Shapeless Sphere – Shieldead (2016)

Per chi ha fretta:
I triestini Shapeless Sphere si definiscono “experimental groove/death metal”: una descrizione perfetta per il loro stile. Quello che suonano nel loro esordio Shiledead (2016) è infatti un mix di death e groove metal, con una forte tendenza a cambiare toni e un ampio spettro di influssi da generi diversi. Contribuisce alla buona riuscita del lavoro anche un ottimo talento nella scrittura di riff e una registrazione perfetta, al tempo stesso precisa e aggressiva. Il gruppo tuttavia pecca un po’ di immaturità, con il songwriting che a volte sembra fuori fuoco: lo dimostrano pezzi come Coward’s Fate e Morph, piacevoli ma nulla più. Non è un difetto determinante, però: il resto della tracklist è infatti di alto livello, con punti di eccellenza come Drone Hunter, Anomaly e End of Matter. Per questo, Shildead è un buon album, che farà la felicità di chi è sempre a caccia di novità!

La recensione completa:
“Experimental groove/death metal”: così si autodefiniscono gli Shapeless Sphere, in maniera peraltro molto calzante. Nati a Trieste nel 2015, hanno subito esordito con un full-lenght, intitolato Shieldead e uscito lo scorso 10 febbraio. Il loro genere, appunto, unisce una base death metal a sonorità più grasse, di chiaro stampo groove. Anche l’elemento sperimentale è ben presente: seppur non arrivino a livelli avant-garde, i giuliani cercano di fare qualcosa di diverso rispetto alle incarnazioni classiche dei loro due generi. Scendendo nel dettaglio, non puntano sempre sulla potenza, ma a volte si producono in frazioni melodiche, o di pura atmosfera. Inoltre, inglobano anche piccole influenze da un gran numero di generi, dal metalcore al metal classico, passando per il progressive e per il melodeath, che rendono Shieldead ancor più vario e originale. Gli Shapeless Sphere hanno insomma già trovato una loro personalità, ma c’è di più: per esempio, possiedono un ottimo talento nel creare riff incisivi al punto giusto. In questo esordio, sono stati eccellenti anche per quanto riguarda la registrazione. Pur essendo autoprodotto, il lavoro ha infatti un bellissimo suono, pulito al punto giusto ma senza compromettere l’aggressività, dunque un equilibrio ben riuscito. Dall’altro lato, non tutto è perfetto: come tanti gruppi che esordiscono con poca gavetta, anche gli Shapeless Sphere sono ancora un po’ acerbi. Ciò si esplica in una scrittura non sempre efficace, che stenta un pochino in certi tratti, in special modo i passaggi più complessi e i momenti più d’atmosfera. In generale, Shieldead ogni tanto sembra un po’ perdersi, con qualche momento fuori focus. Niente di drammatico,  comunque: abbiamo lo stesso un buon esordio con dei picchi d’eccellenza, come vedrete tra un attimo.

Lo dice il nome stesso: Intro è un preludio di pochi secondi, con voci e suoni tecnologici e alienanti che si ripetono, in una breve confusione. La opener vera e propria, Drone Hunter,  parte quindi con gran potenza, schierando un potente riffage panteriano che si mette in mostra su un tempo abbastanza lento. È però solo l’esordio, perché presto il ritmo impostato dal batterista  Oles Deyneka accelera, e il riffage, seppur resti ancora legato al groove, si tinge di death e si fa abbastanza oscuro. La sensazione è aumentata anche dal cantante Filip Ribič, che sfodera una prestazione mutevole, rimanendo spesso su un growl cavernoso ma indugiando a tratti su un cantato più acuto e raschiato: un valore aggiunto per gli Shapeless Sphere. È questa la norma principale del pezzo, che viene meno solo per alcuni stacchi più lenti: brillano tra essi quelli considerabili i ritornelli, espansi ma che compensano in oscurità. Degna di nota anche la coda finale: dopo un raccordo di vago retrogusto metalcore, cadenzato e d’attesa, sfoga la tensione accumulata con potenza. È la conclusione di un ottimo pezzo, già da subito il migliore di Shieldead. Dopo un intro lugubre, la successiva Coward’s Fate si avvia con un’impostazione più aperta, data da un riffage circolare su cui si intrecciano lead lontani, eterei. È l’inizio di un’evoluzione abbastanza varia, ma che rientra nel dualismo tra tratti aggressivi, con lo stesso riff martellante e ossessivo, e momenti più lievi, e in cui le chitarre di Massimiliano Novak e Giona Trame si intrecciano e disegnano melodie. Il tutto è all’insegna di un mood strano, cupo ma in qualche modo anche con una sua leggerezza. È questo il difetto principale del pezzo, insieme alle ritmiche di base, che ripetendosi troppo dopo un po’ vengono a noia. D’altra parte, tutti gli assoli di Trame incidono bene, e le parti più aggressive sanno il fatto proprio. Buona è anche la conclusione, un po’ più varia con la sua melodia orrorifica scandita prima dal basso di Eddie Maffezzoli, e poi da tutti gli altri, con l’intervento anche di un altro assolo, inaspettatamente melodico. Il risultato finale è un brano non eccezionale, ma piacevole.

Anomaly si avvia quasi subito come un pezzo serrato, in cui si alternano velocemente momenti vorticosi, abbastanza veloci, e brevi tratti più aperti, quasi come se il pezzo respirasse. Man mano che si sviluppa, inoltre, i temi di base sono inclini a variare. La tendenza del pezzo è di diventare più strisciante e a calmarsi a livello di ritmo, finché proprio tutto non si spegne. I giochi sembrano già finiti, ma poi la musica si riprende. È tuttavia una canzone diversa: in scena ci sono infatti melodie tristi e dimesse, di origine melodeath, che nemmeno la cupezza di Ribič, quando torna a cantare, riesce a spezzare. È una parte al tempo stesso malinconica, che risulta proprio anomala, è il caso di dirlo, in un pezzo così. Non che sia un male: abbiamo infatti un ottimo pezzo, addirittura il punto più alto di quest’album. Giunge quindi Broken Symmetry, dalle tinte molto death metal all’inizio, con il riff a mitragliatrice che sostiene qualcosa di cupo. Il mood si apre di più quando il brano entra nel vivo, ma le sensazioni evocate sono sempre oscure, e i toni lugubri delle chitarre richiamano alla mente il primo death svedese. In ogni caso, le strofe incidono bene, sia nei momenti di vaga influenza metalcore, sia in quelli più espansi. Il meglio giunge però coi ritornelli, labirintici ma anche di gran potenza, di sicuro il momento più efficace dell’intero pezzo. Questa impostazione dura solo per metà brano, poi la musica si sposta verso un maggiore eclettismo, fatto di passaggi espansi, quasi psichedelici, in cui a un certo punto viene fuori il bell’assolo del basso di Maffezzoli, e in altri più feroci e pesanti, di nuovo death-oriented. Ancor più strano è il finale, dai toni più groove e pieno di cambi di tempo. Non stona però in un gran episodio, appena sotto ai più belli di Shieldead. Segue Morph, traccia obliqua fin dall’inizio, con strane melodie aperte. Di colpo, questa norma lascia spazio a qualcosa di più diretto, ma la sorprese sono dietro l’angolo: presto la chitarra di Trame riprende spazio, con un lead sinistro ma al tempo stesso con un certo pathos. La base principale, molto variegata, alterna però sempre momenti di impatto e altri più d’atmosfera, oscuri e bizzarri. Se tutto questo è positivo, a tratti l’unione tra i vari frammenti sembra un po’ forzata, come se i triestini avessero osato troppo,perdendo di vista il lato musicale del pezzo. È per questo che abbiamo un pezzo godibile e con passaggi davvero ottimi, ma che nel complesso risulta il picco negativi dell’album con Coward’s Fate.

End of Matter si avvia rapida e frenetica, cominciando ad alternare, su un tempo serratissimo, tanti passaggi uno di fila all’altro, a una velocità quasi stordente. A tratti il ritmo si alza, raggiungendo anche un terremotante blast beat. L’ascoltatore è ormai confuso del tutto quando tutto d’improvviso si spegne, dopo appena un minuto. Il pezzo però non è ancora finito: si riparte presto con maggiore ordine, con un ritmo più lento e un riffage che si mantiene più a lungo. L’energia distruttiva è sempre la stessa: per questo, non c’è nessuna forzatura quando la norma iniziale torna in scena. Alla fine di questi tre minuti, perciò, si rimane un po’ confusi, anche se non in senso negativo: abbiamo infatti una bella scheggia, pesante come uno schiacciasassi e che sa coinvolgere al punto giusto, il meglio che Shieldead abbia da offrire insieme a Drone Hunter e Anomaly.  A questo punto, siamo già alle ultime battute dei trentacinque minuti scarsi del lavoro: nel finale, gli Shapeless Sphere piazzano The Maze, che come dice il nome è complessa e tortuosa. In essa, i triestini mettono in mostra ogni loro influenza: da momenti in cui siamo quasi sul metalcore più tradizionale si passa a lunghe frazioni veloci del loro classico death/groove, per poi transitare per momenti più lenti e d’atmosfera, quasi doom per suggestioni, che sanno il fatto loro. Ognuno di questi tasselli ha un’efficacia ottima, nessuno di essi è meno che buono. Gli incastri però ogni tanto tendono a sembrare troppo arditi, quasi si saltasse tra una canzone e l’altra. Non sempre è così: alcuni passaggi stupiscono e coinvolgono con gran piacere. In special modo, sono ottimi quelli a tinte più death, che hanno un’atmosfera unica, grazie alla prestazione eccezionale delle chitarre di Novak e Trame e della voce mai così aggressiva di Ribič. Alla fine, quindi, questa closer track è un perfetto manifesto dei pregi e dei difetti dei triestini, nonché della loro qualità: abbiamo un pezzo un po’ discontinuo e non eccezionale, ma comunque buono, come del resto l’album che chiude.

Alla fine dei giochi, Shieldead è un buonissimo album, espressione di un gruppo con le idee già molto chiare sulla propria direzione. Certo, sono convinto che gli Shapeless Sphere possano fare ancora di meglio in futuro, risolvendo i propri problemi e raggiungendo appieno la maturità. Poco male, comunque: se siete alla ricerca di qualcosa di nuovo nel mondo del groove o del death metal, l’esordio del quintetto triestino vi è altamente consigliato!

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist:
  1. Intro – 00:41
  2. Drone Hunter – 04:36
  3. Coward’s Fate- 05:44
  4. Anomaly – 04:43
  5. Broken Symmetry – 05:22
  6. Morph – 04:00
  7. End of Matter – 03:04
  8. The Maze – 06:10
Durata totale: 34:20
Lineup:
  • Filip Ribič – voce
  • Giona Trame – chitarra solista
  • Massimiliano Novak – chitarra ritmica
  • Eddie Maffezzoli – basso
  • Oles Deyneka – batteria
Genere: death/groove metal

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