The Providence – Return to Morningside (2016)

Per chi ha fretta:
Nata come band dark ambient, la one man band sarda The Providence è passata al metal con The Bloody Horror Picture Show (2013), per poi confermare la svolta con l’ultimo Return to Morningside (2016). Lo stile di quest’ultimo è un gothic/doom metal variegato e interessante, che punta soprattutto sull’evocazione di atmosfere horror – come anche gli altri particolari della musica del progetto. In più, la band ha altri punti di forza nella voce cupa e roca del mastermind Bloody Hansen e nella cura per la musica, attuata dal cantante con Dick Laurent dei Cadaveria. Dall’altro lato, la scaletta ondeggia un po’ nella propria qualità: se pezzi come la labirintica Slasher, la lineare Witch Bitch o l’aggressiva Prayers sono ottimi, alcuni altri episodi abbassano il livello. Non che sia un problema così grande: seppur non eccezionale, Return to Morningside è un album godibile, che i fan dell’horror metal sapranno sicuramente apprezzare.

La recensione completa:
È una curiosa storia, quella del progetto The Providence. One-man band del musicista sassarese Bloody Hansen attiva dal 2008, ha percorso una strada opposta a quello di molti gruppi, che abbandonano il metal durante la propria crescita musicale. Inizialmente infatti il progetto sardo era su coordinate dark ambient, ma già dal secondo album The Bloody Horror Picture Show (2013) lo stile virò verso il metal, decisione confermata poi col terzo album Return to Morningside, uscito alla fine dello scorso marzo. Il genere affrontato in esso da The Providence è appunto di natura metallica: si tratta di un doom metal con forte venature gothic e piccole influenze da generi come l’heavy e il death. Il tutto è mescolato al chiaro scopo di creare un’atmosfera lugubre e opprimente; del resto, ogni dettaglio risente della passione di Hansen per l’horror dal logo, che riprende quello di Dylan Dog, ai testi ispirati a film o a libri del genere. Ad aiutare la buona riuscita di questa intenzione di The Providence, il mastermind schiera non solo una voce strascicata e cupa, che sicuramente arricchisce la sua musica e una buona cura per dettagli come la registrazione. C’è anche una grande attenzione per la musica, varia e con una buona personalità, che Hansen ha curato insieme a Dick Laurent, chitarrista di Cadaveria. C’è da dire anche che, per quanto mediamente valido, il songwriting tende ogni tanto a ondeggiare, e ciò si traduce nella presenza di qualche pezzo meno appetibile. In generale, Return to Morningside è un album non eccezionale, anche se si rivela ben confezionato e piacevole al punto giusto, come vedrete.

Dopo un intro d’organo, l’album entra nel vivo con Killer Klowns, cover dei The Dickies, gruppo punk rock californiano che la compose per il quasi omonimo b-movie “Killer Klowns from Outer Space”. Rispetto all’originale, quasi giocosa, abbiamo una rilettura ben più cupa, nonostante mantenga gli stessi giri da musica da circo. La colpa è delle chitarre di Laurent, che si muovono bene sia con ritmiche profonde che con lead sottili e inquietanti, specie nelle strofe,e si intreccia sempre bene con la prestazione roca di Hansen. Il risultato è insomma una rilettura distante dall’originale ma ben riuscita: l’idea particolare (ma non inedita) di aprire l’album con una cover paga quindi a dovere. Un altro preludio lento e tenebroso con l’organo, poi entra in scena Slasher, episodio labirintico dotato di una gran progressione. Si parte infatti da strofe potenti e dirette con un riffage doom al limite con lo stoner, che però svoltano presto in passaggi tortuosi e ossessivi, opprimenti con la loro aura oscura. Questa alternanza va avanti per circa metà canzone, poi si cambia del tutto: entra in scena una norma lenta e catacombale, in cui tornano anche alcuni influssi gothic, del tutto assenti nella prima parte. Nonostante la diversità, le due parti si uniscono bene, e l’aura orrorifica che ne deriva è davvero coinvolgente: abbiamo perciò un brano tra i migliori di Return to Morningside. La successiva Spider Baby si sposta invece sul lato più gotico dei The Providence, che qui ricordano da lontano i Type O Negative, seppur con un taglio più grezzo e spigoloso. Ciò è evidente in particolare nelle strofe, in cui le melodie sono quasi seducenti, come quelle del gruppo di Peter Steele, anche se la voce graffiante di Hansen gli dà un tono arcigno. Si cambia direzione invece coi ritornelli, più veloci e aggressivi grazie a un riffage di retrogusto addirittura death doom a cui in parte anche il frontman si conforma. Proprio questi, con la loro differenza col resto, sono il momento meno bello del pezzo, anche se non lo rovinano troppo: merito di un bel songwriting, che raggiunge l’apice nella frazione conclusiva. Con un bell’assolo e cori sintetici, che accentuano ancor di più l’atmosfera, è il passaggio migliore di un pezzo non trascendentale ma che sa appieno il fatto suo.

Un’introduzione lenta e in cui la chitarra pulita si intreccia con sonorità orchestrali si spezza quando entra in scena Il Male, brano abbastanza pesante e grasso, gothic moderno al limite con il groove metal (!). Parte da qui un’evoluzione piuttosto variegata, che attraversa tanti passaggi, accomunati dalla cupezza e dai riff potenti, ma molto diversi. Si va da tratti lenti e d’impatto ad altri più rapidi e vorticosi, più inquietanti e di matrice doom, che incidono abbastanza bene. Dall’altra parte, invece, le parti meno dinamiche risultano un po’ sterili, e anche la prestazione vocale non è grandiosa: in particolare a stentare è l’atmosfera, molto oscura ma che non riesce ad avvolgere, a parte quei rari passaggi in cui le tastiere di Laurent danno una mano. Ne risulta un pezzo un po’ insipido, piacevole ma ben al di sotto dei migliori del disco. Dopo un brano così cupo, con Take me to Midian Returning to Morningside cambia di nuovo tono. Un lungo preludio, misterioso e pieno di echi, poi parte una traccia considerabile quasi una ballata. Le strofe sono rette in principio dalla chitarra pulita, anche se i synth danno loro un senso di inquietudine. Questa tensione si scioglie però con i ritornelli, che mostrano un pathos inedito grazie ai riff espressivi di Laurent e a un Hansen inaspettatamente intenso. Come nei lenti più classici, inoltre, il brano rimane potente una volta che è salito di tono, il che però non turba l’aura dolce che si è creata: essa anzi si accentua anche di più nella sezione strumentale al centro. È proprio il feeling il punto di forza di una canzone breve, ma che lascia dietro di sé un’ottima impressione. Giunge quindi Witch Bitch, che è divisa a metà tra strofe lente e potenti, di chiaro stampo doom classico, e ritornelli più dinamici e di marchio gothic, che abbandonano la cupezza teatrale precedente per qualcosa di più sentito e malinconico. Nonostante la differenza, però, le due parti si incastrano bene tra di loro, incidendo a meraviglia. C’è poco altro da riferire di questa canzone, a parte una bella parte centrale, pestata e dal mood ineffabile, cupo eppure in qualche modo anche sereno. Per il resto abbiamo un pezzo estremamente lineare, ma non è un problema: senza neanche un momento morto, abbiamo infatti uno dei picchi assoluti della scaletta con Slasher!

Hammer House of Horror è un interludio senza traccia di metal, presentando invece le orchestrazioni e i cori sintetici di Laurent in solitaria. Queste disegnano un affresco al tempo stesso tranquillo e lievemente cupo, che avvolge l’ascoltatore per tutta la sua durata. Se l’effetto del pezzo è piacevole, alla lunga però stanca un po’, essendo abbastanza ripetitivo. La mia idea è quindi che se fosse stato un intermezzo di un paio di minuti sarebbe stato meglio; è invece un brano di quattro ancora carino, ma un po’ troppo lungo. Si torna al metal con Prayers, traccia subito movimentata  e veloce ma senza perdere in suggestioni doom, sempre ben presenti, specie grazie al sinistro riffage principale. È questo che, con poche variazioni, copre l’intera durata della canzone, variando di poco tra passaggi lievemente più melodici e altri dissonanti, con anche una vaga influenza punk. Il risultato è una cavalcata breve ma intensa, che incide a meraviglia e si pone appena al di sotto dei pezzi migliori del disco. Segue quindi Midnight Skies, la cui norma è lenta e solenne nell’incedere, con suggestioni epic doom nelle strofe, grazie al ritmo lento e al riffage che ricorda i Candlemass. Cambiano invece i ritornelli, più vicini al gothic doom ma che non salgono di ritmo e non si spostano dalla stessa atmosfera lacrimevole evocata dall’intero brano.  L’unica variazione a questo dualismo è al centro, dove c’è una frazione che strappa dal resto per abbracciare una norma addirittura death metal, con tanto di blast-beat. Si tratta di un momento buono se preso a sé stante, ma che stona un pochino nel contesto. È però l’unico difetto di una canzone che poi riprende, veloce e dinamica, ma con gli stessi spunti già sentiti nella prima parte, in un connubio ben riuscito. Anche il finale insomma è valido, e il risultato è un gran bel pezzo, a dispetto del suo problema. Siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione The Providence schiera Satan Loves You All. Si tratta di una canzone dinamica e diretta, in cui strofe preoccupate e con di nuovo un bel lavoro di chitarra si scambiano velocemente con bridge più teatrali e obliqui e poi con refrain tristi ed espressivi.  A separare queste tre parti a volte spuntano arrangiamenti non proprio riuscitissimi. Per fortuna però si tratta di brevi frazioni che non danno molto fastidio, grazie anche alla compattezza del brano, cui spiccano la prestazione di Hansen o la drum machine, che rende il tutto più martellante. Si tratta insomma di un pezzo non grandioso ma più che discreto, adatto a chiudere l’album.

Insomma, Return to Morningside è un lavoro onesto e piacevole, nonostante qualche fluttuazione nella sua scaletta e qualche difetto. Se vi piacciono il doom, il gothic più tenebroso o l’horror metal, insomma, è un disco che dovreste prendere in considerazione. Forse il progetto The Providence non sarà il meglio che si può trovare nell’ambito del metal di questo tipo, ma io vi invito lo stesso a dargli una possibilità: in compagnia di Bloody Hansen, passerete tre quarti d’ora di divertimento oscuro, è garantito!

Voto: 78/100

Mattia
Tracklist:
  1. Killer Klowns – 04:53
  2. Slasher – 03:56
  3. Spider Baby – 04:58
  4. Il Male – 04:29
  5. Take Me to Midian – 03:59
  6. Witch Bitch – 04:11
  7. Hammer House of Horror – 04:36
  8. Prayers – 03:15
  9. Midnight Skies – 04;35
  10. Satan Loves You All – 04:31
Durata totale: 43:23

Lineup:

  • Bloody Hansen – voce
  • Dick Laurent – chitarra, tastiera, basso, drum programming (guest)
Genere: gothic/doom metal
Sottogenere: horror metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficila dei The Providence

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