Derdian – Revolution Era (2016)

Per chi ha fretta:
Pur essendo un album di pezzi ri-registrati, Revolution Era (2016) dei milanesi Derdian non è del tutto disprezzabile. Alcuni dettagli interessanti ci sono: in primis, il fatto che per sostituire il dimissionario Ivan Giannini il gruppo abbia reclutato un gran numero di cantanti noti della scena power metal italiana e internazionale – all’incirca uno per ognuno dei quattordici brani del disco. Un altro particolare avvincente è la possibilità, per chi non ha mai ascoltato i primi album dei lombardi, di scoprire lo stile della trilogia fantasy “New Era”, un power sinfonico ed epico ispirato ai Rhapsody sia a livello musicale che lirico. Certo, l’album non è esente dai difetti degli album ri-registrati: oltre al suono, un po’ plasticoso, e all’omogeneità della scaletta, il suo problema principale è l’eccessiva lunghezza. E così, nonostante molti ottimi brani (tra cui spiccano Battleplan, The Hunter e Cage of Light), Revolution Era è un album solo buono, piacevole da ascoltare ma non imprescindibile, se non per i completisti dei Derdian.

La recensione completa:
Personalmente, non apprezzo molto la moda di pubblicare album di vecchie canzoni ri-registrate con una nuova formazione. Si tratta spesso di manovre senza molta convinzione, fatte per riempire il tempo tra un full-lenght e  l’altro e raccogliere qualche soldo. Eppure, questi lavori devono avere un buon mercato, se la tendenza negli ultimi anni si è sparsa a macchia d’olio. Gli ultimi a seguirla sono stati i power metaller milanesi Derdian – vecchia conoscenza per chi legge da tempo Heavy Metal Heaven – che però con Revolution Era propongono qualcosa di diverso. La principale particolarità di questo lavoro è a livello vocale: invece di ri-registrare i brani con un proprio frontman, i milanesi hanno chiamato tanti cantanti celebri della scena power italiana e internazionale. Questa potrebbe non essere una scelta voluta: forse i Derdian avrebbero inciso lo stesso album con Ivan Giannini, se il vocalist non li avesse abbandonati lo scorso anno. Che sia stata ponderata o meno, comunque, non importa molto: è l’idea che rende Revolution Era più intrigante. Può risultare interessante anche il fatto, tuttavia, che i brani sono stati presi solo dai primi tre album, quelli che formano la trilogia fantasy “New Era”. Ascoltare un’altra versione del gruppo, prima che si staccasse dalla strada tracciata dai Rhapsody, è infatti un punto d’interesse, per chi li ha conosciuti solo dopo la loro svolta “mondana”. C’è da dire, peraltro, che i Derdian sanno incidere anche senza lo stile più arzigogolato e personale sentito in Limbo (2013) e Human Reset (2014). Ciò si deve in particolare alla bravura del gruppo nel rileggere la musica di ieri con il suono di oggi – la registrazione, a proposito, è la solita pulita e professionale (anche se leggermente plasticosa) che il gruppo ha mostrato negli album precedenti, anch’essi autoprodotti. Abbiamo così un album superiore alla media dei ri-registrati, anche se resta il fatto che l’operazione è quella che è: Revolution Era non è esente dai difetti di questo tipo di album. Oltre a non suonare del tutto convinto, il suo difetto principale è la lunghezza:  la sua ora e un quarto, fatta di canzoni in fondo abbastanza lineari e che alla lunga tendono ad assomigliarsi, rende l’ascolto pesante. Qualche brano meno riuscito fa il resto: il risultato, come vedrete, è un buon album preso a sé stante, ma che dà l’idea di non essere imprescindibile.

