Speed Stroke – Fury (2016)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEFury (2016) è il secondo album dei romagnoli Speed Stroke.
GENEREUn hard rock anni ottanta che non inventa nulla: da un lato c’è l’allegria dell’hair metal, dall’altro la grinta dello sleaze.
PUNTI DI FORZABuone capacità di maneggiare un genere derivativo senza farlo essere stantio, ottime doti nella creazione di riff potenti e melodie catturanti, un’ottima autoironia. In generale, un’ottima abilità da parte del gruppo.
PUNTI DEBOLIA tratti la mancanza di originalità pesa in più, a volte il gruppo pecca di un eccessivo rilassamento. 
CANZONI MIGLIORIDemon Alcohol (ascolta), Love in a Cage (ascolta), Monnaliesa (ascolta)
CONCLUSIONIPur senza originalità, Fury si rivela un ottimo album, apprezzabile da tutti i fan dell’hard rock anni ottanta!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
86
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Fury, ossia furia: è un titolo più che azzeccato per il secondo album dei romagnoli Speed Stroke, ensemble attivo dal 2010 e con già l’omonimo lavoro (2013) alle spalle. Intendiamoci: non parliamo di rabbia vera e propria, quella che si trova nel punk o nel metal più estremo, ma di certo il suono del gruppo è esuberante e potente, almeno relativamente al proprio genere. Si tratta di un hard rock di matrice tipicamente ottantiana, che pesca in special modo dalla branca sleaze del genere, pur presentando forti contaminazioni dall’hair metal più festaiolo. È un genere che gli Speed Stroke suonano con gran passione e ottimo talento: Fury mostra una gran bravura nel creare melodie catchy ma anche riff incisivi, anche grazie a vaghi influssi dal metal propriamente detto. Oltre a questo, i romagnoli ci mettono una bella dose di autoironia – ben riscontrabile, per esempio, nei tanti frammenti presi dagli spettacoli del comico americano Bill Hicks. Grazie anche a un suono né troppo vintage né troppo moderno, l’album risulta di ottima fattura, come vedremo tra poco. Certo, gli Speed Stroke hanno anche il difetto di non inventare nulla e di non avere nemmeno una personalità molto forte. Il loro sound unisce Skid Row, primi Mötley Crüe, Guns N’ Roses e W.A.S.P. senza allontanarsi troppo da questi nomi, ed è simile a quello di tanti altri. C’è da dire, d’altra parte, che nonostante questo il quintetto riesce anche a divertire, e in fondo è questo che conta. Si tratta di un particolare, quindi, che non influisce troppo sul risultato finale.

Dopo un intro parlato, preso da uno show del già citato Hicks, si avvia Demon Alcohol, brano di buona energia, diretto e senza fronzoli. Lo dimostra il riffage della coppia D.B./Niko, rockeggiante e circolare, che regge sia strofe che ritornelli, anche se tra le due parti ci sono grandi differenze. Le prime infatti sono più morbide e d’attesa, mentre i secondi esplodono con potenza, pur avendo dalla loro una melodia vocale davvero catchy, che si stampa facilmente in mente. Anche i particolari di contorno sono ben impostati, specialmente le aperture strumentali che compaiono qua e là. Si tratta del giusto complemento per un pezzo semplice ma eccezionale, la prima hit dell’album. Un altro campionamento, stavolta preso da Shining di Stanley Kubrick, poi si avvia Break Your Bones. È una canzone solare e stradaiola, di nuovo divisa tra strofe semplici, da viaggio in moto, e ritornelli più esplosivi, con i classici incroci tra la voce graffiante di Jack e i cori, che sono quasi un marchio di fabbrica per gli Speed Stroke. Entrambe le anime sono di qualità, e si ripetono varie volte, senza quasi che ci sia altro, se non un breve assolo al centro. Non che sia un problema: seppur duri solo due minuti e mezzo, abbiamo un pezzo di ottima fattura, coinvolgente al punto giusto. È quindi il turno di Bet It All, brano meno energico e più spostato sul lato tranquillo dei romagnoli, con strofe calme e godibili, che beneficiano di un riffage tranquillo accompagnato dalle tastiere che scimmiottano le trombe, così dannatamente anni ottanta. Esse sono presenti in misura maggiore nei ritornelli, leggermente più intensi anche se la norma varia poco tra le due parti. Non che il gruppo rinunci alla sua anima più sleaze: essa torna fuori di tanto in tanto, per qualche stacco più energico o qualche passaggio obliquo, peraltro ben integrati nel tessuto del pezzo. In effetti, l’aura disimpegnata non viene mai meno lungo tutto il brano e nulla riesce a turbarla. Dall’altra parte, forse è proprio questa rilassatezza a rendere il complesso meno coinvolgente rispetto a ciò che ha attorno. Abbiamo perciò un buonissimo episodio, ma non grandioso come gli altri della scaletta.

