Candlemass – Epicus Doomicus Metallicus (1986)

Per chi ha fretta:
Uscito quasi esattamente trent’anni fa (il 10 giugno 1986), Epicus Doomicus Metallicus dei Candlemass è un album importante sotto molti punti di vista. Lo è in primis sotto quello storico:  non solo è il primo album epic doom mai uscito, ma dal suo titolo deriva proprio il nome del genere doom metal. È stato però ancor più fondamentale per la carriera degli svedesi: oltre a essere il loro esordio assoluto, si è rivelato col tempo il loro migliore lavoro insieme al successivo Nightfall (1987). Sia dal punto di vista musicale che da quello atmosferico, infatti, l’esordio dei Candlemass è perfetto. Lo dimostra una tracklist senza il minimo cedimento, tra cui spiccano grandi classici come la depressa Solitude, l’epica Demons Gate e l’apocalittica Under the Oak. Per questo, Epicus Doomicus Metallicus è un album da possedere non solo perché ha fatto la storia, ma soprattutto per la grandezza immortale della sua musica. 

La recensione completa:
A volte, nella storia, escono album così importanti da lasciare un segno netto in un genere musicale, tanto che tutti i gruppi successivi dovranno muoversi di conseguenza. Questo tipo di influenza può essere musicale oppure anche di altro tipo: il caso di oggi, quello di Epicus Doomicus Metallicus dei Candlemass, ricade nella seconda categoria. Non tutti i gruppi doom successivi sono stati influenzati da quest’album o dalla band svedese, anche per colpa delle tante correnti in cui il lo stile si è diviso nel tempo (tra cui l’epic doom è tra l’altro una di quelle minoritarie). Tuttavia, proprio quest’album è all’origine del nome “doom metal”: prima infatti il genere era una semplice branca senza nome del metal classico, o al massimo veniva etichettato come horror metal.  È proprio dall’uscita di Epicus Doomicus Metallicus che si è cominciato a parlare di doom, oltre che di epic doom per descrivere la forma più solenne creata proprio dai Candlemass. Sono tutti motivi che rendono l’album storico; a questo, si aggiunge anche il fatto di essere l’esordio di una delle band più importanti nel genere. Forse neppure lo stesso Leif Edling credeva di andare tanto lontano quando, nel 1984 sciolse i suoi Nemesis – in cui il genere già riecheggiava quello della band futura – per far nascere, dalle sue ceneri i Candlemass. Molte furono le difficoltà che l’ensemble affrontò nei due anni successivi. La più importante fu l’impossibilità di trovare un cantante di ruolo, tanto che per l’esordio fu reclutato il turnista Johan Längquist – che peraltro, con la sua voce teatrale e acuta, dà una marcia in più all’album. Nonostante tutta la confusione, infatti, quello che uscì nel giugno del 1986 fu un lavoro eccezionale. Dal songwriting alle atmosfere, tutto è  praticamente perfetto. Volendo trovare il pelo dell’uovo, la registrazione non è pulita come negli album successivi dei Candlemass, si rivela un po’ grezza a tratti. Anche il sound imperfetto e vintage, tuttavia, può diventare un punto fascinoso a favore di Epicus Doomicus Metallicus se si riesce a entrare nella sua grande aura magica, che a trent’anni di distanza non ha perso nemmeno un colpo!

