco male, comunque, visto che il livello è elevato.

Familiar Roads entra in scena con gran lentezza, spinta dal ritmo ossessivo ma lieve della batteria, su cui pian piano si apre un pezzo di rock psichedelico, vagamente cupo. Il crescendo è molto lento, con la voce morbida come gli effetti e la chitarra pulita che la reggono. Solo dopo oltre tre minuti il pezzo strappa e assume una certa potenza, peraltro relativa. Il ritmo è ancora abbastanza lento e tutto è avvolto in un’aura onirica, potente e oscura, che lacera l’animo dell’ascoltatore senza bisogno di elementi estremi. Solo a momenti, infatti, le influenze sludge degli Zippo tornano fuori, per passaggi più aggressivi e potenti. Nel resto del pezzo, rimangono in secondo piano, sepolti all’interno della miriade di echi in cui l’ascoltatore si perde. Il risultato è un lungo bad trip di sette minuti e mezzo, sotto ai pezzi più belli di After Us giusto per un pelo. Al contrario, Adrift (Yet Alive) si rivela molto più rivolta all’impatto. Lo è già dal principio, con il ritmo forsennato del Sergente batterista, su cui all’unisono il basso di Tonino Bosco e la chitarra creano un muro di selvaggio stoner metal. È una norma ossessiva, che la voce di Straccione rende anche più rabbiosa. Ciò accade in special modo al centro, dove il frontman si unisce allo scream dell’ospite Ivan Di Marco (già con Blood Stained Host, Resurrecturis e Straight Opposition), in un tratto che alterna passaggi quasi tranquilli ad altri tempestosi e caotici. Proprio per questo, la frazione è la meno bella del pezzo, anche se alla fine esso si riprende. La breve coda finale, col suo piglio quasi punk, contribuisce infatti a tirare su di molto un pezzo non brillante quanto gli altri, ma più che buono. La successiva Stage 6 è più sfaccettata della media del disco, e si evolve come una processione lenta ma costante. Si parte con una norma soffice, denotata dalla chitarra echeggiata e lontana di Sergente, molto lieve. Presto, questa impostazione comincia ad alternarsi con tratti potenti e incisivi, in cui convivono sludge, alternative, grunge, stoner, mescolati tanto da essere inseparabili. In principio si tratta di brevi scoppi, al termine dei quali la traccia torna alla calma, ma pian piano prendono il sopravvento. Anche i momenti più soffici sono distorti e graffianti, e quelli più energici sono caratterizzati da un mood drammatico e doloroso, grazie soprattutto alle urla penetranti di Straccione. Progredendo, il pezzo diventa sempre più ossessivo e alienato, disperato. Il suo punto di forza è proprio la sua atmosfera di straziante infelicità, che la avvolge dal primo all’ultimo momento. È anche questo uno dei motivi per cui abbiamo la traccia migliore del disco.

In mezzo a tanta sofferenza, c’è poco spazio per una ballata classica: Summer Black è ciò che gli si avvicina di più, all’interno di After Us. È un pezzo semplice e breve, con la tipica alternanza tra strofe e ritornelli. Proprio le prime sono soffici e con un forte velo di malinconia, dato soprattutto dalla chitarra pulita che la regge, di chiaro stampo post-rock. Il loro pathos spezza però coi chorus, diversi tra loro ma accomunati da un equilibrio tra la melodia di fondo e l’aggressività della voce di Straccione. Quello tra le due parti è un connubio strano, ma che funziona bene: ne vien fuori un altro pezzo riuscito a meraviglia. A questo punto, siamo già in dirittura d’arrivo: i pescaresi affidano il ruolo di chiusura a The Leftovers. È un episodio che riprende le influenze psychedelic rock già sentite e le porta a un livello superiore. Ne è la migliore prova il sassofono effettato dell’ospite Sergio Pomante (già con Ulan Bator e Captain Mantell), che in sottofondo punteggia la traccia sin quasi dall’inizio, con melodie molto anni sessanta. In ogni caso, il brano si evolve con una lentezza esasperata: dopo un breve intro di carillon, la sei corde del Sergente chitarrista comincia un giro ossessivo che va avanti a lungo. Il tutto si appesantisce in piano, con l’entrata del già citato sax, della voce e della batteria nel corso dei minuti successivi. La norma non muta molto, ma gli Zippo riescono a darle un’atmosfera d’attesa notevole, e le variazioni fanno il resto: nonostante la lunghezze e l’aura eterea, non ci si annoia neanche un secondo, anzi il tempo vola rapido. Quasi non ci si accorge che sono passati sei minuti, quando il pezzo infine deflagra con potenza. Abbiamo allora un breve sfogo finale, intenso e di gran potenza, che sa coinvolgere a meraviglia, prima che il carillon iniziale torni per il breve outro. È forse la parte migliore di un pezzo comunque stupefacente in toto, il migliore del disco con la opener e Stage 6.

Nonostante il cambio di lineup e di coordinate stilistiche, insomma, gli Zippo sono riusciti a ripetersi su livelli altissimi: After Us è un piccolo capolavoro, particolare ma strepitoso. Se siete appassionati di stoner o di sludge, ma anche semplicemente di sonorità aggressive e nichiliste, questa è una delle uscite di quest’anno che dovreste tenere più d’occhio. Lasciate da parte i pregiudizi e l’esterofilia, e correte a comprarlo!

Voto: 91/100

Mattia

Tracklist:

  1. Low Song – 04:02
  2. After Us – 03:39
  3. Comatose – 03:02
  4. Familiar Roads – 07:33
  5. Adrift (Yet Alive) – 03:28
  6. Stage 6 – 06:34
  7. Summer Black – 03:15
  8. The Leftovers – 07:05

Durata totale: 38:38

Lineup:

  • Davide Straccione – voce
  • Alessandro Sergente – chitarra
  • Tonino Bosco – basso
  • Federico Sergente – batteria
Genere: doom metal/hard rock
Sottogenere: stoner rock/sludge metal

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