Si parte da Overture, classico intro in cui metal, sinfonia e cori si incrociano, stavolta in maniera solenne. Il tutto va avanti quasi due minuti, senza grandi scossoni: nel complesso è un pezzo piacevole, buono come introduzione. Giunge quindi Burn, episodio molto rhapsodiano, sia nelle tante melodie che nella semplice progressione, che scambia strofe nervose e preoccupate, valorizzate da Henning Basse (ex cantante dei Metalium, ora con Firewind e Mayan), e ritornelli epici e corali, che peraltro incidono in maniera splendida. È una progressione che nonostante la sua classicità e anche la relativa semplicità riesce a incidere piuttosto bene, grazie anche agli arrangiamenti che variano la formula qua e là. In tal senso, spicca la parte centrale, che tra momenti corali e l’incrocio di assoli tra la chitarra e la tastiera di Marco Garau sa graffiare. Abbiamo insomma una opener ottima, appena sotto ai brani migliori di Revolution Era. La successiva Beyond the Gate è ancor più evocativa, specie nelle incalzanti strofe, di gran impatto grazie ai cori che lo punteggiano. Più tranquilli sono invece i ritornelli, che nonostante qualche tratto più enfatico si mostrano abbastanza calmi. Si tratta di una struttura ben impostata, anche se ci sono alcuni particolari che non funzionano molto bene. Tra questi, il più evidente è la voce roca di Gianluca Perotti (Extrema): per quanto ci si metta di gran impegno – e si sente – il suo timbro sembra poco adatto per il power metal dei Derdian. Il risultato è un brano più che decente, ma molto lontano dal meglio dell’album. Girata pagina, per Battleplan al microfono è il turno di Damnagoras, che dà un tocco di emozione in più a una traccia già bella di suo. Già le strofe, vorticose e con un vago mood oscuro, sono valorizzate dal cantato mutevole del cantante degli Elvenking, oltre che dal ritmo incalzante dato da Salvatore Giordano. Il meglio giunge però con gli epici ritornelli, in cui il duetto cantante-cori e un’aura potente e battagliera li fa risultare estremamente catturanti. C’è spazio anche per una buona sezione di gusto progressive al centro, che cambia spesso mood dal delicato al rutilante (specie in occasione degli assoli). Nonostante la sua differenza, però, anche questo dettaglio è ben incastrato nella traccia: il risultato è infatti elevato, una delle punte di diamante di Revolution Era.

I Don’t Wanna Die si rivela presto più melodica di ciò che ha intorno, fatto che ben si sposa col timbro profondo ed espressivo di un altro ospite di lusso, D.C. Cooper. Il singer dei Royal Hunt è perfetto sia nelle strofe, crepuscolari e riflessive, che nei più potenti bridge, il momento più estroverso del pezzo. Il meglio giunge però coi ritornelli, estremamente catchy, e che si stampano in mente senza uscirne più. In ogni caso, la struttura è quasi quella classica, a eccezione della sezione centrale, mutevole e teatrale, che dà un tocco di più al pezzo. Il risultato finale non solo è appena sotto ai migliori del disco, ma è anche uno di quelli che spiccano maggiormente dell’album, forse addirittura il suo ideale singolo. Segue Screams of Agony, che purtroppo soffre dell’effetto “già sentito”. Le strofe sono veloci e frenetiche, ma non lasciano granché il segno. Ciò vale anche per i chorus, con una melodia avvolgente ma a mio avviso fin troppo banale per incidere. Nonostante l’impegno  profuso dal gruppo e anche da Mark Basile (DGM), questo si rivela perciò un episodio minore, di sicuro non tra i migliori del lavoro. A questo punto, è  il turno di Lord of War: si tratta dell’unico brano inedito di Revolution Era, oltre a essere probabilmente il più nuovo. In esso torna infatti il piglio più complesso e a tratti progressivo dei nuovi Derdian. Le suggestioni del resto del platter non spariscono, però: oltre alle onnipresenti tastiere sinfoniche di Garau, c’è soprattutto la voce di Fabio Lione a evocare i Rhapsody (e in minima parte anche Angra e Vision Divine nei passaggi più melodici). Il risultato è uno strano ibrido tra passato e futuro, che però incide: sia le strofe, di profilo un po’ basso, sia soprattutto i potenti ritornelli sanno pienamente il fatto proprio. Anche le tante variazioni di una struttura più complessa che in passato, tra cui spicca la sezione centrale, lunga e divisa tra veloci passaggi neoclassici e momenti di pathos, svolgono il proprio lavoro. Il risultato è una traccia né rivoluzionaria né impressionante, ma di qualità elevata, che non stona tra i tanti brani più vecchi. È quindi il turno di Forevermore, ballad molto dolce e classica, con lunghe frazioni in cui solo le tastiere e il pianoforte sostengono le voci Elisa C. Martin (ex-Dark Moor, oggi con gli Hamka) e di Terrence Holler (Eldritch). Pian piano però la musica sale di tono, a partire dal primo ritornello, dolce e malinconico. Dopodiché, i toni metal restano in scena, ma non è un problema: l’aura delicata che si è creata fin’ora non si spezza mai, nemmeno nei momenti lievemente più pestati. Punto di forza assoluto del pezzo, in ogni caso, è proprio il duetto tra i due cantanti, che cambia più volte registro, sottolineando a volte la delicatezza della musica, a volte ponendosi più grintoso. È questo particolare a valorizzare un lento carino ma molto prevedibile, rendendolo di buon livello.

Si torna al power metal propriamente detto con Eternal Light, traccia di power sinfonico/melodico molto classico, ma non privo di fascino. Il suo punto di forza assoluto è la progressione, semplice e lineare: strofe misteriose e tranquille, e ritornelli invece esplosivi, nonché dannatamente catchy, si alternano rapidamente, dando alla struttura un certo respiro. Aiutano anche le belle melodie, soprattutto delle chitarre della coppia Enrico Pistolese/Dario Radaelli, che si prodigano anche in un piacevole assolo neoclassico. Tuttavia, anche a livello vocale, stavolta gestito da Roberto Messina (ex-Secret Sphere, adesso nei Physical Noise), la canzone è di alto livello. Abbiamo insomma un gran brano, non troppo distante dai punti più alti di Revolution Era. Dopo un preludio orchestrale, The Hunter si avvia quindi come un brano serioso, quasi oscuro nelle sue armonie. La stessa sensazione si propaga attraverso le varie sezioni, specialmente nelle strofe, preoccupate e spesso anche vorticose, col riffage che dà loro una base piuttosto cupa. Il meglio è però nei ritornelli, abbattuti e in cui l’ennesimo ospite d’eccezione, Ralf Scheepers (ex Gamma Ray, ora coi suoi Primal Fear), dà prova di una grande espressività. Splendida anche la parte centrale, che unisce le suggestioni dalle due parti in un mix ben riuscito. Si tratta del momento migliore di un pezzo grandioso in toto, il migliore in assoluto di Revolution Era. È poi il turno di Black Rose: si tratta di un’altra traccia melodica, con addirittura qualche influsso gothic, che dopo un intro del piano di Garau diventa un mid-tempo. Cominciano allora ad alternarsi strofe morbide e momenti strumentali lievemente più energici. Entrambi sono accomunati da una forte malinconia, fatto che si accentua ancor di più nei refrain, con un pathos profondo e a tratti lancinante, specie nella seconda metà, in cui Andrea Bicego (proveniente dalla symphonic power metal band veneta 4th Dimension) mostra la potenza della sua ugola. Abbiamo insomma una canzone senza grande potenza, ma non è un problema: la sua atmosfera coinvolge, come anche le melodie, e il risultato finale è più che valido.

