Silence Oath – The Void (2016)

Per chi ha fretta:
The Void (2016), terzo album del progetto Silence Oath, one man band del musicista veneto Filippo Tezza, si rivela al tempo stesso interessante e difettoso. Da una parte, colpisce il suo stile, un black metal sinfonico e melodico con un grande ascendente progressivo, oltre a piccole influenze da power, gothic, folk e persino punk. Dall’altro lato, il songwriting è prolisso e soprattutto un po’ fuori fuoco, si perde dietro a tante variazioni a scapito della musicalità, come del resto tanti album prog. Anche il suono generale, secco e poco professionale, rientra tra i difetti. È per questo che il livello del lavoro non è altissimo, anche se resta più che sufficiente: in fondo nessuna canzone è davvero brutta, e As I Fall e In Autumnal Haze sono due brani coinvolgenti. In conclusione, The Void è un album difettoso ma con un suo fascino, che potrà piacere a chi cerca qualcosa di fresco senza pregiudizi, anche se Filippo Tezza probabilmente può fare di meglio.

La recensione completa:
Ho già avuto a che fare, in passato, col polistrumentista veronese Filippo Tezza. Il power metal sinfonico del suo progetto Tezza F., senza grande originalità ma eccellente dal punto di vista della scrittura, mi aveva conquistato, tanto che il suo The Guardian Rises I è stato il miglior EP che ho recensito nel 2015 (come ho sottolineato nella classifica di inizio anno). Quando me l’ha proposto, ho quindi accettato volentieri di recensire l’altra sua one man band, i Silence Oath, nonostante la grande differenza stilistica tra i due gruppi. Se l’elemento sinfonico resta, il genere espresso da questo secondo progetto è un black metal melodico, almeno di base. Tezza infatti lo arricchisce con una forte tendenza mutuata dal progressive metal – e in special modo la sua branca più estrema – riscontrabile soprattutto nelle atmosfere cangianti ma anche in molte strutture e passaggi. In più, ci sono un gran numero di influssi minori, provenienti da power, gothic e folk, fino ad arrivare a generi come il punk (!). Il risultato finale è uno stile debitore di Dimmu Borgir e dei Moonspell più black, ma con un piglio che alla lontana ricorda gli Opeth: un genere insomma abbastanza personale. Nonostante questo, The Void, terzo album nella carriera quasi decennale del progetto Silence Oath, non è grandioso. Il suo principale difetto è il songwriting, un po’ ondivago e poco focalizzato. Le canzoni dell’album hanno tutte ottime passaggi, che sono però circondati da altri più anonimi, in special modo se si tratta di frazioni di black più classico. Inoltre, The Void soffre dei problemi tipici di tanti album progressive, che si perdono dietro alla varietà tralasciando musicalità e atmosfera. Ogni tanto Tezza tende a essere un po’ prolisso, ad allungare le canzoni senza che ce ne sia un motivo, anche se questo non sempre accade. Infine, pure la registrazione è problematica: risulta molto amatoriale, secca e sporca, poco incisiva anche per un album di black tradizionale, figurarsi per il suono ricercato dei Silence Oath. Sono tutti difetti importanti, ma che il mastermind riesce a compensare con il suo talento e una discreta ispirazione. Tuttavia, la mia impressione è che con un po’ di focus in più, The Void sarebbe potuto essere un capolavoro o quasi, invece che un album solo piacevole.

