Vesztegzár – Útvesztő (2015)

Per chi ha fretta:
Originalità non sempre vuol dire qualità: lo dimostra Útvesztő (2015), secondo album degli ungheresi Vesztegzár. Se lo stile del gruppo, thrash metal modernizzato con vari influssi, è abbastanza lontano dai cliché del suo genere, molti difetti non gli consentono di brillare. L’album pecca infatti dal punto di vista del songwriting, che crea canzoni mosce, fuori fuoco, un po’ omogenee tra loro e non supportate da un suono all’altezza. Dall’altra parte, la già citata originalità, il cantato vario di Attila Hökkön e qualche bella canzone, specie nella seconda metà (brillano in particolare Skizofrénia ,Elszenvedett Sors e Képzelet Játéka) riescono in parte a salvare la situazione. Concludendo, Útvesztő è un album sufficiente ma che poteva essere meglio, viste le premesse e il talento almeno discreto degli ungheresi.

La recensione completa:
L’ho già affermato in diverse occasioni: l’originalità è sempre positiva, ma da sola non è sufficiente per scrivere grande musica. Il caso di oggi, quello degli ungheresi Vesztegzár, è un buon esempio di questo fatto. Nati nel 2007 a Komárom, al confine nord del paese, nella loro carriera hanno prodotto alcuni demo e due full lenght: qui ci occupiamo del secondo, Útvesztő (“labirinto” in ungherese), uscito a settembre dell’anno scorso. Il genere degli ungheresi in quest’album è, come detto, abbastanza atipico: di base è un thrash metal di ispirazione classica, ma aggiornato rispetto a tutto ciò che è successo dagli anni ottanta a oggi. Ciò è stato attuato principalmente assorbendo elementi da altri generi: lungo le dieci tracce dell’album trovano infatti spazio tante influenze doom, groove e death, che rendono il loro sound più sfaccettato. È uno stile originale, ma come già detto questo non implica in automatico la qualità: Útvesztő è un lavoro difettoso, sotto molti punti di vista.

In primis, la musica dei  Vesztegzár sembra essere abbastanza moscia: a tratti manca loro la capacità di far esplodere a dovere i propri riff. Spesso, lungo il disco, ai passaggi di potenza se ne alternano altri senza mordente. Se in alcuni casi non è troppo un problema, altre canzoni sembrano del tutto fuori fuoco, come se il gruppo avesse avuto un po’ di confusione in fase di songwriting. Ciò è confermato, peraltro  dall’omogeneità dell’album: molte delle canzoni di Útvesztő si assomigliano tra loro, la sensazione di già sentito è abbastanza diffusa. Contribuisce alla riuscita non perfetta del lavoro anche la registrazione: è molto sporca, rimbomba ed è in generale molto poco accurata. Lo si vede in particolare nelle tante variazioni che attraversa: se in alcuni momenti l’album suona con potenza adeguata, altre volte l’impatto sembra del tutto castrato. Dall’altro lato rispetto a tutti questi difetti, c’è da dire che Útvesztő ha anche dei punti di forza. A parte la già citata originalità, i Vesztegzár hanno dalla loro il cantante Attila Hökkön, molto bravo a variare, passando da un cantato semplicemente graffiante a un vero e proprio growl. È un valore aggiunto per l’album, conferendogli un po’più di energia. Aggiungendo anche qualche pezzo di tutto rispetto, abbiamo un lavoro che raggiunge un’ampia sufficienza; la sensazione però è che con più cura e meno imperizia, il risultato sarebbe di ben altro livello.