L’album esordisce col botto, grazie a una dei brani più famosi non solo della tracklist, ma della carriera dei Candlemass, e non è un caso. Solitude è infatti una canzone splendida sin dall’intro, melodico ma che con la chitarra pulita e la voce di Längquist avvolge subito nel suo fascino oscuro e disperato. Va ancor meglio quando si entra nel vivo: le sue lente strofe, così intensamente depresse ma al tempo stesso piene delle suggestioni epiche tipiche degli svedesi, sono da brividi. È lo stesso per i ritornelli, più lenti ma con un pathos di forza assoluto, efficaci a livelli assurdi, vista anche la loro estrema semplicità. Anche il resto degli arrangiamenti, dalle brevi frazioni in cui si riprende l’intro allo straziante assolo centrale del chitarrista turnista Klas Bergwall, sono perfetti. Il risultato è una traccia eccezionale, tra le più belle del gruppo di Stoccolma, anche se la lista di capolavori è appena all’inizio! Un intro oscuro, con una voce distorta per essere cavernosa e una tastiera arcana, poi si avvia Demons Gate. Si tratta di un brano meno triste del precedente, ma che in compenso guadagna in oscurità ed epicità. Lo dimostra il riff portante scandito da Mats “Mappe” Björkman, un capolavoro a tinte doom, solenne e vagamente orientaleggiante, ancora una volta di gran bellezza. Sono splendide anche le lunghe strofe, che Längquist canta in modo nervoso e blasfemo; il meglio è però l’alternanza tra le potenti accelerazioni e i momenti più distesi, all’origine di un affresco di efficacia assoluta. La tensione sale sempre di più, specie nei bridge, dissonanti e rumorosi. In seguito tuttavia essa si scioglie coi chorus, che ritornano alla norma principale e la rendono se possibile più espansa e atmosferica. Un plauso anche per la lunghissima parte centrale, in cui prima il basso di Edling e poi la chitarra di Bergwall sono autori di fraseggi e di assoli sempre interessanti. È l’ennesimo punto di forza di un brano splendido, senza nulla da invidiare ai migliori qui dentro.

Crystal Ball presenta suggestioni simili alla precedente, anche se forse i Candlemass stavolta pendono lievemente verso il loro lato sinistro. Lo si sente dall’inizio, con il lead obliquo e malefico di chitarra che tornerà spesso lungo la canzone. Per il resto, la struttura vive un dualismo forte tra strofe lugubri e malvagie, che diventano man mano più dense e penetrabili, e ritornelli più particolari. Brevissimi, hanno un mood che improvvisamente si alleggerisce e si fa sognante, quasi fantasy, prima che l’oppressivo tema dell’intro torni alla carica. È un contrasto forte ma non dà affatto fastidio, anzi è un valore aggiunto. Ottima, come sempre, la frazione centrale, che a parte rare aperture più contenute si pone più veloce e dinamica, a tratti persino con un vago retrogusto thrash. Il suo incastro sapiente di passaggi è il motivo per cui si tratta della parte migliore della canzone. Quest’ultima forse non brilla tra i migliori di Epicus Doomicus Metallicus, ma vuol dire poco: abbiamo comunque un pezzo meraviglioso. Finito il lato A del vecchio vinile, la seconda faccia comincia con Black Stone Wielder, pezzo più veloce, con un intro vorticoso e molto oscuro. Anche quando si entra nel vivo, le coordinate sono pressoché le stesse. Il ritmo del batterista Mats Ekström risulta più sostenuto e le ritmiche, pur perdendo un po’ della complessità iniziale, sono comunque circolari e di gran potenza. Questa norma va avanti a lungo, ossessiva e abbastanza costante; si cambia binario solo per i refrain. Essi sono meno diretti del resto e più cadenzati, con una melodia epica ma anche impenetrabile. Ai primi ascolti, è un alternanza che spiazza, sembra quasi forzata: quando ci si fa l’abitudine, però, l’unione diventa molto efficace! Fanno eccezione alla norma anche la parte al centro, catacombale e asfissiante per oscurità, e l’accelerazione sulla tre quarti, molto veloce per la norma dei Candlemass, anche se il mood incide al punto giusto. Sono la quadratura del cerchio di un pezzo labirintico, più difficile da penetrare del resto del disco, ma che si rivela alla fine un grandissimo capolavoro.

Under the Oak si apre subito col suo splendido riffage portante, che si intreccia con i lead altrettanto grandiosi di Bergwall. Già questo schema è eccezionale, ma l‘alternanza con strofe di grande impatto lo potenzia anche di più: merito sia del riffage che della prestazione di Björkman, teatrale e disperata. A dominare ovunque è l’equilibrio tra una grande potenza, melodie tristi e malinconiche e un’atmosfera disperata e commovente. Tutta l’evoluzione ne è ammantata: sia i momenti più maschi che quelli più melodici ne risentono fortemente. In ogni caso, la struttura tende a variare più del solito, e al centro, la musica si spegne del tutto. Compare allora una frazione lieve, con la chitarra acustica e tastiere eteree ad accompagnare il cantante. Da qui parte un crescendo che pian piano assume sempre maggiore intensità, dal punto di vista musicale ma soprattutto emotivo. Sia le urla lancinanti del frontman che gli assoli e il riff cospirano infatti per evocare una disperazione cosmica, quella che ritorna anche nel testo, apocalittico e poetico. È il momento migliore di un pezzo trascendentale, il migliore di quest’album insieme alla coppia iniziale, nonché il mio preferito in assoluto dei Candlemass (anche se per me la versione con Messiah Marcolin alla voce, contenuta nel quarto album Tales of Creation, è anche meglio!). A questo punto, siamo già alla fine: la conclusiva A Sorcerer’s Pledge prende il via da un lunghissimo intro acustico, pieno di effetti, che ci introduce alla magia del pezzo. In effetti, qui i Candlemass si spostano più sul versante epico/fantasy della loro musica. Non che manchi l’energia o l’oscurità: quando si entra nel vivo, abbiamo un brano vorticoso, battagliero ma anche con una sua dinamicità, che alterna momenti più rapidi e diretti ad altri più d’atmosfera, cupi. La prima anima è però quella che tende a prevalere: i chorus sono veloci e martellanti, con influenze quasi power nelle loro trame. Stavolta, la struttura, pur non troppo complessa, presenta diverse variazioni qua e là, peraltro inserite in maniera convincente. La più evidente è nella seconda metà, che dopo un’apertura a tinte soft, un momento per rifiatare, torna a crescere verso un’epicità potentissima, data dalla tastiera, spaziale ma evocativa, e dall’incedere solenne.  È il preludio al gran finale, che torna a correre ma ha un’aura più incantata del resto, grazie alla voce femminile  dell’ospite Cille Svenson. È la fascinosa conclusione di un pezzo eclettico ma grandioso:  Pur non essendo tra i migliori dell’album (anzi, forse addirittura è il meno bello), chiude quest’ultimo come meglio non si poteva.

Non c’è molto altro da dire, a questo punto: Epicus Doomicus Metallicus è un lavoro perfetto, il migliore dei Candlemass insieme al successivo Nightfall (1987), nonché uno dei più bei album nella storia del suo genere. Potete anche lasciar perdere il fatto che sia il primo lavoro epic doom di sempre, oppure che inventi il termine “doom metal”: questo è un lavoro da recuperare in primis per la qualità intrinseca della sua musica. Niente scuse, perciò: se vi definite amanti del doom, non vi può mancare, in nessun caso!

Voto: 100/100


All’incirca trent’anni fa, il 10 giugno del 1986, vedeva la luce Epicus Doomicus Metallicus dei Candlemass, un album importantissimo sotto molti aspetti, come già ripetuto nel corso della recensione. Quest’ultima, come al solito, non vuole che essere un modesto tributo a un gigantesco pezzo di storia come quello degli svedesi. 

Mattia
Tracklist:
  1. Solitude – 05:37
  2. Demons Gate – 09:12
  3. Crystal Ball – 05:21
  4. Black Stone Wielder – 07:36
  5. Under the Oak – 06:55
  6. A Sorcerer’s Pledge – 08:20
Durata totale: 43:01
Lineup:
  • Mats “Mappe” Björkman – chitarra ritmica
  • Leif Edling – basso
  • Mats Ekström – batteria
  • Johan Längquist – voce (ospite)
  • Klas Bergwall – chitarra solista (ospite)
Genere: doom metal
Sottogenere: epic doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Candlemass

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