The Burning Dogma – No Shores of Hope (2016)

Per chi ha fretta:
No Shores of Hope (2016), esordio sulla lunga distanza dei bolognesi The Burning Dogma, è un lavoro complesso e di difficile ascolto. Lo è già dallo stile, un death metal sinfonico che pesca da gran parte delle incarnazioni di questo genere come da altri tipi di musica. Il particolare più originale è però la presenza di tanti interludi elettronici, che servono ad accentuare l’aura cupa e alienante evocata anche dalle minimali orchestrazioni e dalla componente metal. È proprio l’atmosfera a rendere la musica impenetrabile e fascinosa, punto di forza assoluto dell’album insieme alla sua personalità stilistica e al concept sulla mancanza di speranza. Dall’altro lato, c’è anche qualche difetto: oltre a un po’ di immaturità, se il gruppo avesse unito meglio le componenti death ed elettronica, qui un po’ disgiunte, avrebbe fatto di meglio. Poco male, comunque, alla fine l’album è ottimo anche così com’è: lo testimoniano picchi come il duo The Breach/Enigma to the Unkwnown,  Feast for Crows e la title-track. Per questo, No Shores of Hopes è un album da provare, specie se apprezzate le incarnazioni più ricercate e atmosferiche del death metal. 

La recensione completa: 
Complesso. È questo l’aggettivo che sintetizza meglio No Shores of Hope, primo full-lenght dei The Burning Dogma. Nati nel 2008 a Bologna, hanno fatto una lunga gavetta, che li ha portati prima a pubblicare l’EP Cold Shade Burning (2012) e poi il già citato esordio, uscito lo scorso 12 febbraio via Sliptrick Records. È forse merito di questo lungo percorso se il suono dell’album è abbastanza maturo: si tratta di un death metal solido e che prende elementi da quasi tutti i sottogeneri di questo stile. Quello più influente sulla musica dei bolognesi è il death sinfonico, presente lungo l’intero album, ma a tratti No Shores of Hope mostra anche influssi melodeath, deathcore e tecnici. Non solo: ci sono anche tante suggestioni da altri stili, che vanno dal gothic al doom, dal black al progressive, per avvicinarsi a volte persino all’avant-garde. La caratteristica più originale sono però i tanti interludi elettronici che spuntano qua e là: seppur siano sempre brevi, sono più che adatti a conferire all’album un’aura misteriosa e alienante. Del resto, anche la componente orchestrale dei The Burning Dogma va in questo senso: mai pomposa e spesso nascosta e minimale, aiuta il mood a essere più estraniante. È proprio questo a rendere No Shores of Hope di difficile ascolto: seppur la complessità musicale non sia maggiore rispetto al normale death metal, le sue tante sfumature di atmosfera lo rendono impenetrabile. Peraltro, non è un problema, essendo uno dei principali punti di forza del lavoro, insieme alla sua spiccata originalità e al concept che lega le canzoni al concetto di mancanza di speranza. I The Burning Dogma hanno insomma tutti i requisiti per fare bene, anche se questo loro esordio non è esente da alcuni difetti. Oltre a un pizzico di ingenuità nel songwriting, che si esplica in una lieve omogeneità e in qualche passaggio a vuoto, imputerei alla band bolognese una certa mancanza di coraggio. Come accennato, sia le tracce death che gli interludi elettronici sono buoni, ma il fatto che restino due anime distinte è un piccolo peccato. Se si fossero compenetrate meglio, a mio avviso la loro musica non sarebbe stata solo più originale, ma anche più fascinosa e alienante, e No Shores of Hopes sarebbe stato anche migliore. Prima di cominciare con la disamina, qualche parola per alcuni particolari di contorno, come la registrazione, che è potentissima e quadrata ma mai finta o plasticosa – in questo senso Simone Mularoni è una garanzia. Lodevole è anche la copertina realizzata dall’artista francese Pierre-Alain Durand: non solo è splendida, ma rappresenta pienamente il senso di disperazione alienante in cui No Shores of Hopes avvolge l’ascoltatore una volta premuto il tasto play.