From Scars to Stars si rivela subito la classica power ballad: dopo il breve preludio, mette in mostra la sua melodia di base, vicina al miglior pop metal anni ottanta. Dopodiché, si parte con una struttura classica, con strofe melodiche ed estese, anche se le chitarre distorte rimangono, e ritornelli potenti e malinconici. Questi ultimi sono fatti a regola d’arte: il pathos è forte, avvolgente, e la melodia abbastanza catchy. Più in generale, nonostante nessuna soluzione sia veramente originale, il brano evoca le giuste sensazioni in ogni passaggio. È anche questo il segreto di un lento fantastico, non troppo lontano dai pezzi migliori di Fury. Si torna quindi all’energia con l’agitata The End of This Flight. La preoccupazione è ben palpabile già nelle strofe, trattenute dal ritmo cadenzato del batterista Andrew. Questo freno viene rimosso nei ritornelli, scatenati e con influenze punk rock, oltre a essere piuttosto coinvolgenti. In questo schema trovano spazio anche alcune aperture più melodiche ed espanse, che però non fanno perdere di atmosfera, dando invece alla canzone un pizzico di nostalgia in più. È anche merito di questi passaggi se il risultato è un altro ottimo episodio. La successiva 1 More 1 inizia dal basso di Fungo, che dà il la a un brano roccioso e con un riffage a volte ai limiti col metal propriamente detto. Esso regge strofe abbastanza pesanti, mentre i ritornelli si alleggeriscono e si aprono, anche grazie ai cori e a Jack, che danno loro un piglio scanzonato. La musica avanza su questa impostazione con calma, senza mai pestare troppo, se non per qualche interludio più intenso. Questa relativa mancanza di scossoni è però un difetto per il brano. Come per Bet It All, abbiamo un episodio molto piacevole, ma forse un pochino troppo rilassato, segno che i romagnoli se la cavano meglio quando puntano sull’energia. Lo dimostra alla grande Believe in Me, che dopo un preludio tranquillo fugge con urgenza. Già le strofe sono nervose e frenetiche, anche senza l’energia grandiosa che compare nei possenti bridge ed esplode definitivamente nei refrain. Questi ultimi sono resi massicci dalla prestazione di Andrew e dal riffage al di sopra, ma il tocco migliore lo danno Jack e i cori, fautori di una melodia preoccupata e dannatamente coinvolgente. C’è anche spazio per una breve sezione centrale più melodica per tirare il fiato, che peraltro non stona nel contesto. Per il resto, abbiamo un pezzo lineare, ma poco importa:il risultato è ottimo, appena sotto ai picchi più alti del lavoro.

Un altro campionamento di Bill Hicks, poi parte City Lights, lieve ballata senza traccia di distorsione, se non nel finale. I soli protagonisti sono infatti la voce e la chitarra acustica, che accompagnano l’ascoltatore attraverso strofe morbide e sotto-traccia e ritornelli leggermente più intensi. Le melodie non sono male, ma il cantato di Jack sembra un po’ troppo ruvido e urlato per sposarsi bene con la morbidezza del pezzo. Lo dimostra il fatto che esso funziona meglio quando l’hard rock torna alla carica. Per il resto, sembra quasi un episodio un po’ forzato, quasi che gli Speed Stroke sentissero l’obbligo di fare una ballad così melodica, senza essere davvero ispirati: il risultato, seppur piacevole, è il punto più basso di Fury. Per fortuna, il lavoro si ritira subito su con Lock Without a Key, che conta su un bel riffage di base, udibile qua e là nel pezzo. Più o meno sulle stesse coordinate si muovono anche le strofe, seppur siano più leggere e d’attesa. I toni si appesantiscono di nuovo coi bridge, ma i refrain cambiano di nuovo volto: sono aperti e quasi dolci col coro zuccheroso che hanno, seppur dietro ci sia anche un po’ di inquietudine. Ottima anche la parte centrale, divisa tra un bel assolo e qualche frazione più intimista. È un arricchimento per un pezzo più vario della media dell’album ma che risulta ben scritto e godibile. Segue Love in a Cage, traccia molto rockeggiante in ogni suo elemento, dal ritmo al riff principale, circolare e molto originale,oltre che efficace al massimo. Esso regge i ritornelli, penetranti e che catturano al primo ascolto, il momento più incisivo dell’intero brano. Non che il resto sia da meno: le strofe, molto più calme, graffiano infatti alla grande, con il loro retrogusto vagamente blues. Anche gli altri arrangiamenti, dal bel assolo alla parte centrale, con solo i cori e le percussioni (e un urlo di Richard Benson nascosto tra le righe a rendere il tutto più simpatico) svolgono alla grande il loro compito. Abbiamo perciò un brano semplice ma geniale, uno dei migliori della tracklist. In dirittura d’arrivo, gli Speed Stroke piazzano Monnaliesa, dinamica ed esplosiva sin dal principio. Il ritmo è sempre sostenuto, anche se la norma varia un po’: alcuni momenti sono stradaioli e semplici, evocano una forte voglia di scatenarsi. Altri passaggi invece sono più obliqui e quasi alternativi, grazie alle copiose influenze punk presenti. Su tutto comunque spiccano i ritornelli, corali e di gran potenza, ma al tempo stesso catchy in maniera estrema: son sicuramente il momento di punta del brano. Anche il resto non è da meno: ogni singolo passaggio è ben piazzato, dall’inizio alla fine, quando tutto si spegne nell’ennesimo campionamento di Hicks. Abbiamo un altro pezzo da novanta, il migliore dell’album che chiude con Demon Alcohol e la precedente.

Riepilogando, Fury è un album che nonostante qualche canzone meno bella riesce comunque a coinvolgere appieno, e guarda al capolavoro da una distanza non troppo grande. Certo, gli Speed Stroke sono un gruppo derivativo, non inventano nulla, ma in questo caso non è troppo determinante: hanno passione e soprattutto riescono a divertire, una capacità non comune. Perciò, questo secondo album vi è sconsigliato solo se proprio non sopportate i cliché. Altrimenti, se amate il classico hard rock degli anni ottanta, per voi sarà sicuramente uno degli album dell’anno!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Demon Alcohol03:13
2Break Your Bones02:37
3Bet It All04:31
4From Scars to Stars03:45
5The End of This Flight03:02
61 More 104:02
7Believe in Me04:01
8City Lights04:06
9Lock Without a Key03:51
10Love in a Cage03:28
11Monnaliesa03:41
Durata totale: 40:16
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Jackvoce
D.B.chitarra solista
Nikochitarra ritmica
Fungobasso
Andrewbatteria
ETICHETTA/E:Bagana Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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