Overtures – Artifacts (2016)

Il gruppo di cui oggi andremo ad analizzare l’ultimo lavoro nasce nel Giugno del 2003 a Gorizia, terra di confine tra l’Italia e la Slovenia, che è una di quelle città nelle quali l’incrocio fra italiani e slavi è ormai consolidato e la convivenza fra le due culture ha portato ad una fusione totale fra i due popoli. Gli Overtures ne sono l’esempio concreto sulla scena metal italiana, avendo all’interno della formazione Luka Klanjscek, bassista sloveno. Il quartetto goriziano giunge quest’anno al terzo full-lenght della sua carriera, quinto lavoro se consideriamo anche i primi due EP. Il loro power/prog emerge prepotente già dalla prima traccia, Repentance. Il lavoro strumentale di chitarre e tastiere ci fanno immergere nella consueta atmosfera caratteristica del power, ma a stupirmi in positivo è lo sviluppo del pezzo. La costruzione è pressoché classica per il suo genere, ma il gruppo riesce a far notare le proprie caratteristiche facendosi spazio tra migliaia di altre band che propongono sempre la stessa solfa. L’intermezzo strumentale con assolo annesso è molto buono e la opener incuriosisce abbastanza per proseguire al secondo pezzo sulla scaletta. La title-track, Artifacts, si presenta con una intro accattivante e ritmata che, pur restando sulla stessa linea del brano precedente, apre la strada ad un pezzo dai tratti più epici. Ancora una volta è da lodare il lavoro del chitarrista Marco Falanga, che mette in mostra le sue capacità incastrandole in un pezzo molto solido e godibile. La terza traccia porta il nome di GO(L)D, e, come facilmente intuibile, tratta della divinizzazione del denaro nella società odierna. Musicalmente parlando, ci troviamo di fronte al più classico dei mid-tempo power, ma il quartetto ci ha messo la sua firma e non manca di farlo sentire nella parte centrale del brano, dove uno sfogo creativo alle sei corde accompagnato da una solida base strumentale ben costruita, ci regala qualche emozione in più in un brano che altrimenti sarebbe risultato poco più che anonimo. Il quarto pezzo dell’album è As Candles We Burn, e per sostanza e costruzione ricorda molto da vicino quanto appena sentito. Sebbene l’omogeneità dei brani nella loro scrittura potrebbe far pensare che Artifacts sia un album noioso e poco variegato, in tutti le canzoni del disco c’è almeno una chicca nascosta che il comparto strumentale ha ideato per chi ha voglia di aguzzare il proprio senso uditivo e non ascoltare passivamente ciò che ha davanti. C’è sempre una particolare ritmica, una linea vocale fantasiosa, un mosaico di note chitarristiche estremamente creativo, una linea di basso in grado di stupire. Anche in questo quarto brano la fantasia c’è e chiede di essere scovata. Ma con Profiled, la formazione italo-slovena viene incontro ai miei gusti travolgendomi con una creazione che mi piace in maniera incredibile. Il potenziale di questo brano è altissimo, e il gruppo lo cavalca nel modo migliore. La band fa centro con il quinto pezzo del platter e ci lascia nelle mani del sesto, Unshared Worlds. Le tastiere ci regalano un suono che ricorda più un piano, a differenza dei primi pezzi nei quali si limitavano a creare atmosfera con un suono più simile ad un comparto di archi. Dopo la sorpresa del brano precedente, purtroppo questo scivola via senza reggere il confronto ma resta comunque ad un buon livello e non si distacca dal resto del lavoro. Nulla di particolarmente rilevante da constatare, se non la solita ottima performance del reparto strumentale ed una buona prova vocale per Michele Guaitoli. Una chitarra particolarmente elegante ci introduce a My Refuge, settima creazione del gruppo. Come detto in precedenza, anche se non ci si discosta molto dal punto centrale dell’album in quanto a costruzione dei brani, ognuno ha la sua particolarità ed il suo perché. In My Refuge si punta molto sulla ritmica dettata dalle sei corde e dal basso che reggono un brano più che discreto. Come negli altri pezzi, la fa da padrone la melodia che sovrasta la tecnica che, pur non mancando, tende a non venire fuori in toto. Con New Dawn, New Dusk, il gruppo varia un po’ in fatto di atmosfere e ci regala un brano nella quale queste ultime restano meno marcate rispetto a quelle precedentemente udite. Ma quando il disco sembrava aver raggiunto una certa stabilità, Teardrop rompe ancora gli schemi. Gli archi ricreati sapientemente dalla tastiera si fondono agli altri tre strumenti in un mix di epicità e mistero. Il cantato accoglie anche una voce femminile che duetta con il vocalist del gruppo, mentre il viaggio che questo pezzo vuole farci fare prosegue tra una variazione e l’altra. La scelta degli archi riesce a far emozionare in molteplici occasioni durante tutta la durata di questa penultima creazione, ed in generale un plauso va a chi in fase di songwriting ha messo insieme i vari strumenti, perché in dieci minuti il pezzo ha davvero pochissime cose fuori posto ma resta in piedi in maniera decisa. L’ultimo brano della lista riporta la situazione allo status-quo e chiude il lavoro della band non senza qualche bella trovata qua e là.

Artifacts è un disco che in molti punti presenta delle ottime idee e delle trame davvero interessanti, che spesso e volentieri sono in grado di far passare in secondo piano le criticità che, seppur non trascurabili, non costituiscono un peso così grave per questo bel lavoro. Mi dispiace, però, non poter lasciare che un simile lavoro entri negli 80+ di Heavy Metal Heaven. Devo lasciarlo appena sulla soglia, perché la parte vocale sovente si rivela di poco spessore ed in generale non incide mai abbastanza. E nonostante la creatività e lo sforzo di mettere su qualche gioco di fantasia in ogni singolo brano, nel complesso mi sarebbe piaciuto davvero tanto che tutti i brani fossero delle perle e che fossero memorabili dall’inizio alla fine, ma quegli spunti che ho scovato all’interno del platter mi fanno sperare benissimo per la formazione goriziana. E se anche gli Almah, band che io apprezzo incredibilmente, ci hanno visto qualcosa in loro tanto da portarli in tour per l’Europa, vuol dire che di potenziale ce n’è in questi quattro ragazzi.

Voto: 79/100

Francesco

Tracklist:

  1. Repentance – 04:52
  2. Artifacts – 05:29
  3. GO(L)D – 04:46
  4. As Candles We Burn – 04:40
  5. Profiled – 04:34
  6. Unshared Worlds – 04:34
  7. My Refuge – 04:24
  8. New Dawn, New Dusk – 04:58 
  9. Teardrop – 10:26
  10. Angry Animals – 04:21

Durata totale: 57:10

Lineup:

  • Michele Guaitoli – voce
  • Marco Falanga – chitarra
  • Luka Klanjscek – basso
  • Andrea Cum – batteria

Genere: power/progressive metal
Sottogenere: melodic power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Overtures

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