L’apertura è affidata a Waves of Solitude, intro di ambient spaziale in cui una chitarra pulita e lontana si incrocia con una tastiera altrettanto espansa, per un effetto malinconico e misterioso. Si tratta solo della calma prima della tempesta, visto che dopo circa un minuto, d’improvviso, i toni cambiano del tutto, quando entra un muro di suono impenetrabile e oscuro. Per i suoi primi istanti The Breach è infatti un macigno, puro death metal classico, anche se presto la situazione si calma. Da qui in poi la musica si divide tra lunghi tratti diretti e rabbiosi, in cui spuntano a volte influenze black e fughe in blast beat, e passaggi rallentati e profondi, arricchite dalla tastiera sinfonica di Giovanni Esposito. Il tutto è all’insegna della cupezza tipica del death tradizionale – specie quello di marca svedese – che attraversa i tanti passaggi del pezzo fino alla tre quarti. A quel punto tutto si calma, per un intermezzo sintetico dalle sonorità cosmiche. È giusto un attimo, poi la pesantezza torna in scena, ma è tutto diverso: l’ultima parte è infatti melodica e malinconica, con in evidenza la chitarra di Maurizio Cremonini che disegna un ottimo assolo. Nonostante la diversità tra le due sezioni, però, abbiamo un pezzo coeso e che riesce a incidere molto, entrando subito di diritto tra il meglio che No Shores of Hope abbia da offrire. Subito dopo, senza pause, giunge Enigma to the Unknown, che può essere vista come l’outro della precedente, riprendendo e sviluppando le sonorità del suo stacco centrale. I synth di Esposito e le percussioni industriali ci portano in un mondo di alienazione e di inquietudine da brividi, mentre la chitarra pulita e lontana dà quel tocco di malinconia che è la ciliegina sulla torta della traccia. Nonostante sia un interludio di appena un minuto, non credo sia una bestemmia dire che è tra il meglio che l’album abbia da offrire insieme alla precedente. La successiva Skies of Grey è una traccia divisa esattamente a metà tra due anime. La prima si mette in mostra con le ritmiche macinanti e ossessive di Diego Luccarini, che variano solo per brevi sfuriate, anche più feroci del resto. Questa impostazione però non è destinata a durare: presto il pezzo rallenta e comincia una progressione che man mano lo porta verso lidi più melodici, con l’aura che muta dall’oscurità alla malinconia. Ciò viene reso anche grazie alla cantante ospite Debora Ceneri (proveniente dai Revenience), che duetta col growl di Andrea Montefiori e prende il sopravvento in frazioni aperte e tranquille, vicine al classico metal con voce femminile. Queste frazioni sono molto piacevoli e avvolgono nel loro mood, anche se forse risultano un po’ scontate a tratti: va meglio invece con le frazioni più pestate e alienanti. In ogni caso, non è un problema così grosso: nel complesso abbiamo un buon pezzo, non troppo distante dal meglio del disco.

A Feast for Crows prende il via da un intro tranquillo, in cui la tastiera di Esposito si incrocia con la batteria di Antero Villaverde e la chitarra pulita, per un effetto misterioso. Esso si spezza quando la musica esplode, anche più martellante che in passato, grazie al growl cavernoso di Montefiori e alle influenze deathcore intessute nella trama del brano. Si tratta di una avvio molto avvolgente, anche se non dura poi tanto: oltre a qualche momento distruttivo, a spezzare la norma ci sono lunghe progressioni melodeath, dal mood dimesso grazie anche alla tastiera. Esse a tratti deviano ancor di più verso la tranquillità, con aperture in cui il frontman mostra il suo cantato pulito, mentre le tastiere danno al tutto addirittura un vago retrogusto gothic. È questo il cuore del brano: le parti più pestate tornano infatti solo nella lunga parte finale, che può contare su un ottimo songwriting, culminante nell’assolo di Cremonini. È solo un altro dettaglio ben riuscito per una traccia che rientra di diritto nel meglio di No Shores of Hope. Dopo tanti brani rapidi e aggressivi, con Burning Times abbiamo qualcosa di più tranquillo. Sia i momenti più pesanti, ancora di vaga influenza metalcore, sia le aperture con la voce pulita, rapide ma melodiche, in cui domina il carillon di Esposito, hanno poca cattiveria, preferendo un mood depresso. C’è spazio anche per alcune frazioni rapide e feroci, ma sono poche e soprattutto sono ben incastrate in mezzo al resto, almeno nella prima metà. Dopo uno stacco vuoto e ambientale, però, qualcosa cambia: si torna al metal con una frazione oscura e catacombale, di origine death/doom. È il punto di partenza per una lunga coda strumentale rabbiosa, in cui solo a tratti spunta qualche momento di melodia. È un finale buono, ma meno della parte iniziale; in generale, abbiamo un brano di discreto ma non al livello dei migliori del disco. È ora il turno di Distant Echoes, in principio un pezzo di ambient puro, nel cui vuoto si stagliano echi e suoni distanti. Giusto a metà qualcosa cambia, ed entra in scena una chitarra lontana, seguita subito da percussioni elettroniche lente e ripetitive, che con gli effetti danno al tutto un gusto industrial. Nel complesso si tratta di due minuti strani ma molto piacevoli. Senza quasi pause, entra in scena No Shores of Hope, pezzo di death metal più che tradizionale, una fuga macabra e rabbiosa. È però solo l’inizio, perché presto comincia un’evoluzione tortuosa, che tra un passaggio sinfonico e uno di pura musica elettronica conduce l’ascoltatore a una norma granitica, non troppo veloce ma opprimente al punto giusto. Il mood che si viene a creare è cupo e quasi orrorifico, un’aura asfissiante che si propaga anche nei tanti cambi di norma successivi. In effetti la struttura è più complessa che in passato: si alternano frazioni più melodiche, ma sinistre al punto giusto grazie a chitarra e tastiera, e tratti davvero feroci. Questi ultimi peraltro hanno una serie di riff formidabili, che si incastrano alla perfezione: sono infatti il momento meglio riuscito del pezzo. Anche il resto non è da meno, però: abbiamo un brano eccellente, tra il meglio che No Shores of Hope abbia da offrire col duo The Breach/Enigma to the Unkwnown e Feast for Crows.

Dying Sun non è che un altro interludio, stavolta con un ritmo dal retrogusto dance, su cui si posano trame di tastiera e pianoforte notturne, fantascientifiche e avvolgenti, anche se non troppo oscure. Si tratta insomma di un altro pezzetto molto piacevole, anche se non imprescindibile. Un’ulteriore introduzione tranquilla, con la chitarra pulita, poi prende il via NemeSys. È un episodio che oscilla tra un’impostazione obliqua e a tratti vorticosa,  ma non veloce né troppo rabbiosa, e un’altra molto aggressiva, che guarda ancora una volta al death metal più tradizionale. Entrambi le componenti tendono a variare, ma non troppo: gli stessi temi si inseguono più e più volte lungo la canzone. Se in tutto questo  ci sono riff molto buoni, e in generale non ci sia nulla di noioso, stavolta però a mancare è l’atmosfera, oscura ma non penetrante come altrove, se non in rari frangenti – quelli in particolare in cui torna fuori la tastiera. Ne risulta un pezzo piacevole, ma che in un album come No Shores of Hope risulta il meno bello. Siamo quasi alla fine, e per l’occasione i The Burning Dogma propongono addirittura una “trilogia”. Si parte da Dawn Yet to Come I (Drowning), preludio elettronico molto efficace, specie a causa delle percussioni ossessive, che dura trenta secondi prima che si avvii Dawn Dawn Yet to Come II (No Heroes’ Dawn). Anche se il metal entra subito in scena, inizialmente il mood è sognante, quasi meravigliato, a causa dal lead di Cremonini, eccellente come al solito non solo qui ma in tutta la canzone. Questa impostazione rimane in parte anche quando si entra nel vivo con più intensità, con una norma potente ma senza rinunciare del tutto all’espressività. Momenti più aperti e riflessivi e fughe di potenza si alternano varie volte e si incastrano bene, a volte mescolandosi. Ciò ha luogo però solo per metà traccia, dopodiché i The Burning Dogma imboccano una strada ben più originale. La prima a entrare in scena è una bellissima frazione lenta e strisciante, oscura ma molto melodica, che riesce ad avvolgere benissimo. Quindi, dopo un ritorno di fiamma dell’inizio e una frazione vuota, piena di echi, giunge il finale. Si tratta di una lenta coda death/doom al limite col funeral, nichilista e monolitica, ma anche con una sua tristezza obliqua che avvolge l’ascoltatore fino alla fine. A questo punto, non c’è spazio per altro che per Dawn Yet to Come III (..E Uscimmo a Riveder le Stelle), un lento outro con un semplice arpeggio, a cui si aggiungono poi il basso di Simone Esperti e i synth lacrimevoli di Esposito. È un finale particolare ma adatto per un album come questo.

Tirando le somme, No Shores of Hope è un album incoraggiante e di livello elevato. D’altro canto, se cercate musica immediata, forse i The Burning Dogma non fanno per voi, visto quanto sono difficili da assorbire. Allo stesso modo, il loro stile potrebbe non piacervi, se dal death metal volete solo brutalità. Se però apprezzate anche musica più ricercata e d’atmosfera, potrebbero proprio fare proprio al caso vostro. Se è vero  che i bolognesi hanno un potenziale elevatissimo e non ancora del tutto sfruttato, non vuol dire che questo loro esordio non vi piaccia, anzi. Il mio consiglio è proprio quello di dargli una possibilità!

Voto: 80/100

Mattia

Tracklist:

  1. Waves of Solitude – 01:09
  2. The Breach – 05:22
  3. Enigma to the Unknown – 01:11
  4. Skies of Grey – 06:14
  5. A Feast for Crows – 06:08
  6. Burning Times – 05:22
  7. Distant Echoes – 02:10
  8. No Shores of Hope – 04:33
  9. Dying Sun – 02:11
  10. NemeSys – 06:34
  11. Dawn Yet to Come I (Drowning) – 00:32
  12. Dawn Yet to Come II (No Heroes’ Dawn) – 06:56
  13. Dawn Yet to Come III (…e Uscimmo a Riveder le Stelle) – 01:26

Durata totale: 49:48

Lineup:

  • Andrea Montefiori – voce
  • Maurizio Cremonini – chitarra solista
  • Diego Luccarini – chitarra ritmica
  • Giovanni Esposito – tastiera
  • Simone Esperti – basso
  • Antero Villaverde – batteria

Genere: symphonic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook ufficiale dei The Burning Dogma

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