Black Absinthe – Early Signs of Denial (2016)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONENonostante qualcuno li possa trovare “hipster”, i canadesi Black Absinthe sono un gruppo valido: lo dimostra il mini album Early Signs of Denial (2016).
GENEREUn’eclettica unione tra l’hard rock anni settanta, la NWOBHM, il doom americano classico. In più, sono presenti tanti influssi eterogenei (specie punk e metal estremo) e un piglio moderno.
PUNTI DI FORZAUno stile personalissimo e  mescolato in maniera solida e senza spigoli. Una registrazione genuina e mai di plastica. Un livello medio elevatissimo a livello compositivo.
PUNTI DEBOLIGiusto una lievissima omogeneità.
CANZONI MIGLIORIIs This Life (ascolta), Pigs (ascolta), Winter (ascolta)
CONCLUSIONIEarly Signs of Denial è un ottimo mini-album, che sa regalare grandi emozioni se ascoltato senza pregiudizi.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 80 per gli album sotto alla mezz'ora
77
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“Hipster metal”: può sembrare un ossimoro, ma in realtà è così che, a oggi, alcuni etichettano determinati gruppi, con intento dispregiato. Si tratta di band molto distanti a livello stilistico, ma accomunate tutte dall’avere sonorità eclettiche, che rompono con la tradizione precedente o ne cambiano le caratteristiche. È proprio questa bizzarria il problema per alcuni fan del metal, che pensano a questi gruppi come il peggior stereotipo dell’hipster: essi suonerebbero la propria musica solo per seguire una moda, senza conoscerne nemmeno le basi. In alcuni casi è effettivamente così, con band scadenti e inadatte a suonare metal – il che vale peraltro anche per gruppi non considerati hipster. Dall’altro lato però ci sono tanti – la maggior parte dei gruppi “hipster metal”, direi – che cerca semplicemente di innovare il proprio genere ed evitare la strada trita percorsa da tanti altri. È così ad esempio per i Black Absinthe, band di Toronto nata nel 2011, e che ha bruciato le tappe fino all’uscita, lo scorso 13 maggio, di Early Signs of Denial. Si tratta di un mini album (si potrebbe dire anche un “quasi full-lenght”) in cui a spiccare di più è appunto un genere molto particolare, che mescola tantissime cose diverse. In esso confluiscono l’hard rock anni settanta, specie quello più occulto, l’heavy classico, specie di indirizzo NWOBHM e il primo doom americano, quello di band come Pentagram e Trouble. Questa però è solo la base: ci sono tantissime altre influenze, che vanno dal punk al metal estremo, passando per progressive, thrash, alternative e chi più ne ha più ne metta, il tutto mescolato in chiave moderna. Qualcuno parlerebbe insomma di hipster metal, ma in realtà quello dei Black Absinthe è tutt’altro che un sound poco spontaneo o studiato a tavolino. La prova principale è che tutti questi influssi sono mescolati con gran maestria e convinzione, senza spigoli rilevanti, il che tra l’altro è il miglior punto di forza di Early Signs of Denial. Si tratta infatti di un album originale ed eclettico, oltre che solido e concreto, con un pugno di ottime canzoni e giusto un po’ di omogeneità come unico veniale difetto. Prima di cominciare l’analisi, qualche parola anche per la registrazione: è precisa e professionale ma anche genuina al cento percento. La sua lontananza estrema dalle produzioni plasticose di oggi valorizza ancor di più i riff del gruppo, ed è sicuro un altro pregio di Early Signs of Denial.

Si parte da The Wild, che dopo un breve preludio rockeggiante fotografa subito il suono dei Black Absinthe. Con strofe hard rock misto a doom, molto divertenti, e ritornelli catturanti, di ascendente più heavy, il tutto valorizzato dalla voce sguaiata di Jack Cerre, vicina a quella di Bobby Liebling dei Pentagram, è il perfetto manifesto del disco. Il tutto è dotato inoltre di una buona energia, che nonostante il ritmo mai frenetico coinvolge in ogni momento. Ancor meglio è la struttura, che non si limita alla classica forma canzone ma presenta parecchie variazioni, che toccano tutte e tre le anime dei canadesi e sono ben intessute nel pezzo. È un altro punto a favore di una traccia ottima, anche se il meglio deve ancora arrivare. Ora giunge infatti Is This Life: dopo un intro a metà tra heavy classico e punk, entra nel vivo con sonorità meno esplosive e più oscure. Ciò è ben evidente nelle strofe, preoccupate e pesanti, in cui interviene il growl a duettare con la voce pulita. L’accoppiata bridge/chorus prende invece un’altra strada, pur non allontanandosi troppo: quando i primi sono abbastanza drammatici, i secondi si mostrano invece liberatori con la loro fortissima malinconia, quasi da brividi. Va in questa direzione anche la lenta parte centrale, divisa a metà tra pulsioni doom ed elementi psichedelici, che tendono a prendere il sopravvento alla fine. È l’unica variazione di rilievo di una canzone che pur cambiando a tratti qualche arrangiamento è piuttosto lineare. Ciò peraltro non è un problema: abbiamo una traccia emozionante e splendida, il meglio che Early Signs of Denial abbia da offrire. La successiva Berj Khalifa si mostra in principio molto melodica e con tante armonizzazioni, un’impostazione che torna anche nei refrain. Essi sono infatti tranquilli e tristi, grazie soprattutto alle trame di chitarra di Cerre. Non che manchi l’energia: le strofe al contrario sono potenti e presentano influssi thrash e a volte addirittura djent, specie nel riffage, d’impatto e martellante. Stavolta però la voce urlata del frontman è un problema: è troppo piatta nelle strofe e poco espressiva nei ritornelli, non riesce a valorizzare nessuno dei due. Per fortuna, ci sono anche un buon numero di passaggi che ritirano su la canzone. Il più evidente è la frazione centrale, che accelera con prepotenza per diventare una cavalcata di retrogusto NWOBHM, coinvolgendo al punto giusto. È uno dei momenti topici di una canzone meno bella di quella che ha intorno, ma buona al punto giusto per incidere.

Anche Pigs si mostra di alto livello melodico: dopo un intro maschio, partono strofe tranquille e nostalgiche solo a tratti, con trame debitrici ancora del metal classico inglese, ma anche del doom tradizionale. Si cambia rotta del tutto coi bridge, che si fanno oscuri grazie a riff e al growl di stampo death metal moderno. Si tratta giusto di un preludio ai ritornelli, che a livello di riff uniscono le due anime precedenti in un connubio eccezionale, corredato da un’aura solenne e di gran efficacia, grazie anche alla voce di Cerre. C’è poco altro nel brano a parte una frazione nervosa e con molti cambi al centro, peraltro di nuovo con un ottima scrittura alle spalle. Dopo una serie di tracce più seriose, con Now c’è spazio per qualcosa di più divertente. Il merito di ciò è principalmente delle tante influenze punk, che attraversano tutto il pezzo. Le strofe sono piene di queste suggestioni, grazie anche al frontman che urla molto anche per i suoi standard. L’apice di questa tendenza sono però i bridge, movimentati e vorticosi, con un riffage davvero tagliente. Escono invece da questa norma i ritornelli, che si staccano anche dal relativo disimpegno del resto e hanno una punta di tristezza, peraltro non troppo accentuata. In tutto questo, c’è spazio per un gran numero di elementi, da piccole fughe di retrogusto power ad altre di speed motörheadiano, passando per arrangiamenti al limite col metal estremo. È però un mix che ancora una volta funziona, consegnandoci un altro buonissimo brano. Siamo già quasi alla fine: c’è spazio solo per la conclusiva Winter, che dopo un breve intro di effetti, si apre con un lead circolare. Parte da qui una progressione variegata, che alterna diversi tipi di passaggi. Se inizialmente la norma è lenta e semplice, presto entra in scena una frazione frenetica e con un retrogusto black metal più che vago. Dopo questo sfogo rabbioso, la traccia si stabilizza su una norma di heavy classico elementare ma che coinvolge al massimo, per merito del ritmo del batterista Austin Henderson, semplice ma incalzante, e dello splendido riffage al di sopra. È questa la falsariga che dura più a lungo all’interno della canzone, seppur sia inframmezzata da un gran numero di variazioni. Il più evidente è quello presente quasi al centro, in cui i Black Absinthe mescolano di tutto, da tratti estremi a passaggi al limite del progressive, fino a un assolo classicheggiante e a vaghi accenni doom. Il riff principale torna poi a galla, ma è solo un attimo: presto la traccia torna a evolversi, e dopo un altro bell’assolo, lungo ma molto intenso, giunge una coda che riprende l’inizio e dona una conclusione espressiva al tutto. È il finale di un gran brano, il migliore del disco che chiude con Is This Life e Pigs.

Chiudendo i conti, Early Signs of Denial è un ottimo album, con giusto qualche difettuccio ma anche tanta sostanza. C’è anche da dire che se nel metal non apprezzate nulla che non si conformi alle forme più classiche del genere, probabilmente i Black Absinthe non vi piaceranno. Io però vi consiglio lo stesso di dargli un ascolto, cercando di farlo con la mente aperta. Lasciate perdere le etichette e i termini come “hipster”, e concentratevi solo sulla musica. Scoprirete che quella dei canadesi è buona, ed è questo che conta davvero, non le classificazioni o l’essere “true”. Fidatevi, è così!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Wild03:50
2Is This Life04:43
3Berj Khalifa03:19
4Pigs04:03
5Now03:58
6Winter06:23
Durata totale: 26:16
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Jack Cerrevoce e chitarra
Kyle Scarlettbasso
Austin Hendersonbatteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Asher Media Relations

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