Ashes of Nowhere – Emptiness (2015)

Per chi ha fretta:
Con il loro primo album Emptiness (2015), gli Ashes of Nowhere si mostrano un duo con grandissime potenzialità, anche se un po’ immaturo. Il loro post-black metal melodico si rivela infatti molto incisivo, specie dal punto di vista emotivo e atmosferico. Dall’altro lato, alcune canzoni al suo interno presentano una struttura inutilmente complessa e passaggi che tendono un po’ a ripetersi; inoltre, anche il sound generale non è perfetto. Nonostante questo, il livello medio dell’album è alto: lo testimoniano grandi pezzi come Empty World, Journey in the Abyss of Emptiness, Blind e Grains of Sand. Per questo, in conclusione, Emptiness è un album che farà piacere a tutti i fan del post-black metal, anche se da una band come gli Ashes of Nowhere è lecito aspettarsi di più. 

La recensione completa:
Tra i gruppi più giovani che si formano oggi, uno degli errori più comuni è di esordire subito con un full lenght, senza prima proporre demo, EP o altre esperienze intermedie. Se a volte è capitato che, così facendo, uscissero dei grandi album, il risultato di questi tentativi è spesso acerbo, anche nel caso si posseggano buone potenzialità. Il duo di cui parliamo oggi, gli Ashes of Nowhere, ricade proprio in quest’ultimo caso. Nati a Udine nel settembre 2013, passano in breve a registrare il loro primo full-lenght, Emptiness, che vede la luce nell’agosto del 2015. Il genere da loro scelto è un black metal molto melodico e pieno di pathos, con in più un anima post-black che li aiuta nel gestire le atmosfere. È uno stile al tempo stesso impenetrabile e non troppo estremo: se le tante armonie smorzano l’aggressività del black, l’intimismo delle atmosfere rende il suono dei friulani di difficile accesso. Si tratta di un genere affascinante e abbastanza personale: purtroppo però, come accennato, gli Ashes of Nowhere non sono ancora del tutto maturi. Ciò si palesa soprattutto nelle strutture delle canzoni, che a volte sono complesse senza motivo: un po’ di semplicità non avrebbe stonato. In più, Emptiness soffre un po’ di omogeneità: alcuni passaggi lungo la tracklist tendono ad assomigliarsi. Rientra nei difetti anche il suono generale: se la registrazione è abbastanza adatta al suono del gruppo, il mixing a tratti è da rivedere. Nessuno di questi problemi, tuttavia, è determinante. Gli Ashes of Nowhere sono tutt’altro che scadenti: molte delle melodie e delle atmosfere che costruiscono in Emptiness sono molto belle, e la scrittura è di livello alto. In generale, questo esordio lascia dei rimpianti: è buono, ma con più esperienza i friulani probabilmente avrebbero inciso un grandissimo album, quando non un capolavoro.

Si parte da un lungo intro molto etereo, con una chitarra pulita espansa a cui si uniscono solo in seguito dei cori sintetici e una batteria. D’improvviso, però, Empty World scatta come una furia: in scena compare un muro di suono black metal denso, impenetrabile, retto dal blast beat. Eppure, non è un aggressione come nell’incarnazione classica del genere: al contrario, la musica evoca un dolore forte e reale. Questo ha posto, paradossalmente, più nei momenti più pestati e martellanti, che sanno avvolgere a meraviglia. Le aperture che costellano il brano, più lievi e con forti influenze post-rock, sono malinconiche ma meno opprimenti.  In ogni caso, l’unione tra le due frazioni funziona molto bene: merito anche di un’evoluzione che tende a rendere tutto più vario, tramite i cambi di ritmo, la voce di Andrea Lodolo che passa dallo scream al pulito, e le trame di tastiera di Alessandro Coos, molto atmosferiche. Non si perde però l‘aura intensa e disperata dell’inizio, che si fa anche più forte grazie a un generale alleggerimento nella seconda metà. Il finale, depresso e intimista, è infatti un altro punto di forza per un bell’episodio, appena sotto ai migliori dell’album! La seguente Journey in the Abyss of Emptiness si avvia con un assalto frontale potente e dissonante, più ligia che altrove al black metal ortodosso. Eppure, lo scream di Lodolo e la linea melodica danno alla musica un’aurea più disperata e lancinante che feroce: questo fatto si conferma anche quando il brano si calma, e spuntano fuori melodie tristi. Per circa metà durata, momenti più frenetici e altri leggermente più tranquilli si succedono su un ritmo che non scende mai troppo; poi, si prende una strada diversa. Dopo una frazione centrale obliqua e strana, in cui spicca l’assolo di chitarra di Coos e uno stacco delicato e sussurrato, il brano torna a correre, ma senza più avere l’impatto precedente. Anche se il ritmo tocca di nuovo vette altissime, il riffage è infatti sempre aperto, nostalgico, evoca un pathos incredibile. È anche per questo che il finale è forse la parte migliore di un episodio ottimo in toto, uno dei punti più alti di Emptiness!

