Chemical Wedding – Don’t Look Back (2015)

Uno, due, tre, quattro.
Uno, due, tre, quattro.
Otto power chords forti e penetranti aprono la strada al nuovo lavoro dei francesi Chemical Wedding. Ritmo incalzante e tipico dell’heavy rock, chitarre distorte al punto giusto. La opener di Don’t Look Back è vicinissima a tutte le sonorità classiche del genere, ma il complesso d’oltralpe non manca di far sentire la sua personalità, specie alle sei corde che si fanno accarezzare da due ragazzi sorprendentemente capaci. Tre minuti per un buon pezzo che apre le porte nella maniera più classica, come detto, ma che cerca di farci subito immergere nel mondo dei Chemical Wedding. Il secondo pezzo sulla lista porta il titolo di Dead Man Walking e registra un sensibile calo di bpm. Le strofe hanno quel mood un po’ oscuro che anche la opener presentava, ma il ritornello dà al pezzo un tono quasi da metal ballad. Dopo aver ripetuto una seconda volta questa meccanica ben collaudata, il pezzo presenta una variazione che, aumentando leggermente i ritmi ci conduce ad un gradevole assolo, seguito da un ultimo ritornello a cui fa da base un pattern chitarristico differente rispetto ai primi due. Scivola via così anche il secondo brano in tracklist, e ci accingiamo ad ascoltare la title-track, Don’t Look Back. Veniamo accolti da un inizio a dir poco stuzzicante, con una ritmica coerente in stile e sonorità con ciò che abbiamo già sentito in precedenza ma accompagnata da una chitarra che dipinge ottimi sprazzi di blues. Questa volta l’atmosfera assume una sfumatura diversa e parecchio interessante, perché ci troviamo di fronte ad un pezzo in linea con gli altri due ma nel flusso di heavy rock proposto dal gruppo francese si aggiunge qualche goccia di blues, riscontrabile anche nella linea di basso che accompagna la seconda strofa. Il pezzo si snoda su trame abbastanza classiche e scivola via dopo aver portato un tocco in più a questo lavoro. La posizione n.4 è occupata da Aptiyh, brano nel quale le sonorità chitarristiche si smussano leggermente e si limitano a fare da sostrato ad una costruzione semplice ma efficace che solidifica ancora di più il bel lavoro prodotto dal quintetto francese. Da sottolineare la seconda parte in cui le sei corde si riprendono la scena prepotentemente aumentando il ritmo e conducendo al termine un brano non di certo memorabile ma, come detto pocanzi, solido e funzionale. Un’altra sorpresa arriva con Cherokee, quinto brano del disco. Come negli altri brani, la componente heavy rock è forte ed è parte integrante della composizione, ma questa volta a stupire è il ritornello, che si avvicina moltissimo alle sonorità proprie di un gruppo metalcore, trasformando ancora una volta la pelle della formazione transalpina. Con il prossimo brano, Bereaved Soul, arriviamo alla metà di questo lavoro. Un inizio acustico ci conduce sul sentiero tracciato dal gruppo, e solo una chitarra accompagna la voce di Eric Bevilacqua. Solo arrivati alla metà del brano stesso il resto della band si unirà al cantante, portando alle nostre orecchie una ballad che ci porta al giro di boa per questo album. La seconda metà di questo ultimo lavoro dei Chemical Wedding è aperta da Save My Soul, brano dai ritmi sostenuti che si distingue per la sua linearità e che è caratterizzato da un’atmosfera un po’ più cupa rispetto a quelli precedentemente presi in esame. E quale miglior modo per salutare l’arrivo del caldo e dell’estate con Summertime, ottava traccia dell’album. I ritmi si abbassano un’altra volta, consegnando all’ascoltatore un’altalena ritmica molto irregolare che segna tutta la durata dell’album. Ancora piccole tracce di blues, mentre ci avviamo verso il pezzo numero nove, ovvero Space Between Us. Anche per questa canzone l’approccio scelto in fase di songwriting è quello acustico, e l’atmosfera ne guadagna in termini di coinvolgimento emotivo di chi ascolta. Il resto del gruppo non tarda ad arrivare, e l’insieme si presenta parecchio omogeneo per quello che risulta essere probabilmente il miglior pezzo del platter. Muoviamo un altro passo in avanti, verso Those Days. Qui a cambiare non è tanto il ritmo quanto il mood del brano, che rimane linearmente lontano da quella che era l’atmosfera dei primi pezzi. La penultima traccia è quella che sembra essere un doloroso commiato, Goodbye Elenine. Questa volta l’umore che il brano ci suggerisce è teneramente struggente e cupo, e il lavoro messo a punto dal quintetto è decisamente convincente. Non è difficile lasciarsi trasportare dal mosaico strumentale ideato per questo pezzo. E arriviamo così alla fine, con My Friend. Ci troviamo di fronte ad un’altra ballata, come ce ne sono state altre all’interno dell’album. Questa volta aleggia però un’aria “sospesa”, come se questa conclusione fosse in realtà un suggerimento per qualcosa di più, una porta aperta verso quello che il gruppo ha ancora da dare.

In conclusione, Don’t Look Back è un album senza particolari novità, ma che ci racconta di più su una band che finora aveva pubblicato solamente un lavoro. Un collettivo che sicuramente più dare ancora tanto di più rispetto a quanto sentito finora, visto che ascoltando questo disco si ha l’impressione che abbiano ancora un po’ il freno a mano inserito. Come spesso accade, diamo fiducia ad un gruppo che sicuramente ha voglia di crescere e che probabilmente in futuro potrebbe alzare il tiro e tirare fuori qualcosa di più che un heavy rock poco innovativo ma comunque personale.

Voto: 68/100

Francesco
Tracklist:
  1. Supercharger – 04:45
  2. Dead Man Walking – 04:49
  3. Don’t Look Back – 03:10
  4. Aptiyh (A Poor Toy in Your Hands) – 04:49
  5. Cherokee – 04:22
  6. Bereaved Soul – 07:00
  7. Save My Soul – 03:58
  8. Summertime – 03:59
  9. Space Between Us – 05:20
  10. Those Days 04:24
  11. Goodbye Elenine – 04:20
  12. My Friend – 04:50
Durata totale: 55:46
Lineup:
  • Eric Bevilacqua – voce
  • Alabama Man – chiarra
  • The Rattlesnake – chitarra
  • Madiba F – basso
  • Tof Choukard – batteria
Genere: heavy metal/hard rock
Sottogenere: southern metal

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