Icethrone – Beggar’s Song (2010)

Per chi ha fretta:
Beggar’s Song (2010), esordio dei genovesi Icethrone, è un album di livello piuttosto basso, visti i tanti difetti. Il più evidente è quello stilistico: il loro confuso miscuglio di death metal vichingo e heavy metal classico sembra quasi un caso, come se il gruppo non riuscisse a mantenere la giusta potenza death. Anche dettagli come il songwriting fanno sembrare il gruppo immaturo, oltre che tecnicamente non all’altezza di suonare un genere difficile come il death metal. Completa il quadro una scarsa cura per i dettagli, come la registrazione da demo, e la frittata è fatta. Lungo tutta la tracklist l’unico pezzo realmente valido è The Gambler; anche Winter Nights e See You in Valhall pt. I, interludi delicati, sono carini, anche se è significativo che in un disco metal alcuni dei pezzi migliori non siano di questo genere. Il risultato finale è che Beggar’s Song è di gran lunga insufficiente, insomma un album da evitare.

La recensione completa:
Seppur alcuni si divertano a farlo, per quanto mi riguarda dare un’insufficienza in una recensione è sempre un dispiacere. Se poi si tratta di un gruppo italiano è anche peggio, visto che tra gli scopi di Heavy Metal Heaven c’è proprio di valorizzare la scena metal nostrana. Come ho già detto in altre occasioni, però, a dispetto del dispiacere è meglio essere onesti nelle proprie valutazioni, sicuramente meglio che alzare voti solo per fare contento un gruppo o in nome dello spirito patriottico. Per questo, seppur avrei preferito farlo, non posso valutare positivamente un lavoro come Beggar’s Song (2010), esordio dei genovesi Icethrone. Purtroppo, è un lavoro dai difetti gravi, che fanno storcere il naso anche a una persona di manica larga come me. Sin dai primi ascolti, ciò che salta di più all’occhio è il genere, un death metal di stampo vichingo, a metà tra melodeath e incarnazione classica del genere. Questa base si mescola con inedite influenze heavy metal classico (e in minima parte anche doom e thrash), che tra l’altro gli danno un tono molto melodico, oltre che evocativo. Sarebbe un genere originale se affrontato con consapevolezza, ma nel caso dei liguri il connubio sembra quasi casuale, non voluto. In particolare, è come se la parte heavy fosse intesa per essere death, ma sia così lineare e poco potente da non raggiungere lo scopo. Tuttavia, il paradosso è che questo problema rende i momenti più heavy discretamente potenti: sono quelli death a risultare mosci e a stonare col resto. La mia idea generale, infatti, è che se Beggar’s Song fosse stato un semplice album epic metal, sarebbe stato molto meglio rispetto a un lavoro di death metal ingenuo, da principianti. Il motivo di questo gravissimo difetto sono proprio gli Icethrone: in questo frangente si dimostrano immaturi e poco preparati, da tutti i punti di vista. Non solo il songwriting è acerbo, ma i mezzi tecnici del gruppo non sembrano sufficienti per un genere difficile come il death. Completa  il desolante quadro una scarsa cura per molti dettagli: il più evidente è la registrazione, amatoriale e ben poco incisiva, che sembra più adatta a un primo demo che a un full d’esordio. Il risultato è un album confuso e scadente, che giusto qualche pezzo decente salva da una insufficienza troppo grave.

All’inizio di Beggar’s Song è posta la Ragnarock Saga, un quartetto di brani con lo stesso tema: l’apocalisse vichinga, appunto. Si parte da Call to Arms, intro in cui le chitarre di Dave e Bloody Master si incrociano sul ritmo marziale di Iskandar, per un effetto piuttosto evocativo. Non c’è molto altro, ma tutto sommato è un preludio adeguato al contesto, e ha un suo senso. Un ulteriore preludio con il corno, seguito da suoni di battaglia, danno quindi il via alla potente Beginning of the End. La sua norma è lenta ma d’impatto, con una forte tensione epica, data sia dalla musica che dal profondo growl di Algiz. A punteggiarla ci sono passaggi semplici e senza fronzoli, speed metal scanzonato in cui la chitarra ritmica e quella solista si intrecciano. Anche essi sono piacevoli, ma le due parti non si incastrano bene tra di loro, vista l’abissale distanza stilistica che le separa. Tutto ciò dura fino a metà, poi il brano si spegne, lasciando spazio a un momento morbido, con il solo basso di Munin e la chitarra pulita sotto a vocalizzi lontani. È il preludio alla nuova esplosione del pezzo, finalmente death metal al cento percento, cupa e pesante. Si rivela un finale decente, la parte migliore di un brano che però nel complesso lascia a desiderare, il che lo rende tra l’altro un perfetto manifesto dell’album. La successiva Storm in Midgard parte da un altro lungo intro, stavolta retto da un arpeggio dimesso di chitarra, su cui trovano posto effetti e qualche intervento dei piatti di Iskandar; si tratta di oltre un minuto monotono e troppo prolisso, che annoia anche quando torna come outro. Va un po’ meglio invece quando il brano esplode, ponendosi come un mid-tempo dal riff circolare, che risulta discretamente incalzante, grazie anche a qualche passaggio lievemente più movimentato. Tuttavia, è una norma che resta troppo in scena e alla lunga stanca: giusto le piccole variazioni, come un lead ogni tanto, riescono a dargli un minimo di interesse. Non va meglio al centro, con una frazione death che vorrebbe essere feroce, ma così molle e scollata che non riesce a smuovere niente. Il risultato è un brano parecchio negativo. Siamo ormai alla fine della Ragnarock Saga, a cui mette il punto End of All. Si mostra riflessiva da subito, puntando sulle escalation frequenti delle chitarre, spesso accompagnate dal growl di Algiz. È un connubio che cerca di essere apocalittico, ma risulta solo di cattivo gusto, a tratti addirittura ridicolo, senza riuscire a graffiare per nulla. Vale pressappoco lo stesso per le parti più veloci che cominciano a fluire di lì a poco, anche se in questo caso gli Iceth\rone riescono a compensare con una potenza vorticosa, che evoca urgenza. Non è tuttavia abbastanza per sollevare il brano dall’insufficienza: di fatto le uniche parti decenti sono quelle lente e con melodie dal retrogusto doom. Per il resto, abbiamo un brano totalmente prescindibile, il punto più basso di Beggar’s Song.

A questo punto, si volta pagina con Winter Nights: si tratta di un interludio più che di una canzone, retto tutto dallo stesso arpeggio della chitarra pulita. Questa intricata base ritmica vede anche l’entrata in scena di lievi lead, di vago influsso post-rock,  che nel finale fanno anche una bella figura. Insomma, va tutto bene eccetto per la voce di Algiz, che col suo growl strascicato e grottesco, inutilmente teatrale, stona moltissimo con la base. In questo caso, però, non è un problema determinante: a dispetto del cantate abbiamo un brano piuttosto piacevole, anche se il fatto che non sia metal lascia comunque da pensare. Un altro intro con lievi influssi doom, lento e tombale, dà il là a Beggar’s Song, più energica e rabbiosa che in passato, con strofe non velocissime ma potenti il giusto. È una parte con un certo impatto, che nemmeno i limiti tecnici dei liguri riesce a castrare. Purtroppo però i ritornelli rovinano in parte questo sforzo: lenti e ripetitivi, distruggono il dinamismo del resto, e non sanno assolutamente valorizzare il complesso. Risultano infatti un peso per un brano che altrimenti sarebbe anche discreto, ma che così è appena sufficiente, pur non essendo tra il peggio che il lavoro ha da offrire. La successiva The Gambler  è retta da un riffage curioso, a metà tra heavy, death e doom, tranquillo ma che spicca. Esso accompagna sia le strofe, dirette e battagliere, sia i chorus, che sono più variegati. Questi ultimi a tratti si mostrano lenti, ma per la maggior parte del tempo sono frenetici, con i lead di chitarra e l’incrocio di voci che in questo caso riescono a dargli anche un bel pathos. Meno riuscita è invece la parte centrale, lenta e un po’ noiosa come i tanti intro puliti che abbiamo già sentito fin’ora. Stavolta però è solo un dettaglio in mezzo a una traccia solida e discreta, che risulta l’apice assoluto di Beggar’s Song. Purtroppo, con Wotan’s Rage torniamo alla pochezza già apprezzata in precedenza. La  norma principale, veloce e maschia, risulta infatti insipida, cercando l’impatto senza trovarlo. Va un po’ meglio con gli stacchi più lenti e sinistri, di vaga influenza thrashy, ma alla fine anche essi vengono a noia, visto che si ripetono di continuo senza quasi variazioni. Non aiuta la durata limitata a meno di tre minuti, che fa sembrare il tutto incompleto. Poco da fare: abbiamo l’ennesimo brano malriuscito del lotto. Per fortuna, a questo punto siamo agli sgoccioli: c’è spazio solo per See You in Valhall pt. 1, outro con la chitarra pulita e ancora qualche influsso post-rock, specie nei tanti echi. In un disco normale non aggiungerebbe molto, essendo un semplice pezzo di chiusura, molto classico. Qui però, avvolgendo piacevolmente con la sua malinconia, risulta addirittura uno dei brani meglio riusciti – il che testimonia ancora una volta la scarsità dell’album.

Per concludere, Beggar’s Song è un album che ha qualcosa da dire, purtroppo affogato però in un mare di confusione e di immaturità, che ne mina drammaticamente la riuscita. Dall’altro lato, gli Icethrone sono anche perdonabili: erano giovani all’epoca, e soprattutto suonavano insieme da appena un anno. Il fatto che nell’ultimo periodo abbiano raggiunto una certa fama, unito al cambio totale della lineup – di quella che ha inciso quest’album resta solo il cantante Algiz – lascia sperare che gli album successivi possano essere migliori. Di sicuro, non voglio dire che i genovesi siano un gruppo scadente oppure inutile. Tuttavia, il mio consiglio è  di evitare a tutti i costi questo loro esordio.

Voto: 48/100

Mattia

Tracklist:

  1. Call to Arms – 02:01
  2. Beginning  of the End – 03:40
  3. Storm in Midgard – 05:43
  4. End of All – 04:02
  5. Winter Nights – 02:39
  6. Beggar’s Song – 03:40
  7. The Gambler – 03:22
  8. Wotan’s Rage – 02:42
  9. See You in Valhall pt. 1 – 02:41
Durata totale: 30:30
Lineup:
  • Algiz – voce
  • Bloody Master – chitarra
  • Dave – chitarra e tastiera
  • Munin – basso
  • Iskandar – batteria
Genere: death/heavy metal
Sottogenere: viking metal

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