Throes – Koro (2015)

Per chi ha fretta:
Koro (2015), primo EP dei viennesi Throes dopo l’album Use Your Confusion I-VII (2013), è un lavoro interessante. Seppur non inventi nulla, suonando uno sludge metal classico, la band dimostra ottime qualità di songwriting: le cinque canzoni sono infatti varie e ben riconoscibili. Anche il suono, grezzo ma buono, è un punto a favore dell’EP. Dall’altro lato, all’interno della tracklist trovano spazio anche un paio di pezzi decenti ma non eccezionale, come Crepusculo Decrepitude e Horde ov Hyenas. Non mancano però episodi eccellenti come la minacciosa opener Zepsuta e la lenta closer-track Everything Is Hostile, che testimoniano i grandi mezzi degli austriaci. È per questo che Koro è tutto sommato un EP di buon livello, e i Throes sono una band da tenere d’occhio, se si ama lo sludge metal. 

La recensione completa:
Come ho già detto tante volte, l’originalità è un grande aiuto per un gruppo musicale; tuttavia, non solo non è sufficiente di per sé per fare grande musica, ma a volte non è nemmeno necessaria. C’è infatti chi, pur non proponendo nulla di nuovo, riesce comunque a fare la differenza, grazie a un po’ di personalità e a ottime capacità di songwriting. È questo il caso dei viennesi Throes: il loro è uno sludge metal tradizionale, influenzato da nomi classici come Acid Bath, Eyehategod e Crowbar, e senza grandi scossoni, se non qualche sparuto influsso dal metal estremo e dal post-metal. Eppure, il loro EP Koro – secondo album nella loro carriera dopo la fondazione del 2012 e Use Your Confusion I-VII uscito l’anno successivo – è di alto livello. Il merito è soprattutto delle capacità di scrittura degli austriaci, una spanna sopra alla media. Le cinque canzoni dell’EP sono infatti variegate, con melodie ben distinte: qualcosa che ormai non si sente tanto spesso, all’interno del metal estremo attuale. Contribuisce al buon successo del lavoro anche una produzione grezza al punto giusto, ma che al tempo stesso valorizza bene la potenza dei Throes. C’è anche da dire che qualche pezzo brilla meno degli altri, al centro della tracklist, ma alla fine ci può stare: Koro non è forse un EP perfetto, ma si rivela molto piacevole, come leggerete tra poco.

Sin dal catacombale intro, Zepsuta è minacciosa e cupa, grazie soprattutto all’opprimente riffage di Helmut N. Lechner, già in bella mostra. Lentamente, il ritmo tende a salire, finché la canzone non entra nel vivo: abbiamo allora una norma che alterna frazioni non velocissime ma di gran dinamismo, e rallentamenti striscianti. A dominare il tutto c’è un’aura soffocante e densa, di grande oscurità, che si accentua anche di più nella metà finale, quando la seconda anima del pezzo prende il sopravvento. Abbiamo allora una lunga coda lentissima, asfissiante. Qui tutto cospira per rendere la traccia più nichilista e possente, dal ritmo lento impostato dal batterista Manfred Konold alla voce sofferta di Lechner, passando per il riffage strascicato. È forse questa la parte più efficace di un pezzo valido in toto, una grandissima partenza per Koro. La successiva Crepusculo Decrepitude è più rapida, e si presenta all’inizio con un riffage ossessivo e circolare, che tornerà ancora nel corso del pezzo, con la sua carica vagamente oscura e d’attesa. A questa impostazione si alternano momenti più lenti e serpeggianti ma di grande impatto, grazie anche a Lechner, lancinante a livello vocale. Questo dualismo dura per oltre metà canzone, poi però la musica comincia a evolversi. È un crescendo che aumenta sempre la sua velocità e la sua energia, fino ad arrivare al finale. Questo riprende i temi iniziali ma on-speed, e il risultato è un passaggio di buon impatto, anche se forse gli manca qualcosa per quanto riguarda l’atmosfera. È per questa chiusura che l’episodio non raggiunge il precedente, anche se significa poco: si tratta lo stesso di un ascolto piacevole. Dopo un breve intro sludge, parte quindi un pezzo strano, etereo e con strane armonizzazioni, quasi post-metal per appeal. È però un falso preludio, perché la Horde ov Hyenas vera e propria è rabbiosa e sofferta, un mid tempo in cui la voce di Lechner e il riffage, a volte con forti inflessioni punk, creano il solito panorama nichilista a cui i Throes ci hanno abituato. La base del pezzo mantiene a lungo questo schema, ma senza annoiare: merito delle tante variazioni che gli austriaci piazzano qua e là. Tra brevi stacchi più melodici, un vorticoso assolo e qualche passaggio ritmico di puro impatto, la prima metà del pezzo è sempre interessante. Non vale lo stesso per la seconda, un po’ sottotono: è un pezzo espanso, etereo, pieno di armonizzazioni. L’atmosfera che si crea è di discreta efficacia, ma l’idea è che a questo finale manchi un po’ di mordente. Anche più di prima, ne risulta un pezzo la cui qualità media si abbassa a causa del finale, anche se la media resta buona.

Planet Lobotomy è inizialmente una canzone movimentata e semplice, con l’alternanza tra lunghe strofe dirette e senza fronzoli e stacchi più lenti e d’atmosfera. Dopo poco, però, il dualismo si fa più penetrante: i momenti lenti si espandono e si fanno più minacciosi, mentre al centro compare una fuga rapida, dove Konold usa il doppio pedale, e Lechner si propone in un bell’assolo di chitarra, molto intricato. Dopodiché, il brano prende una via ancor più strana: passata la metà, dopo un altro sfogo lento ma intenso, si avvia infatti una frazione crepuscolare, con solo il basso di Stephan Leeb a sostenere assoli lontani. Questa frazione sfocia quindi in qualcosa di più rapido, preludio a sua volta a un finale che mixa le due suggestioni: se è sempre il basso in evidenza sotto agli effetti, il ritmo stavolta è movimentato. Insomma, abbiamo un brano dalla struttura complessa, ma non è un problema: il risultato è infatti eccellente, appena dietro ai migliori di Koro. Siamo quasi alla fine, e i Throes per l’occasione sfoderano Everything Is Hostile, monolite lento e asfissiante, che a tratti ricorda i migliori Yob. Il ritmo è sempre lentissimo, a tratti viene addirittura meno, e la norma all’inizio si divide tra momenti sinistri ma leggeri, in cui sono le chitarre pulite a reggere la voce di Lechner, lontana e cupa, e tratti più potenti. Questi ultimi sono catacombali ma possiedono un’aura oscura da brividi, che si conferma anche in seguito, quando quest’impostazione prende il sopravvento. Parte allora una lunga cavalcata al rallentatore che vede qualche lieve accelerazione, annichilente al punto giusto e rallentamenti abissali. Nonostante il tutto sia piuttosto ripetitivo, l’atmosfera riesce a rendere il brano sempre interessante, e alcune variazioni di peso fanno il resto. La più evidente è l’entrata in scena del trombone  di Leeb verso la fine, che dà al tutto un tono ancor più malato e apocalittico, prima che la musica si perda nel vuoto. È il gran finale di un pezzo meraviglioso, il punto più alto dell’EP che chiude insieme a Zepsuta.

Insomma, nonostante qualche piccolo passo falso, Koro è un buon EP, nichilista e rabbioso come lo sludge metal dovrebbe sempre essere. Per quanto mi riguarda, i Throes sono un gruppo da tenere d’occhio: chissà che non riescano a incidere qualcosa di anche meglio, specialmente se si cimenteranno di nuovo sulla lunga distanza. In ogni caso, mi sento di consigliarvi caldamente l’EP, se lo sludge è pane per i vostri denti: vedrete, anche solo i due pezzi migliori valgono l’acquisto!

Voto: 74/100 (voto massimo per gli EP: 80)


Mattia

Tracklist:

  1. Zepaur – 06:08
  2. Crepusculo Decrepitude – 05:45
  3. Horde of Hyenas – 05:11
  4. Planet Lobotomy – 05:01
  5. Everything Is Hostile – 06:07
Durata totale: 28:12
Lineup:
  • Helmut N. Lechner – voce e chitarra
  • Stephan Leeb – basso e trombone
  • Manfred Konold – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: sludge metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento