Folkearth – A Nordic Poem (2004)

Per chi ha fretta: 
Ai Folkearth va dato il merito di essere stata la prima “metal opera” in ambito folk metal, anche se non sempre i loro risultati sono stati grandiosi, come dimostra l’esordio A Nordic Poem (2004). Si tratta di un album che da un lato presenza un lodevole mix di vari tipi di folk, con in più elementi estremi, sinfonici, e un atmosfera epica di stampo viking. Dall’altro, l’album soffre di un songwriting oscillante (frutto probabilmente del processo compositivo collettivo), di un po’ di effetto “già sentito” di un sound molto sporco, poco valorizzante per le melodie del gruppo. Non che l’album sia brutto: pezzi come Rhyming With Thunder e Gaelic Valor sono i punti più alti di una tracklist di qualità più che discreta, che però vive una flessione al centro. Unito agli altri difetti, ciò fa si che A Nordic Poem sia un album godibile, ma non imprescindibile, consigliato solo ai fan più accaniti del folk metal. 

La recensione completa:
Tra la seconda metà degli anni novanta e i primi anni duemila nel mondo metal si affermò una nuova moda: quella della cosiddetta “metal opera”. Si tratta di progetti corali, pieni di ospiti più o meno famosi che partecipano alle registrazioni. Cominciata dagli Ayreon di Arjen Anthony Lucassen, la tendenza si è poi estesa: sono spuntati così i vari progetti Avantasia, Aina, Dol Ammad e così via. Sebbene di solito si trattava di gruppi legati al power o al progressive, c’è stato chi ha applicato lo stesso schema anche a un’altra moda che proprio quegli anni andava ampliandosi, il folk metal. I primi in assoluto a farlo sono stati i Folkearth, progetto nato per unire vari musicisti da ogni parte d’Europa e del mondo – come del resto indicato dal monicker. Fondati nel 2003, in un periodo in cui il genere non aveva raggiunto ancora l’apice del suo successo, hanno esordito giusto l’anno successivo con A Nordic Poem. Il genere impostato dal supergruppo in questo esordio era un folk metal sui generis, con uno spettro di sonorità che va dal sinfonico al folk nordico, passando per la musica medioevale e per il celtic metal. Si tratta di uno stile che a volte pende sull’estremo, in altri momenti va più sul melodico, anche se di norma i Folkearth preferiscono evocare atmosfere che aggredire. In particolare, è forte la loro tendenza  epica, il che intrecciato coi testi avvicina il gruppo alle branche più melodiche del viking metal. È insomma un suono con molte sfaccettature – naturale del resto, visto che tutti i membri del collettivo hanno partecipato alla composizione. Dall’altra parte, quest’ultimo fatto è però anche il punto debole di A Nordic Poem: è infatti questa la radice di un songwriting oscillante, che a tratti crea canzoni ottime, ma in altri frangenti stenta un po’. Il risultato è che una parte del disco non solo è poco originale, ma soffre di una grande omogeneità, tanto che si fa fatica a distinguere un pezzo dall’altro. Rientra tra i difetti anche la registrazione, molto sporca e rimbombante: sembra più adatto al black metal “da scantinato” che alle melodie dei Folkearth, che avrebbero beneficiato di maggior pulizia. È anche per questo che, pur non essendo scadente, A Nordic Poem è un album che poteva essere migliore, a mio avviso.

Si parte da (Intro) The Pipes Are Calling, traccia che si avvicina alla musica celtica. Le protagoniste sono la cornamusa di Chrigel Glanzmann sotto alla voce di Michelle Maas, che si produce in vocalizzi lontani, creando un mood mistico. È un preludio lungo ma che vola in un attimo: presto infatti la opener vera e propria, Wolfsong in Moonlight (Fenris Unbound), attacca con uno svolazzo maideniano. Parte da qui un pezzo molto atmosferico, con le tastiere sempre in bella mostra, sia con un tappeto indistinto sia, spesso, con incursioni sinfoniche che accompagnano i momenti più rapidi e frenetici, valorizzati anche dal growl. Questi si alternano con tratti più lenti, in cui a tratti tornano le cornamuse e giri scatenati di flauto – come succede nella lunga e ottima progressione centrale, tutta da ballare – e coi ritornelli. Questi ultimi sono la parte più veloce, col blast beat alle loro spalle, ma non sono troppo estremi: merito del parlato di Ruslanas, che li rende più evocativi che aggressivi. Sono un altro buon punto a favore per un pezzo non eccezionale ma comunque molto piacevole. Dopo un intro malinconico, la successiva Horned Trolls and Mystical Folk si avvia dura ma anche piena di melodia, come dimostra l’incedere quasi da metal classico e le tastiere che la punteggiano. Ciò ha luogo in particolare nei bridge, in cui le voci della Maas e di Ruslanas si intrecciano su una bella melodia medioevale. Vale lo stesso anche per i ritornelli, eterei e atmosferici, pieni di cori. Le strofe al contrario sono il momento più potente, per colpa dello scream selvaggio, che si posa però su una base quadrata e senza fronzoli, di discreto impatto, ma senza una grande aggressività. Nonostante questo, il contrasto non dà fastidio; questa impostazione, come anche i vari momenti di blast-beat, non rompono l’atmosfera. Essa è vagamente epica ma al tempo stesso malinconica, e rappresenta un punto di forza per una canzone appena sotto ai migliori di A Nordic Poem.

Rhyming With Thunder è solenne ed evocativa sin dall’inizio, con un ritmo lento che sostiene il riffage vichingo della chitarra, quadrato e circolare; è un’impostazione di base che regge praticamente tutto il pezzo. Quest’ultima è molto semplice: dalle strofe, lievemente preoccupate, si passa velocemente ai ritornelli, anche più anthemici ed epici, coinvolgenti al massimo. C’è spazio però per qualche variazione: tra i cori e i giri di violino che punteggiano qua e là la canzone, la norma è resa sempre interessante. Ottima anche la progressione centrale: dopo che la musica si è spenta, il pezzo riparte con una lieve falsariga folk, che cresce sempre di più, finché il brano non torna a esplodere, con spirito ancor più battagliero. È un altro punto di forza per un episodio grandioso, il migliore in assoluto dell’album. Giunge quindi Eldritch Sorcery and Faery Runes, retta quasi tutta da un ritmo oscillante in tre quarti, su cui si alternano diverse variazioni. Certi momenti sono infatti lenti, solenni, e vedono la voce pulita accompagnata dallo scacciapensieri e dai violini, che si intessono con ritmiche di chitarra placide e a tratti anche con la voce femminile. In altri frangenti invece la musica si fa più cupa: gli strumenti folk coi loro giri sinistri accompagnano lo scream e la chitarra in brevi fughe oscure, che raggiungono a tratti coordinate black. Il tutto si muove sempre sullo stesso incedere, che lascia spazio solo sulla tre quarti, a una breve frazione brillante e allegra, che però stona col resto. È questa infatti la parte meno bella di un pezzo che per il resto si difende bene, e risulta piacevole, alla fine. La successiva In Odin’s Court si muove sulla stessa falsariga della precedente, a livello ritmico e non solo: sono molte le melodie che sanno di già sentito qui. Per il resto, si tratta di una canzone placida, in cui strofe distese e ritornelli leggermente più preoccupati e viking-oriented si scambiano più volte lungo la breve durata, con giusto qualche interludio più folk tra le parti. Proprio la brevità è il motivo per cui abbiamo un pezzo che non dà troppo fastidio, anche se il meglio di A Nordic Poem è lontano. Anche Storms Raven Come sa un pochino di già sentito. Qualche buon passaggio c’è, come i giri degli strumenti tradizionali, che si incrociano con le chitarre in un affresco avvolgente, e si alternano alle strofe. Queste ultime sono profonde e vuote, a tratti anche coinvolgenti, ma spesso non incidono. La colpa è principalmente della struttura, che attraversa vari cambi di tempo, incastrati però in maniera molto forzata, rompendo la musicalità e il mood generale. In effetti, oltre ai tratti più folk, è buono solo il finale, al tempo stesso incalzante e diffuso, con il ritmo che contrasta con il florilegio di voci al di sopra. Per il resto, abbiamo un riempitivo abbastanza anonimo, che passa senza lasciar traccia.

Come le tre canzoni che l’hanno preceduta, Gryningssång si muove sulla stesse melodie ondivaghe, anche se qui non è un problema. Rispetto alle altre abbiamo infatti un pezzo totalmente folk, con solo vaghe tracce di metal, ritrovabili nei vaghi lead di chitarra che si mettono in mostra a tratti. L’assoluta protagonista del pezzo è tuttavia una veloce chitarra folk, che spesso si intreccia con altri strumenti tradizionali e dà il ritmo al tutto, in assenza di batteria. Al di sopra, la voce di Magnus Wohlfart segna la divisione tra le strofe armoniose e i ritornelli, lievemente più densi e frenetici. È un alternanza ossessiva, che insieme alle melodie nordiche fa sembrare il pezzo quasi un tributo agli Otyg. La breve durata fa il resto: abbiamo un brano non eccezionale ma godibile, che ritira su di un po’ questa seconda parte. A segnare la risalita con ancor più convinzione ci pensa però Gaelic Valor. Si tratta di un brano mutevole, che alterna parti lente e d’atmosfera con altre frenetiche, passando per frazioni granitiche e per momenti solistici di ottimo coefficiente melodico. Appartengono al primo tipo i ritornelli, pieni di cori e con un’aura maestosa e incisiva, che avvolge a meraviglia. Al contrario, le strofe sono serrate e potenti, anche se mai estreme: i giri dei violini e degli altri strumenti danno loro una marcia in più, da questo punto di vista. Questi ultimi sono l’arma in più della canzone: presente in ogni momento, la valorizzano di molto. Anche per questo, abbiamo il pezzo migliore dell’album insieme a Rhyming with Thunder. A questo punto, siamo alla fine: c’è spazio solo per Outro, che è proprio ciò che dice il nome stesso. Si tratta di un breve pezzo ambiento dai toni spaziali, che si ripete uguale a se stesso per i due minuti della sua durata. È la tastiera l’unica in scena insieme a qualche occasionale rumore e a piccole incursioni della percussioni. Si tratta di un finale non solo strano ma poco in linea con le atmosfere del resto del disco: qualcosa di più folk a questo punto sarebbe stato decisamente meglio.

Insomma, A Nordic Poem è un album coi suoi buoni momenti, e che si rivela di livello non disprezzabile, anche se probabilmente senza i suoi difetti e la flessione al centro sarebbe stato molto meglio. Per questo, il consiglio è di recuperarlo solo se siete grandi fan del folk metal. Se però avete appena iniziato a entrare nel mondo di questo genere, o se cercate solo i capolavori, allora troverete certo di meglio altrove, anche nella carriera successiva dei Folkearth se vorrete.

Voto: 72/100

Mattia

Tracklist:
  1. (Intro) The Pipes Are Calling – 02:08
  2. Wolfsong in Moonlight (Fenris Unbound) – 04:41
  3. Horned Trolls and Mystical Folk – 05:28
  4. Rhyming with Thunder – 05:55
  5. Eldritch Sorcery and Faery Runes – 03:41
  6. In Odin’s Court – 03:16
  7. Storm Ravens Come – 04:22
  8. Gryningssång – 02:30
  9. Gaelic Valor – 05:22
  10. Outro – 02:18
Durata totale: 39:41
Lineup:
  • Jeremy Child – voce e batteria
  • William Ekeberg – voce e violoncello
  • Jonas Fröberg – voce e nyckelharpa
  • Michelle Maas  – voce femminile
  • Ruslanas – voce parlata
  • Magnus Wohlfart – voce, chitarre, scacciapensieri, tastiera, basso
  • Wulfstan – voce, chitarra, basso
  • Athelstan – chitarra, batteria
  • Nikos Nezeritis – chitarra acustica
  • Marios Koutsoukos  – tastiera
  • Alex Wieser – tastiera
  • Chrigel Glanzmann  – bodhran, cornamusa, flauto
  • Kristofer Janiec – violino
  • Stefanos Koutsoukos – basso
Genere: folk metal
Sottogenere: viking metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Folkearth

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