Sin dall’inizio, Finest Pain ha il difetto di ricordare un po’ troppo la precedente, con il blast beat che regge un riffage tempestoso ma intenso. A parte questo, però, si tratta di una song che riesce ad avvolgere discretamente nella sua aura, aggressiva ma ricercata. Ciò avviene nei momenti meno serrati, in cui le melodie della chitarra riescono a brillare molto, ma anche i tratti di fuga hanno un loro perché. Come ormai gli Ashes of Nowhere ci hanno abituato, le due anime del pezzo si scambiano spesso nella prima parte, con diverse variazioni ma senza grandi scossoni. Forse anzi questa parte va avanti un po’ troppo a lungo, e alla fine stanca un po’. Molto meglio è quando, esattamente a metà, la musica si fa più variegata. Appaiono allora momenti eterei e d’atmosfera, che evocano volontariamente un mood strano, quasi indifferente,. Anche i tratti più veloci sono particolari, con le loro dissonanze ispirate al post-metal più ardito. Questa frazione, messa al centro prima che la norma si riprenda, è interessante, anche se a tratti stenta: qualche meccanismo sembra non funzionare. Nel complesso, abbiamo un episodio più che decente, ma anche il meno bello dell’album. Per fortuna, Emptiness si ritira su con Blind, brano veloce ma che mostra una volta in più come i friulani sappiano coniugare impatto ed espressività. L’intera traccia è immersa in una tristezza molto intensa, drammatica, ma senza eccessi, facendo il tutto in maniera convincente. Sia le strofe, divise a metà tra momenti vorticosi e tratti più calmi, sia quelli che si possono considerare i ritornelli, con una melodia di vaghissimo retrogusto addirittura gothic, evocano a stessa sensazione. Questa norma, anche più varia che in passato ma in questo caso convincente, prosegue per poco, poi si cambia di nuovo binario. Dopo un lieve passaggio post-rock, i toni si fanno anche più tragici. Il tempo medio di questa sezione è lento, e i tanti arrangiamenti, dalle chitarre soliste in lontananza ai cori sintetici, spostano i giochi ancor di più sul mood. Solo nel finale la norma iniziale si riprende, anche più turbinosa che in passato, unendo i mood delle due parti in una sintesi perfetta. È anche per questo che abbiamo una canzone molto bella, giusto un pelo sotto ai migliori. Un breve intro, col suono dell’acqua che scorre, poi entra in scena qualcosa di discreto impatto. Siamo però ancora nell’intro, perché la Grains of Sand vera e propria si pone molto di più sul lato atmosferico degli Ashes of Nowhere. Impressionano in particolare le lunghe frazioni espanse e di disperazione lacerante, in cui Lodolo sfodera l’italiano e le chitarre si producono in lead lacrimevoli, assistite a tratti anche dai synth. Più o meno le stesse caratteristiche si ritrovano anche nei tratti più rapidi e rabbiosi, in cui a volte si scorge un retrogusto feroce, seppur i toni siano sempre dimessi. Entrambe le parti hanno molte variazioni, sia a livello vocale, con l’entrata in scena di una lieve voce femminile, sia per quanto riguarda ritmiche e temi musicali. In generale, la struttura è più complessa che in passato, ma non è un problema: siamo di fronte a un pezzo in cui ogni frazione è incastrata a meraviglia, in ultima analisi il punto più alto di Emptiness.

Lullaby for the Dead si avvia con un intro vagamente sinfonico, prima di entrare nel vivo come un pezzo black metal orientato ancora verso l’atmosfera, più che verso l’impatto. Il ritmo della batteria sintetica è ossessivo e lento, e le ritmiche al di sopra sono a volte vorticose, ma mai aggressive. La norma stavolta tende a variare poco, per la prima parte: questo è funzionale all’accumulo di una certa tensione, che si sfoga poi quando il pezzo si apre, e i vocalizzi femminili tornano a fluire, insieme a un passaggio quasi sereno. Dopodiché, la traccia comincia a evolversi con più velocità: si susseguono tanti passaggi diversi, alcuni vicini addirittura al metal classico o all’hard rock (!), altri più vicini al black tradizionale. Non è un tratto che dura molto: presto infatti la progressione iniziale si ripete da capo. Stavolta però la frazione eterea dura di più, si dilunga. La musica riprende allora influenze sinfoniche e si fa anche più intensa, quasi celestiale, oltre a vedere il tempo salire e poi scendere, fino a perdersi in una coda ambient/sinfonica. Si tratta di uno dei picchi di un pezzo piuttosto buono, anche se soffre un po’, oltre che dei difetti degli Ashes of Nowhere, anche di un pizzico di staticità. Emptiness a questo punto si avvia verso le sue ultime battute: lo fa con Buried, traccia finale che si può quasi considerare una ballata, vista la sua lentezza. La si nota sin dall’inizio, con la chitarra pulita e il pianoforte che creano un mood alienato. Questo si propaga anche quando la canzone si potenzia, rivelandosi un pezzo malinconico e lontano. Si alternano allora frazioni leggermente più dure e dal mood black, ma tristi, senza energia distruttiva, e momenti dolci, in cui la voce pulita e il ritorno del pianoforte la fanno da padrone. A metà del brano, i toni si fanno anche più lievi ed espansi: la seconda parte infatti è tutta su coordinate post-rock molto lievi, al limite con l’ambient. Tra echi di chitarra che ricordano l’intro di Empty World, sussurri depressi ed effetti sintetici, abbiamo una lunga coda costante, turbata solo al centro da un ritorno di fiamma black metal. Questo peraltro è disperato, uno dei più impressionanti dell’intero pezzo, e ne rappresenta il momento più di spicco, prima che il tutto si spenga in una coda lontana. È la giusta conclusione di un pezzo particolare ma di nuovo di alto livello, la giusta chiusura per un album del genere.

Insomma, Emptiness è un lavoro di buonissima qualità, che farà piacere ai fan del black metal melodico e a quelli delle incarnazioni più sperimentali del genere. Se siete tra loro, il mio consiglio è di dargli più di una possibilità: è un lavoro molto difficile da penetrare, ma alla fine dà soddisfazione. Dall’altra parte, confermo la mia idea che potesse essere più maturo, con un po’ di lavoro in più. Ma in fondo va anche bene così: gli Ashes of Nowhere si rivelano promettenti, e sono sicuro che faranno molto di meglio, in futuro.

Voto: 79/100

Mattia

Tracklist:

  1. Empty World – 07:06
  2. Journey in the Abyss of Emptiness – 07:13
  3. Finest Pain – 08:03
  4. Blind  07:29
  5. Grains of Sand – 07:42
  6. Lullaby for the Dead – 09:53
  7. Buried – 06:31
Durata totale: 53:57

Lineup:

  • Andrea Lodolo – voce
  • Alessandro Coos – chitarra, tastiera, basso e drum programming
Genere: black metal
Sottogenere: melodic/post-black metal

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