I giochi cominciano da un intro crepuscolare, lento e con la sola chitarra pulita in scena. Tutto ciò dura poco, perché poi Gyalázat (“vergogna” in ungherese) strappa come un pezzo rapido e ossessivo. Per lunghi tratti, la musica è rapida e scatenata: brillano in particolare i ritornelli, che riprendono l’inizio e lo corredano con cori maschi. Anche le strofe funzionano bene, meno rapide ma comunque thrashy al punto giusto; è però quello che c’è tra le due parti a stonare. Ogni tanto compaiono infatti interludi lenti e sinistri, ma senza potenza. Per fortuna però si tratta di passaggi corti, che  non danno troppo fastidio al pezzo. Con i suddetti particolare, e in più una parte solistica convincente, abbiamo un’apertura di qualità, appena sotto ai migliori del disco. La successiva Örvény (“turbine”) si rivela più melodica e lenta, come si vede già dal preludio, quasi malinconico. Quando poi entra nel vivo, il pezzo è più roccioso, ma né la potenza né la velocità salgono mai, almeno nelle strofe. È una falsariga con un suo impatto, ma che dopo un po’ viene a noia. Leggermente più esuberanti sono invece i chorus, con il riffage potente della coppia d’asce Balázs Dankó/Ákos Fodor che li valorizza al punto giusto. Non male è anche la seconda metà della canzone, più arzigogolata ma che riesce a coinvolgere discretamente coi suoi cambi di tempo, sia i più veloci che quelli più ripieni di melodia. Il tutto è valorizzato da un mood ancora una volta di vaga oscurità, dato anche da suggestioni vagamente doomy. È un altro punto a favore di un episodio che non impressiona, ma piacevole. Inizialmente, Skizofrénia (“schizofrenia”) ricorda molto la traccia precedente, anche se solo nel preludio. Presto parte un pezzo nervoso e rapido, con tratti martellanti ma più oscuri che d’impatto, a cui si alternano momenti di gran potenza, di influsso groove più che vago. Il tutto è valorizzato dalla voce di Hökkön, che col suo growl multiforme dà la giusta potenza al tutto. Buona anche la parte centrale, che abbandona l’aggressività del resto per presentare toni più melodici e qualche lieve influsso più complesso. Non stona però in una traccia che passa rapida e lascia una buonissima sensazione dietro di sé.

A questo punto, Útvesztő  vive un attimo di pausa con l’introduzione di Inszomnia (“insonnia”), dolce e con la chitarra triste e pulita sola in scena. È però un falso preludio: dopo un breve raccordo lento e melodico, il brano si avvia rapido e potente, con un riffage macinante, di discreto impatto. Purtroppo però il difetto dei Vesztegzár torna coi ritornelli, sinistri ma la cui base manca parecchio di potenza. L’assolo al centro è invece la parte migliore del pezzo: peccato solo che non duri molto, e lasci spazio a una lunga frazione strana, che avvolge con la sua aura crepuscolare ma sembra lo stesso senza mordente. Ne risulta una canzone riuscita a metà, carina e nulla più. Segue quindi Elszenvedett Sors (“fato duraturo”) traccia che comincia con trame a metà tra il thrash e addirittura la musica orientale (!). È l’incipit di un pezzo che nonostante il ritmo ossessivo del batterista Ádám Monostori, si sviluppa lento ed espanso, con ritmiche di vaghissimo retrogusto doom. Quest’ultimo viene fuori con più evidenza nei vari tratti strumentali, sia nei più pesanti che in quelli in cui è la chitarra ritmica a dominare. Vale più o meno lo stesso per i refrain, seppur più energici, e nella lunga parte centrale, cupa e oppressiva. Abbiamo un pezzo anche meno aggressivo di quelli che ha intorno, ma stavolta non è un problema: l’atmosfera oscura compensa alla grande, regalandoci un pezzo particolare, ma buonissimo. Qualche secondo di interludio acustico, ancora orientaleggiante, poi con Vér Nélküli Forradalom (“rivoluzione senza sangue”) il disco torna a correre. In scena c’è subito una norma dinamica e pieno di energia, con strofe scattanti e dirette, pesanti come schiacciasassi. Anche i brevi bridge strumentali, col ritmo battente di Monostori, colpiscono nel segno;  sono invece i ritornelli il punto debole della traccia. Obliqui ma veramente deboli, non permettono alla progressione sentita fin’ora di esplodere a dovere. Stavolta però il rimpianto è minore, visto che il resto funziona alla grande. Sia la struttura, semplice e lineare, sia il monolitico passaggio centrale, molto potente, sia il furibondo finale, sanno il fatto loro: abbiamo perciò un brano difettoso,ma con il suo fascino.

In Végzet (“nemesi”) si ripete il riffing di base, thrash con influssi doom e groove metal, che regge le lunghe strofe, tranquille e di basso profilo, nonostante la relativa energia. Ancor più cupi sono i ritornelli, con un Hökkön molto rabbioso e ritmiche che riportano alla mente certi Machine Head. A parte un breve assolo, non c’è praticamente altro in una canzone estremamente lineare, che passa via liscia e piacevole, ma senza smuovere granché. Giunge quindi Idegkisülés (“scarica nervosa”), che esordisce sinistra e quasi eterea, prima di evolversi poi in qualcosa di più orientato verso il thrash più moderno. Fin qui il brano sembra un po’ sterile, ma poi per fortuna la situazione si movimenta presto: si avvia una fuga con chitarre preoccupate e graffianti, come da norma classica del genere. In tutto questo, trovano spazio anche momenti rallentati, che puntano più sul groove: in questo caso però non danno fastidio, riescono a inserirsi bene nel tessuto della canzone. Il momento topico sono però i chorus, rabbiosi al punto giusto per merito di Hökkön e molto efficaci. Ottima anche la frazione finale, terremotante e aggressiva, una buona chiusura per un brano più che discreto, appena alle spalle dei migliori dell’album. Sin dal principio, la successiva Képzelet Játéka (“gioco dell’immaginazione”) è riempita delle mitragliate di chitarra, spesso di vago influsso death, che occupano buona metà delle strofe, rapide e senza altri fronzoli. Questi si allineano rapidamente ai chorus, più lenti e melodici, ma che stavolta non danno fastidio, colpiscono anzi per il pathos discreto che evocano. Tra questi due momenti ricorrenti sono presenti un gran numero di piccoli arrangiamenti: alcuni passaggi sono più potenti ed esasperati, altri più espansi e d’atmosfera. Tutti loro, come anche l’intricata sezione centrale, sono stavolta messi al punto giusto, il songwriting qui è competente. Ne risulta un ottimo pezzo, il punto più alto di Útvesztő insieme a Skizofrénia  ed Elszenvedett Sors.  L’album si riconferma in risalita con la conclusiva Halálsor (“braccio della morte”), in cui tornano  i vaghi influssi doom dei Vesztegzár. Essi sono presenti in particolare nelle strofe, con un’atmosfera oscura efficace al punto giusto. Più dinamici e potenti, seppur vagamente cupi, sono i ritornelli, semplici eppure coinvolgenti. Anche stavolta, inoltre, la struttura è lineare al massimo, ma non è un problema. Il complesso è infatti un pezzo convincente, magari non tra i più validi qui dentro ma una chiusura sopra alla media.

Insomma, con i suoi pregi, qualche pezzo ottimo e una seconda metà in crescendo, Útvesztő è un album che riesce a raggiungere una comoda sufficienza senza troppi problemi, ma senza andare oltre. Per quanto riguarda i Vesztegzár, le basi ci sono: il loro è un sound originale e hanno imboccato la via giusta. Gli ungheresi hanno però bisogno di più maturità di scrittura e di maggior focalizzazione, se vogliono sfruttare appieno le proprie capacità. Anche per questo, se siete a caccia di novità potete segnarvi l’impronunciabile nome di questa band: non è detto con certezza, ma l’ipotesi che possano fare qualcosa di ottimo in futuro non è nemmeno così improbabile.

Voto: 67/100


Mattia

Tracklist:
  1. Gyalázat – 04:37
  2. Örvény – 04:00
  3. Skizofrénia – 03:11
  4. Inszomnia – 04:49
  5. Elszenvedett Sors –  03:58
  6. Vér Nélküli Forradalom – 04:04
  7. Végzet – 04:40
  8. Idegkisülés – 05:43
  9. Képzelet Játéka – 04:14
  10. Halálsor – 03:35
Durata totale: 42:51

Lineup:
  • Attila Hökkön – voce
  • Balázs Dankó – chitarra
  • Ákos Fodor – chitarra
  • Gergely Akács – basso
  • Ádám Monostori – batteria
Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Vesztegzár

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento