And Harmony Dies – Totenamt (2016)

Per chi ha fretta:
Totenamt (2016), terzo album dei trevigiani And Harmony Dies, è un album molto complesso, ma se si riesce a entrarci dentro si rivela convincente. Il merito è principalmente del songwriting del gruppo: se lo stile è un avant-garde/black metal dalle mille sfaccettature – che vanno dal metal estremo alla musica sinfonica e all’elettronica – tutti gli elementi sono comunque ben piazzati, senza quasi spigoli. Per questo motivo, la scaletta dell’album è di alta caratura, specie nella prima parte: lo dimostrano pezzi come Sometimes, The Fragility of a Moment, Birthday e Tears Like Promises, punte di diamante del lavoro. Per questo, a dispetto del fatto che tende ogni tanto a perdersi e di una lieve flessione nella seconda parte, Totenamt è un ottimo lavoro, adatto ai fan del metal più bizzarro e complicato. 

La recensione completa:
Si tende a pensarci poco, ma l’Italia è un paese abbastanza ricco per quanto l’avant-garde metal. Nonostante la presenza di poco pubblico – non solo per questo genere ma anche per altri ben più accessibili – sono tanti i gruppi che nel nostro paese hanno deciso di abbracciare la branca più sperimentale del metal. Peraltro, spesso l’hanno fatto con ottimi risultati: uno degli ultimi esempi in ordine di tempo sono i trevigiani And Harmony Dies e il loro Totenamt, uscito lo scorso 18 aprile. Si tratta del terzo album di una carriera iniziata addirittura ne 1995 e non ricchissima di uscite, ma che di recente ha visto un’accelerata col precedente EP Requiem (2014). Il suono che i veneti affrontano all’interno del suddetto full-lenght è un avant-garde metal che mantiene il black come base, ma si espande verso i generi più diversi. Così, passaggi venati di death, doom o gothic metal condividono la scena con influenze dal folk, dalla musica elettronica e da quella orchestrale, passando per mille altre sfaccettature. Il ventaglio stilistico da cui il gruppo pesca è immenso, ma i tantissimi elementi che compongono Totenamt sono quasi sempre mescolati con competenza. In generale, gli And Harmony Dies hanno dalla propria un songwriting di livello mediamente ottimo, nonostante ogni tanto tenda a perdersi – il che è l’unico difetto del disco, per giunta abbastanza veniale. Per il resto, quello dei trevigiani è un lavoro difficile e da ascoltare molte volte per poter entrare davvero nelle sue atmosfere: se si ha la pazienza per farlo, però, si scopre un grande lavoro, come leggerete tra poco.

Un intro ambientale, con suoni primaverili, poi The Day of the Spring Breeze entra nel vivo con calma. Si parte da brevi interventi di musica “da circo”, che sfociano infine in un’esplosione black metal. Prende il via a questo punto un brano che alterna sfuriate cupe e a volte molto estreme, ma spesso con una certa malinconia, a sezioni più vuote, che abbandonano quasi ogni influsso metal. Peraltro, questi intermezzi sono molto variegati: si va da ritorni delle suggestioni circensi a momenti a metà tra jazz e prog, passando per tratti orchestrali e per frazioni indefinibili e bizzarre. Il tutto è però ben mescolato e riesce ad avvolgere nelle sue tante sfumature atmosferiche, anche grazie al riffage di Rob De Simoi (ex membro da poco uscito dal gruppo), sempre emotivamente carico. È un altro dei punti di forza di una opener ottima, appena al di sotto del meglio dell’album che apre. Un intro da fantascienza vintage, poi Sometimes esplode con cattiveria. Si tratta di un brano ancor più complesso del precedente, che scambia frazioni intimiste, guidate dalla voce pulita e profonda di Black e dalla tastiera di Whisper, con momenti più frenetici e metal-oriented. Sono tanti i frammenti che si alternano nei cinque minuti scarsi della canzone, tutti molto validi: difficile stabilire i migliori, anche se la lieve parte centrale e i momenti di fuga di retrogusto gothic/black spiccano molto. A mancare  sono invece i momenti morti: ogni singolo elemento è messo a regola d’arte, e si incastra bene con gli altri. Il risultato è un episodio grandioso, tra i migliori dell’intero Totenamt. Giunge quindi The Fragility of a Moment, intermezzo di meno di due minuti in cui gli And Harmony Dies lasciano perdere il metal per sperimentare una dark wave lenta e cupa. Il tentativo è molto ben riuscito: abbiamo un pezzo lineare, che alterna brevi strofe vuote e oscure con giusto poche variazioni della componente elettronica. A dispetto della semplicità, però, l’atmosfera è davvero coinvolgente: nonostante sia poco più di un interludio, io lo includerei addirittura tra il meglio dell’album! La successiva Birthday si mostra subito espansa e tranquilla, dominata per lunghi tratti da arpeggi di chitarra pulita e tastiere distorte, quasi psichedeliche. Anche quando cresce di intensità, però, si raggiunge appena il metal melodico, una norma lenta e tranquilla che evoca una forte malinconia. Si viene a creare un incantesimo che si spezza solo verso metà, quando improvvisamente il black torna a deflagrare. È l’inizio di un’escalation che diviene sempre più cupa e angosciosa, ma non dura. Toccato un apice, lascia poi spazio a una frazione di solo pianoforte, che guarda alla malinconia precedente. La traccia riparte più volte con potenza, ma la calma triste torna sempre alla carica con ancora più forza. Questa tendenza culmina nel soffice finale, che è una versione da brividi della celebre Happy Birthday riletta in chiave depressa. È la migliore conclusione possibile per un altro brano eccelso, senza nulla da invidiare ai precedenti – né al seguente.

Tears Like Promises comincia subito con un riff clamoroso: è come il tema musicale di un brano elettronico riletto in chiave black metal, una caratteristica che lo rende strano ma splendido. L’unico difetto è che all’interno della canzone si sente poche volte, ma in fondo non è un gran problema: anche il resto è di alta qualità. Sia i passaggi vuoti e malinconici che le lunghe fughe pestate e di stampo black sanno infatti pienamente il fatto proprio, creando un affresco variegato e astratto, anche più complesso che in passato ma mai fine a se stesso. Ogni variazione è studiata per rendere l’esperienza della canzone migliore e a rendere la sua atmosfera più fascinosa. Un esempio perfetto di ciò è la parte centrale: si passa da momenti teatrali con piano e orchestrazioni a tratti di influsso funk e jazz e poi a musica “da giostra”, toccando nel mezzo frazioni oblique e che mischiano tante influenze diverse, senza che ci sia nemmeno una forzatura. È proprio questo uno dei segreti di un altro brano eccelso, che chiude il quartetto di capolavori di Totenamt al meglio! Quasi per far riposare le orecchie dell’ascoltatore, a questo punto i trevigiani piazzano Alone, un altro interludio che stavolta ha la forma di una ballad sinfonica. Sono solo il pianoforte e gli archi sintetici ad accompagnare la voce di Black attraverso un sentiero tortuoso e con molte variazioni, ma senza spostarsi troppo dalla falsariga di partenza. D’altro canto, c’è da dire che questo pezzo non resta molto in mente, rimane un po’ anonimo, anche visto ciò che l’ha preceduta. Ha però il pregio di volare in un attimo e di non risultare affatto sgradevole. È ora il turno di Ultimate Letter, che dopo un intro denotato dal suono della macchina da scrivere, entra nel vivo muovendosi su coordinate black/death, che la rendono truce e sinistra. Tuttavia, questa norma vede da subito l’intervento dei passaggi bizzarri tipici degli And Harmony Dies, tra echi elettronici e orchestrazioni che alla fine prendono il sopravvento, mescolandosi col metal. E così, per la maggior parte abbiamo in scena della musica lieve e strana, che evoca un senso di bizzarria persino più spinto rispetto che in passato. C’è da dire che stavolta però non tutto funziona bene: seppur quasi tutte le frazioni più metalliche abbiano la giusta potenza e alcuni passaggi, come quello lieve sulla tre quarti, siano splendidi, ci sono anche momenti un po’ spigolosi. In generale, abbiamo un pezzo non al livello di quelli della prima metà, pur essendo almeno buono.

Another Ending Fairytale presenta un lungo preludio molto morbido, con strumenti orchestrali lievi e un timpano che scandisce una lenta marcia. Questa impostazione comincia lentamente a crescere, finché dopo quasi due minuti non entra nel vivo come un brano dalle inedite influenze power. Ci sono in effetti molti passaggi melodici che si alternano con quelli più rabbiosi e orientati verso il metal estremo,  peraltro mitigati dalla grande presenza di orchestrazioni. Si tratta di una struttura ancora una volta in continuo movimento, ma che coinvolge sia per la bella serie di riff, che stavolta non lascia mai la scena, sia per i suoi cambi d’atmosfera, a tratti molto profonda, in altri frangenti semplicemente aggressiva. Un songwriting di livello elevato, che piazza grandi zampate – tra cui spiccano i momenti più melodici, in particolare quello struggente nel finale – fa il resto. Abbiamo un gran brano, non tra i migliori del disco ma nemmeno troppo distante. Segue quindi Memories of Velvet Snow, secondo lento della serie senza traccia di metal. Stavolta le sue coordinate si situano in qualche punto a metà tra il soft rock, la new wave e la musica elettronica più tranquilla. Per gran parte, si tratta di un brano tranquillo, quasi solare a dispetto della sua lieve malinconia, che a tratti sparisce pure. Si cambia però nel finale, quando improvvisamente tutto si fa freddo e alienante, con una virata imperiosa verso l’industrial. È un finale veramente inquietante e monolitico, che non necessita nemmeno di elementi metal: bastano le tastiere di Whisper e il basso di Black per renderlo tale. È questa la parte migliore di un pezzo che pur avendo una prima parte dispensabile si rivela godibile al punto giusto. A questo punto, siamo ormai all’ultima canzone, ma la fine è ancora lontana, e non solo perché The Cut dura oltre un quarto d’ora: soprattutto, in questo tempo succede letteralmente di tutto, tanto che non vale la pena nemmeno descriverla. Si va da momenti a là Danny Elfman a fughe di un bizzarro speed metal sinfonico, passando per passaggi new wave, sinfonici, melodic metal e chi più ne ha più ne metta. Questo almeno quando la musica dura: a un certo punto infatti la traccia comincia ad accartocciarsi su sé stessa, perdendosi in una marea di suoni elettronici stridenti, di puro noise. Da qui il brano cambia strada, riprendendo i suoni dell’intro di The Day of the Spring Breeze e ampliandoli in un lungo pezzo ambient. È su questa base che si innestano subito dopo vari rumori e soprattutto dei canti da chiesa lontani, dalla registrazione sporca, che danno al tutto un’aura ancor più arcana e dimessa. È il principale motivo di fascino di questa lunga coda, che alla fine si perde ancora nei rumori. Nel complesso, si tratta di un pezzo strano e difficilissimo da seguire, ma che tutto sommato lascia dietro di sé una sensazione più che piacevole: un finale apprezzabile per un album del genere, dunque.

Insomma, Totenamt avrebbe potuto essere un capolavoro, senza la lieve flessione nella sua seconda metà, ma non importa: anche così è ottimo e degno di essere ascoltato. Se quindi siete fan del metal estremo e sperimentale, e non vi spaventano album lunghi e molto difficili da ascoltare, questo terzo lavoro degli And Harmony Dies fa decisamente al caso vostro. Il consiglio è quindi di farci un pensierino – o magari anche qualcosa di più!

Voto: 86/100

Mattia
Tracklist:
  1. The Day of the Spring Breeze – 05:27
  2. Sometimes – 04:44
  3. The Fragility of a Moment – 01:57
  4. BIrthday – 07:00
  5. Tears Like Promises – 07:10
  6. Alone – 02:08
  7. Ultimate Letter – 05:27
  8. Another Ending Fairytale – 06:24
  9. Memories of Velvet Snow – 04:43
  10. The Cut – 15:48
Durata totale: 01:00:48
 
Lineup:

  • Black – voce, basso, programming
  • Whisper – tastiere e programming
  • Rob De Simoi – chitarre (guest)
Genere: avant-garde/black metal

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