Droid – Disconnected (2015)

Per chi ha fretta:
I canadesi Droid sono un gruppo che mescola fantascienza, thrash e progressive metal, ma sarebbe sbagliato considerarli cloni dei Vektor. Il loro stile è spostato verso lo speed/thrash originario e presenta molte influenze eclettiche, dal progressive anni ottanta all’hard rock del decennio precedente. Se il loro EP Disconnected sembra ancora un po’ immaturo, con un sound un discutibile e poco coraggio in certi frangenti, il gruppo dà prova di un buon potenziale, oltre che di una sostanza niente male. Lo dimostrano pezzi come Matricide e Astral Fusion, i più brillanti di un sestetto non eccezionale, ma che sa come coinvolgere. Per questo, Disconnected è un EP promettente, che lascia ben sperare per il futuro dei Droid. 

La recensione completa:
A oggi sono pochissime le band che riescono a sfondare davvero nei cuori dei fan, visto che la personalità ormai è molto difficile da trovare nel panorama metal moderno. Eppure, c’è anche chi ci riesce: un esempio perfetto sono gli statunitensi Vektor, che stanno rapidamente scalando la china e ricevendo grandi attenzioni. Come prevedibile, però, al loro successo si accompagna l’arrivo sulle scene di alcuni gruppi che ne hanno ripreso le coordinate, fatte di thrash, progressive e liriche fantascientifiche. Anche i canadesi Droid potrebbero essere inclusi tra questi, seppur il loro sound sia più originale rispetto a tanti altri. Quello del gruppo è infatti uno stile non tanto tecnico e spaziale, ma ispirato maggiormente al primissimo speed thrash metal. Il trio lo declina in senso tecnico/progressivo e ci aggiunge influenze eterogenee, a volte dal progressive metal anni ottanta, in altri frangenti persino dall’hard rock del decennio precedente (!). È per questo che, nonostante i Droid siano ispirati, oltre ai già citati Vektor, ai misconosciuti Children (band americana sciolta da qualche anno, con cui i canadesi condividono l’eclettismo) e ai conterranei Annihilator e Voivod, il loro stile risulta abbastanza personale. Nonostante questo, il loro EP Disconnected, primo lavoro “ufficiale” dopo due demo – uscito originariamente autoprodotto nel 2015, e ripubblicato quest’anno dalla nostrana Nightbreaker Production in versione remix/remaster – non è ancora del tutto maturo. In esso, infatti, i canadesi sembrano avere spesso il freno a mano tirato. Potrebbero osare di più, ma devono crescere un po’ e sganciarsi dai cliché del thrash più classico, che ancora un po’ li trattiene. Oltre a questo, Disconnected pecca un po’ nella registrazione, troppo grezza e sporca per quello che è il genere dell’ensemble, anche se in fin dei conti accettabile, per un primo EP. Sono due punti problematici di un album che però rivela del potenziale: con le loro influenze variegate, i testi spaziali e una bravura non indifferente nel songwriting, i Droid lasciano ben sperare per il futuro.

Dopo un breve intro distorto e fantascientifico prende il via Matricide, brano rapido e preoccupato, che unisce da subito due anime diverse. Se la base è più o meno la stessa, speed metal abbastanza dissonante, a cambiare sono i toni: quelli che possono essere considerati i ritornelli sono più classici, su coordinate più thrashy e col cantante/chitarrista Jacob Montgomery che urla parecchio. Le strofe invece sono eteree, e vedono la voce dello stesso frontman pulita e molto lontana; ciò, insieme al pathos della base, l’effetto complessivo è molto anni settanta, il che è la particolarità assoluta della canzone. Oltre a questo, nella struttura c’è spazio anche per una seconda metà strumentale, potente e diretta – a parte  qualche elemento progressive che interviene di tanto in tanto. Anche qui ogni incastro di riff funziona, come del resto in tutto l’episodio. È un altro motivo per cui abbiamo subito uno dei pezzi più belli dell’EP. La seguente Breach Oblivion già da subito si mostra vorticosa e molto tecnica, specie nelle strofe, oblique e cadenzate, tutte in controtempo. A tratti, esse si aprono per delle frazioni ancor più particolari: è il preludio ai refrain, sempre piuttosto arzigogolati ma più diretti, con un certo impatto dalla loro. Fin qui il pezzo riesce a incidere, ma non troppo, la componente tecnica sembra forse eccessiva: va meglio nella parte centrale, più lenta ma coinvolgente , sia nei momenti più circolari che quando Montgomery si produce in un cupo assolo. È il momento migliore di un brano non eccezionale, ma che si difende abbastanza bene. Al contrario della precedente Cosmic Debt è più semplice e lineare, come si sente dall’intro motorheadiano. Quando parte, la norma si conferma quindi su coordinate speed/thrash, anche se con alcune sorprese. Le strofe sono particolari: in esse si crea uno strano contrasto tra la voce di Montgomery, sempre urlata e ruvida, e la sua stessa chitarra, molto progressive-oriented e intensa, senza aggressività. La progressione porta poi la musica verso i brevi bridge, leggermente più cupi, e quindi verso i ritornelli, molto classici con la loro potenza e il duetto cantante-cori. La struttura inoltre è semplice: oltre alla norma c’è spazio solo per una breve ma splendida parte centrale, misteriosa e progressiva. È un altro arricchimento per un pezzo breve ma di buona qualità.

Fin dall’inizio, Chemical Fusion è molto influenzata dall’heavy classico, fatto confermato anche quando si entra nel vivo. il ritmo del batterista Sebastian Alcamo è lento e costante, e le strofe sono aperte, quasi malinconiche, seppur anche di buona energia. Più aggressivi risultano i bridge, anche se il ritmo non sale mai troppo; peraltro, questi raccordi ci conducono ai ritornelli, se possibile ancor più strani del resto. Retti da una chitarra pulita ed echeggiata, che non li rende tranquilli ma anzi inquietanti, sono valorizzati da Montgomery, cupo e teatrale, che dà al mood di questa parte una marcia in più. Tutto ciò va avanti per metà pezzo, poi entra in scena una lunga sezione più rapida e veloce. Pochi interventi della voce, e tante alternanze tra riff e momenti alienanti, danno a questo passaggio un mood obliquo, strano. Si tratta di un altro punto di forza di una song ottima, appena sotto alle migliori. Giunge quindi Astral Fusion, pezzo al tempo stesso diretto e progressivo. Sin da subito, in scena è presente in fuga con una norma frenetica e potente, ma anche piena di dissonanze. Queste tendono a crescere sempre più, per poi dominare i ritornelli, peraltro molto di impatto, grazie alla prova muscolare di Michael Gabor al basso e alle urla echeggiate di Montgomery. Come al solito, inoltre, i Droid non si accontentano di seguire la classica forma-canzone: ancor prima di metà si avvia una lunga digressione. Sono tanti i fraseggi, e gli arrangiamenti che trovano spazio in questa parte, come anche i cambi di atmosfera: i più riusciti sono quelli rapidi, in cui si avverte di nuovo un vago retrogusto anni settanta. Anche gli altri però sanno il fatto proprio, sia che risultino iper-tecnici oppure lenti e vagamente doomy, come la lunga parte finale. Ogni momento è ben scritto e funziona nel punto in cui è piazzato: abbiamo perciò un gran pezzo, il migliore di Disconnected insieme alla opener.  Siamo ormai agli sgoccioli: un lungo preludio, crepuscolare ma pulito, poi si avvia la conclusiva Far Reach, traccia veloce e battente, di gran intensità, almeno per le strofe. Queste sono infatti frenetiche e rabbiose, grazie al ritmo nervoso, al riffage thrash e alla solita prova di forza di Montgomery al microfono. Ben altra storia è quella dei chorus, bizzarri ed espansi, con chitarre semi-pulite e un mood malato ma anche rarefatto, psichedelico, di gran impatto. Questo schema regge in piedi una canzone abbastanza elementare: l’unica variazione degna di nota è l’assolo centrale, rapido e molto classico. Per il resto, abbiamo un brano breve e lineare ma con molto appeal, una chiusura più che adeguata per l’EP.

Come ho già detto, con Disconnected i Droid dimostrano di avere buone potenzialità: sono solo un po’ acerbi, ma la strada è quella giusta. Se sapranno lavorare a dovere e si evolveranno con ancor più coraggio, in futuro potrebbero riuscire a fare davvero bene. Perciò, se amate le branche del thrash più progressive ed eclettiche, il mio consiglio è di tenere d’occhio questo trio canadese!

Voto: 73/100 (voto massimo per gli EP: 80)

Mattia

Tracklist:

  1. Matricide – 04:14
  2. Breach Oblivion – 05:26
  3. Cosmic Debt – 04:08
  4. Chemical Fusion – 05:05
  5. Astral Revisions – 06:20
  6. Far Reach – 04:38
Durata totale: 29:50

Lineup:

  • Jacob Montgomery – voce e chitarra
  • Michael Gabor – basso
  • Sebastian Alcamo – batteria
Genere: thrash/progressive metal
Sottogenere: speed thrash metal

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