Idolatry – Visions from the Throne of Eyes (2016)

Per chi ha fretta:
Si può incidere un buon album anche senza essere molto originali: lo dimostrano i canadesi Idolatry col loro esordio Visions from the Throne of Eyes (2016). Se il loro stile non è altro che il black metal più classico, il gruppo ha un buon talento, oltre a qualche elemento di personalità, come lo scream variegato di Lörd Matzigkeitus. Quest’ultimo però a volte è anche il problema del lavoro, insieme a una lieve omogeneità, a qualche brano meno riuscito e soprattutto a una registrazione piatta e priva di tonalità basse. Non che siano difetti così grandi: il livello medio della scaletta è buono, e lo aiutano ottimi brani come Satanas Häxan, Cathartic Expulsion of Shrieking Sorrow, Tiamatic Winds e Illuminated Ominous Darkness. In conclusione, Visions from the Throne of Eyes è un album onesto e coinvolgente, adatto in special modo ai fan più ortodossi del black metal.

La recensione completa:
Nelle mie recensioni, l’ho già detto diverse volte: pur essendo un grande aiuto, l’originalità non è strettamente necessaria, per realizzare musica che abbia qualcosa da dire. Non è impossibile, per esempio, che un lavoro che si attiene al black metal più ortodosso senza uscire mai dai suoi confini possa incidere: lo dimostrano i canadesi Idolatry. Nati a Edmonton (Alberta) nel 2014, hanno messo subito le proprie intenzioni bene in chiaro: quello stesso anno hanno pubblicato un EP omonimo, seguito nel 2015 dallo split album Infection Born of Ending – recensito circa un anno fa anche qui su Heavy Metal Heaven. Risale invece allo scorso 25 marzo la loro prima prova sulla lunga distanza, intitolata Visions from the Throne of Eyes e uscita grazie alla label statunitense Humanity’s Plague Productions. Come già detto, il suono contenuto è un black metal molto canonico, selvaggio, labirintico e oscuro al punto giusto, che si rifà alle prime mosse di gruppi come Satyricon, Immortal e Darkthrone. Pur senza distaccarsi mai da questa linea, qualche elemento di personalità è presente: su tutti spicca lo scream di Lörd Matzigkeitus, variegato ed eclettico. A tratti però proprio il frontman è un problema per gli Idolatry: la sua voglia di variare in certi frangenti non è funzionale alla musica, non supportata a dovere. Inoltre, a volte  lungo la scaletta i canadesi peccano di omogeneità, anche se non troppo: se confrontati con tanti gruppi oggi, anzi, con loro va di lusso. Questi sono entrambi difetti da poco, che non danno troppo fastidio all’album: ben più determinante è la registrazione. Se da un lato Visions… suona grezzo al punto giusto, spesso sembra un po’ piatto, con poca profondità specie sul versante dei bassi. Di sicuro un sound più profondo e pieno lo avrebbe aiutato di più. Nemmeno questo particolare è però castrante del tutto: come vedrete Visions from the Throne of Eyes è un buon lavoro, con qualche punto basso ma anche diversi picchi, e che nel complesso si conferma di buon livello.

I giochi cominciano da Visions from the Throne of Eyes (part I), intro orrorifico in cui un arpeggio lugubre, corredato di vari echi, sostiene un gran numero di sussurri inquietanti, a volte flebili, in altri momenti profondi, oppure in scream. È un preludio strano, ma passa in fretta ed è adatto a introdurre le atmosfere del disco. Subito dopo, Thunder from the Depths deflagra con cattiveria, alternando momenti vorticosi e blasfemi ma non troppo veloci a sfuriate furibonde, spesso con un riffage black metal da brividi, frenetico e nervoso. Se gran parte dei momenti ricade in una delle due categorie, non è una semplice alternanza: il brano anzi si evolve molto, a volte anche in maniera caotica – il che del resto è un trademark per gli Idolatry. Di norma ciò non è un problema: quasi tutti gli incastri funzionano in maniera adeguata, e solo a volte si sentono spigoli o forzature. In ogni caso, sfugge al dualismo la parte centrale, lenta e sinistra, con i suoi tanti echi e le armonizzazioni dissonanti che la punteggiano. È anch’essa un buon dettaglio per una canzone non eccezionale ma godibile. La successiva Satanas Häxan mette in mostra da subito il ritmo lento e ondeggiante dato dal drummer Daemonikus Abominor, su cui si posa un riffage semplice ma di impatto assoluto. Questa falsariga principale si ripete varie volte nel corso del pezzo, alternandosi con momenti che invece accelerano prepotentemente. Anch’essi incidono molto bene, con le ritmiche taglienti come un rasoio e di oscurità intensa, suonate con compattezza dalla coppia forma da Lycaon Vollmond e Nox Invictus. Il tutto inoltre tende variare ma senza allontanarsi dall’impostazione principale. Ciò avviene solo nella parte centrale, ancora dai toni horror, grazie a un Matzigkeitus davvero spaventoso. Volendo trovare il pelo nell’uovo, proprio quest’ultimo è il difetto del brano: a volte il suo scream è davvero troppo sguaiato. Essendo però la sua voce echeggiata e in sottofondo, è un particolare da poco, che non rovina assolutamente una canzone splendida, la migliore in assoluto di Visions….

Inizialmente, Anachronistic Might of Spellcasting ha un andamento quasi epico, con un riffage solenne su un tempo medio. Tuttavia, è soltanto il preludio, perché il vero brano si mostra presto tempestoso e caotico, quasi aleatorio a tratti. Stavolta però lo schema funziona meno: tutti i tratti veloci e pieni di cambi di tempo sono generici e insipidi. Di fatto, gli unici passaggi che lasciano il segno sono quelli che riprendono l’introduzione e i tratti lenti che compaiono nella seconda parte. Questi sono cadenzati e statici, nonché pieno di echi, che li rendono apocalittici al punto giusto. Se questo basta alla traccia per raggiungere la sufficienza, resta però l’idea che sia solo un riempitivo. Per fortuna, l’album ora si ritira su con Cathartic Expulsion of Shrieking Sorrow, brano incalzante e immaginifico, che porta alla mente scenari cupi e mostruosi. Ciò è reso attraverso un’unione intelligente tra frazioni lente e pieni di armonizzazioni, ma fredde come il ghiaccio, e accelerazioni non troppo estreme (siamo spesso sul mid-tempo) ma catturanti, quasi da brividi per oscurità sprigionata. Merito di questo è l’abilità dei due chitarristi, che riescono a coinvolgere a meraviglia sia con ritmiche terremotanti che con lead melodici e dissonanti. Fa eccezione all’alternanza la parte centrale, frenetica e che cerca più di graffiare, nonostante una forte oscurità sia sempre presente. Il tentativo peraltro è ben riuscito: abbiamo la quadratura perfetta di un pezzo eccellente, uno dei punti più alti del lavoro. Giunge ora Visions from the Throne of Eyes (part II), episodio totalmente diversa dalla prima parte: dopo un intro catacombale si avvia come un maelstrom ritmico, puro black metal della vecchia scuola. Da qui cominciano ad alternarsi momenti intensi e pestati, con anche un vago mood epico, e frazioni oscure ma vuote, dando poco respiro all’ascoltatore. Anche i tratti più aperti sono alienanti ed evocano inquietudine. Non che sia un problema, del resto: abbiamo una lunga cavalcata densa e monolitica, che avvolge a meraviglia. Solo quando varia, in effetti, il brano graffia meno: ciò accade peraltro solo nella tre quarti, con una frazione veloce e rabbiosa, coinvolgente ma che non sa incidere quanto il resto. Poco male: nel complesso abbiamo un episodio con ottimi spunti, molto valido nonostante non sia tra i migliori dell’album di cui porta il nome.

Tiamatic Winds si mostra ferocissima sin dall’attacco in blast beat, con un riffage teso e nervoso che prosegue a lungo, coinvolgendo a meraviglia. Esso regge in particolare le lunghe e furibonde strofe, mentre si modifica per quelli che possono essere considerati i ritornelli, lievemente più calmi ma rabbiosi e sulfurei al punto giusto. La struttura inoltre tende a variare molto, peraltro con cognizione di causa: un esempio può essere a parte centrale, ancora una volta schizofrenica, con vari cambi di tempo e di ritmo, in cui si mette in mostra Daemonikus Abominor. Vale lo stesso per la frazione finale, arcigna e selvaggia, non velocissima (se non nei piccoli stacchi serrati che la punteggiano) ma di impatto assoluto. È un altro punto di forza per un pezzo splendido, appena sotto ai migliori di Visions…! La successiva Illuminated Ominous Darkness si mostra spesso circolare, grazie al suo riffage ossessivo. Tuttavia, è una base che non permane mai troppo a lungo: sono molti gli stacchi che la punteggiano.  Spesso si tratta di frazioni rapide e vorticose, con un piglio quasi punk e una grande energia, che riescono a coinvolgere molto bene. Al centro però c’è spazio per una lunga frazione tombale e minacciosa, che avvolge nella sua oscurità grazie alle tante dissonanze e al cantato salmodiante di Lörd Matzigkeitus. Questo schema dura a lungo, ma senza essere ripetitivo: la struttura è sinusoidale, tocca dei punti di grande intensità e momenti oscuri ma più calmi. È un altro ottimo elemento per un’altra bella canzone, con pochissimo da invidiare al meglio del lavoro. Adesso siamo  alla fine, e gli Idolatry rispettano quella che è ormai una tradizione anche nel black metal, schierando la lunga Imperator Nero Murmurationis Hortum. Si tratta di un brano che prosegue lento e costante, cercando più l’oscurità che l’impatto, grazie anche alla voce del frontman, stavolta ben impostata. In ogni caso, la base principale si divide in passaggi di black lento e vagamente doomy e tratti più aperti, in cui le chitarre sono solo un velo sinistro sopra al basso di Fulgur Exorcista. Il tutto avanza con calma e presenta molte variazioni nelle trame musicali, cercando di tenere alta l’attenzione. Il tentativo è spesso riuscito: sono pochi i passaggi fini a sé stessi, il resto è almeno piacevole. Pian piano inoltre la musica tende a farsi un po’ più densa e intensa: non raggiunge però coordinate estreme, se non sulla tre quarti. Qui, dopo un’apertura piena di effetti, legati all’incendio di Roma e all’Imperatore Nerone che dà il nome alla canzone, parte l’unica frazione davvero feroce del pezzo. Si tratta di una breve zampata, prima che la musica torni a perdersi negli effetti precedenti, un breve outro che ci porta alla fine. Nel complesso abbiamo un brano forse non tra i migliori nell’album che chiude ma buono, una conclusione adatta.

Insomma, a dispetto dei suoi molti piccoli difetti Visions from the Throne of Eyes si rivela un buon album, onesto e coinvolgente al punto giusto. Se quindi vi piace il black metal più ortodosso e non avete bisogno di chissà quale innovazione per divertirvi con questo genere, con gli Idolatry troverete pane per i vostri denti. Il mio consiglio è quindi di dar loro almeno una chance, se in futuro ve ne capiterà la possibilità.

Voto: 77/100


Mattia
Tracklist:
  1. Visions from the Throne of Eyes (part I) – 02:08
  2. Thunder from the Depths – 05:52
  3. Satanas Häxan – 05:16
  4. Anachronistic Might of Spellcasting – 04:20
  5. Cathartic Expulsion of Shrieking Sorrow – 04:52
  6. Visions from the Throne of Eyes (part II) – 05:09
  7. Tiamatic Winds – 03:52
  8. Illuminated Ominous Darkness – 04:40
  9. Imperator Nero Murmurationis Hortum – 07:30
Durata totale: 43:39
Lineup:
  • Lörd Matzigkeitus – voce
  • Lycaon Vollmond – chitarra
  • Nox Invictus – chitarra
  • Fulgur Exorcista – basso
  • Daemonikus Abominor – batteria
Genere: black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook ufficiale degli Idolatry

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