Si parte da Origin: introdotta da sussurri biblici in latino, si trasforma presto in un brano oscuro ma lieve, con gli strumenti orchestrali in bella mostra e senza traccia di metal. Solo alla fine una chitarra distorta fa la sua comparsa, ma è solo una breve fiammata, prima che il pezzo torni ad acquietarsi. Nel complesso, non è altro che un intro abbastanza classico, ma adeguato al contesto. Un ulteriore preludio, quindi Sins of a Dead Soul si avvia come un brano rapido, in cui si alternano fughe frenetiche, con vorticosi intrecci chitarra e tastiera, e momenti più aperti e melodici. Questi ultimi costituiscono la linea principale, che però varia moltissimo: tra momenti crepuscolari molto melodici, frazioni teatrali a volte di influenza persino folk, in cui Tezza sfodera il cantato pulito, passaggi intimisti e dominati dalle sinfonie e altri più classicamente black, il brano è in continuo movimento. Anche le sfuriate che lo punteggiano mutano: a tratti spuntano addirittura sfuriate di retrogusto punk, mentre in altri momenti si orientano verso il black melodico. In tutto questo, il difetto principale di The Void è già ben udibile: qualche frazione incide meno, e qualche incastro è un po’ forzato. In questo caso, però, si tratta di poca cosa: la maggior parte del pezzo incide abbastanza bene, e la struttura, seppur in continuo movimento, non è troppo difficile da seguire. Abbiamo perciò un buon pezzo, appena sotto ai migliori della scaletta. La successiva Howling Moon ha un preludio progressive al cento percento, che ricorda l’incarnazione classica del genere. L’evoluzione del pezzo si muove più o meno sulle stesse coordinate: sono tanti i cambi di dinamica. Se alcune frazioni sono di classico black sinfonico, peraltro con molta melodia, altri passaggi mostrano un lato diverso. A volte c’è spazio per passaggi tecnici, peraltro piazzati al posto giusto senza che diano fastidio. In altri momenti invece trovano posto aperture con le chitarre pulite, che da lontano ricordano gli Opeth. Se inizialmente questa norma incide, man mano che avanza il brano perde sprint. La velocità media si calma: non è un problema in sé, come dimostrano i momenti dominati dalle melodie, ben fatti e che creano la giusta atmosfera. Anche la parte centrale, divisa a metà tra chitarra classica, splendidi toni doom e un finale infausto, sa il fatto suo – e risulta tra l’altro il momento migliore del pezzo. Certe volte, però, la canzone non incide, risultando troppo statica a tratti e al contrario troppo frenetica in altri frangenti. Inoltre, a volte spuntano frazioni non molto in linea col resto. Un buon esempio può essere il finale, con toni vagamente oscuri ma anche speranzosi. Se preso a sé stante è buono, sembra poco adeguato come conclusione di una canzone così oscura. Abbiamo insomma un pezzo con buone cose, ma che nei suoi quasi dieci minuti (lunghezza eccessiva, probabilmente) presenta anche momenti morti, e non riesce a essere più che sufficiente.

Un altro intro sinfonico, questa volta con arpa e cori sintetici, poi parte As I Fall, che si rivela quasi subito più lineare che in passato, il che è un bene. Seppur variegata, la norma primaria è ben definita, e si divide in tre parti: pezzi oscuri e retti dal blast beat ma in qualche modo anche speranzosi, tratti convulsi e dall’incedere quasi folk e sezioni vorticose e sinistre. Una parte di questa falsariga è costituita dalle strofe, dirette e senza fronzoli, che poi confluiscono in bridge espansi e di pura atmosfera, e quindi in quelli che possono essere considerati i ritornelli. Questi sono aperti e presentano l’intreccio tra lo scream di Tezza e la voce dell’ospite Francesca Fusina, melodica e dolce; si consumano in breve, per lasciare poi spazio a passaggi sinistri, preludio al ritorno della norma. Questo schema non si propone sempre uguale: anche qui i cambiamenti sono molti, con le varie componenti che a turno diventano più energiche o più melodiche. Pian piano inoltre la traccia tende a lasciarsi avvolgere da melodie power, con una penetrazione costante che porta al finale. Tra cori e tastiere, esso si presenta in certi frangenti anche malinconico, come nella parte finale, con l’intreccio tra i due cantanti. A parte questo, però, ciò non comporta un alleggerimento: seppur con diverse sfumature, il mood è sempre cupo, benché lo sia in maniera più espansa e meno intensa rispetto al classico black. È questo il punto di forza maggiore della traccia, ma stavolta c’è anche un songwriting ben focalizzato, senza grandi amnesie. È per questo che nonostante la durata sia ancora oltre gli nove minuti, abbiamo un pezzo solido, il migliore in assoluto di The Void. Giunge quindi An Elegy of Sorrow, che esordisce subito in fuga, turbinosa come da norma black metal, un’essenza che si propaga anche più avanti. Al netto di qualche rallentamento, a volte anche soffice, la falsariga del brano è veloce e presenta il tipico riff “a zanzara”. A livello di atmosfera, però, i toni cambiano più volte: in certi frangenti è un’aurea preoccupata e vagamente epica a dominare, mentre altrove le coordinate sono più feroci. Purtroppo, il difetto del brano è che ci sono pochi passaggi che si lasciano ricordare. Restano in mente bene i chorus, aperti e nostalgici, con un gran pathos; vale più o meno lo stesso per la frazione centrale, crepuscolare e con un bell’assolo sopra a un pattern lieve e progressivo. Il resto però è un macinare black metal abbastanza sui generis. È anche per questo che abbiamo un brano con ottimi passaggi ma anche momenti meno buoni, e che alla fine risulta così così.

The Abyss of Conscience è uno strano interludio in cui di nuovo il metal lascia spazio a un intreccio di tastiere sinfoniche, pianoforte e chitarra pulita, con in più la voce che entra a tratti, a volte come sussurro, in altri casi come lontani cori. Tutti gli elementi sono funzionali a evocare un’atmosfera misteriosa e gotica, oscura al punto giusto. È anche per questo che, nonostante non sia imprescindibile, abbiamo un intermezzo molto piacevole, che ci conduce al gran finale di The Void. Come ormai tradizione in tanti generi del metal, i Silence Oath schierano in questa posizione una lunga suite, dal titolo In Autumnal Haze. Si tratta di un brano che in principio avanza con grande placidità: si parte da un intro morbido, che poi si arricchisce di chitarre dal retrogusto maideniano. È questa la base su cui si sviluppa una traccia lenta e dimessa, con una forte malinconia di fondo, che mantiene a lungo queste coordinate, prima di cominciare un’evoluzione diversa. Pian piano, la musica sale di intensità, fino ad arrivare a toni quasi schizofrenici, progressive/black a tutti gli effetti. C’è spazio però anche per larghi rallentamenti, che danno al tutto quasi una sorta di respiro, di falsariga sinusoidale tra punti di oscurità e intensità musicale grandiosa e frazioni tranquille e rilassate. In effetti, anche l’atmosfera ondeggia tra momenti di calma, a volte quasi solare ma sempre carica a livello emotivo,  e passaggi convulsi, quasi angoscianti, che a tratti toccano toni drammatici. Man mano che avanza, il dualismo si fa inoltre più stridente: il respiro più ampio viene meno, e le due parti si alternano in maniera più nervosa, a volte proprio stridente, come arriva nella lunga teoria di riff posta sulla tre quarti, davvero apocalittica. In tutto questo, brilla una scrittura molto ben congegnata, mai fine a sé stessa e che sa coinvolgere in ogni momento dei dodici lunghi minuti del pezzo. Abbiamo insomma il brano migliore del disco con As I Fall: un segno, questo, che quando Tezza non esagera e pensa alla musicalità, riesce a dare il meglio!

Tirando le somme, The Void è un album che poteva essere migliore: visto il suono quantomeno personale e la bravura di Filippo Tezza, forse si poteva agguantare addirittura il capolavoro. Tuttavia, in fondo va bene così: è un lavoro discreto con qualche picco ottimo, e che risulta interessante e fresco. Il mastermind del gruppo avrà da lavorare, se vorrà sfruttare al meglio le proprie capacità coi Silence Oath. Se tuttavia vi accontentate di un album onesto e piacevole, da ascoltare senza pregiudizi, questo progetto farà lo stesso al caso vostro.

Voto: 70/100

Mattia

Tracklist:

  1. Origin – 02:19
  2. Sins of a Dead Soul – 07:19
  3. Howling Moon – 09:49
  4. As I Fall – 09:24
  5. An Elegy for Sorrow – 06:38
  6. The Abyss of Conscience – 03:00
  7. In Autumnal Haze – 12:23
Durata totale: 50:52

Lineup:
  • Filippo Tezza – voce, tutti gli strumenti
  • Francesca Fusina – voce (guest)

Genere: symphonic black/progressive metal
Sottogenere: melodic black/extreme power metal
Per scoprire iol gruppo: la fanpage Facebook ufficiale dei Silence Oath

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