Incitement si rivela presto più complessa delle tracce che ha intorno, anche se la norma si aggira sempre intorno al classico power sinfonico originale dei Derdian. Anche l’atmosfera è la stessa, vagamente epica, e riesce a coinvolgere attraverso i vari cambi di tempo: merito anche del ritmo cavalcante di Giordano. Dall’altra parte, però, molti passaggi restano poco in mente rispetto alla media dell’album, come se il brano avesse il freno a mano tirato. Non aiuta la voce di Leo Figaro (cantante giapponese in forza a gruppi power locali come Dragon Guardian e Minstrelix), che a mio avviso manca di carisma, nonostante una tecnica ineccepibile. Ne risulta allora un brano con qualche passaggio efficace, ma che in media non incide granché: in poche parole, il punto più basso di Revolution Era. Per fortuna, l’album si ritira su con New Era, impreziosita sin dall’inizio dal ritorno di Elisa C. Martin, che dà al brano lo stesso fascino raffinato dei migliori Dark Moor originari. Ciò è reso possibile anche dalle orchestrazioni di Garau, dominanti sia nelle eleganti strofe che nei ritornelli, intensi e liberatori, ma senza perdere in ricercatezza. Oltre a queste due parti, nel pezzo c’è ben poco, a parte il solito passaggio centrale sulla scia del metal neoclassico e sinfonico – ma qui sono presenti anche influenze dal metal più tradizionale. Né la semplicità, né la brevità sono un problema, in ogni caso: abbiamo un episodio ben riuscito, appena sotto ai migliori della scaletta. Quest’ultima è ormai agli sgoccioli: c’è spazio solo per la conclusiva Cage of Light. Si tratta di un brano in cui è ancora la tastiera sinfonica a fare la parte del leone, intrecciandosi ritmiche di chitarra, vorticose e preoccupate. Questo connubio genera un’atmosfera delicata ma preoccupata, al tempo stesso epica e decadente, un mood difficile da descrivere a parole ma di sicuro fascino. Ciò è visibile in particolare nei ritornelli: più veloci e power-oriented del resto, sanno comunque dare largo spazio al pathos, anche grazie alla bella prestazione di Apollo Papathanasio (ex-Firewind, oggi con gli Spiritual Beggars). L’alternanza con le strofe, leggermente più distese ma inquiete allo stesso modo, dura fino a circa metà, quando spunta una rapida sezione solistica, davvero terremotante, che va avanti a lungo. La traccia a questo punto dà l’idea di essere finita: la frazione piazzata alla fine dell’assolo, lenta e melodica, piena di pathos, sembra quasi un outro. In realtà però c’è ancora posto per un breve ritorno di fiamma: d’improvviso infatti un nuovo chorus torna a fendere l’aria, anche più intenso che in passato. È questo il vero finale per una traccia emozionante e splendida, la migliore in assoluto del disco che chiude insieme a Battleplan e The Hunter.

Tirando le somme, Revolution Era è un buon album, nonostante la lunghezza eccessiva che può renderlo indigesto e qualche episodio meno riuscito. D’altra parte, se seguite i Derdian dagli esordi e possedete i tre album della trilogia “New Era”,  probabilmente questo è un acquisto del tutto inutile. Se però volete un punto da cui partire per scoprire i milanesi, siete loro completisti, oppure semplicemente desiderate un album power di buona qualità, allora vi è consigliato. Forse non farà la storia, ma per passare qualche ora piacevole va più che bene.

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Overture – 01:45
  2. Burn – 04:52
  3. Beyond the Gate – 05:34
  4. Battleplan – 05:01
  5. I Don’t Wanna Die – 05:26
  6. Screams of Agony – 05:09
  7. Lord of War – 07:37
  8. Forevermore – 06:16
  9. Eternal Light – 05:14
  10. The Hunter – 05:55
  11. Black Rose – 04:22
  12. Incitement – 06:21
  13. New Era – 05:30
  14. Cage of Light – 06:47
Durata totale: 01:15:49

Lineup:

  • Enrico Pistolese – chitarra
  • Dario Radaelli – chitarra
  • Marco Garau – tastiera
  • Marco Banfi – basso
  • Salvatore Giordano – batteria

Genere: symphonic power metal
Sottogenere: epic power metal

Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Derdian

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento