Destillery – Immortal Sun (1999)

Per chi ha fretta:
Seppur sconosciuti e scomparsi dopo tre album, i tedeschi Destillery avevano buone qualità, come dimostra il loro full d’esordio Immortal Sun (1999). Nonostante presenti qualche cliché e un po’ di inconsistenza, il loro mix tra heavy classico, power e metal melodico riesce a incidere, grazie a un buon livello di eleganza e a un songwriting variegato. È anche per questo che la scaletta, al netto di qualche episodio meno riuscito, mette in mostra anche grandi brani come la sognante Magical Man, la malinconica Memorial of Eternity, la rutilante Heavy Metal e la cupa Hope Is a Frame. Perciò, pur non essendo un capolavoro Immortal Sun si rivela un buon album, adatto a tutti i fan del metal melodico.

La recensione completa:
Il mondo del metal, si sa, spesso non è meritocratico. Se è vero che non ci sono molte band diventate famose senza averlo meritato, sono tantissimi invece i gruppi che pur possedendo capacità almeno buone sono rimasti nell’ombra per tutta la loro carriera. Il caso di oggi, quello dei tedeschi Destillery, è un discreto esempio di questo fatto. Nati nel 1995 nella città di Marl,dopo due anni hanno pubblicato il demo Interior Fire, per poi esordire sulla lunga distanza nel 1999 con Immortal Sun. Il genere suonato dal quintetto in esso è un mix tra heavy metal classico e power scandinavo, il tutto rivisto in chiave melodica. È uno stile non troppo distante da quello che facevano gli Hammerfall nello stesso periodo, ma con un maggior senso per l’eleganza e la melodia, dato anche da alcune influenze progressive. Nonostante questi elementi, il suono dei Destillery nel complesso è piuttosto classico: anche per questo sono presenti molti cliché, e in generale non è troppo originale. Tuttavia, qualche spunto di personalità è presente, e in generale Immortal Sun si rivela godibile al punto giusto. Merito, tra le varie, di un songwriting mai piatto, che rende il disco variegato e mai uguale a sé stesso. Bilanciando questi pregi con i già citati cliché e un po’ di inconsistenza in certi momenti della tracklist, il risultato è un album non trascendentale ma buono e piacevole, che non meritava il titolo di album dell’anno ma nemmeno l’oblio a cui è stato relegato in seguito.

I giochi prendono il via da Deluge of Spite, traccia abbastanza particolare e con un’evoluzione non lineare, pur dividendosi di base tra frazioni lente e momenti più rapidi e incalzanti. A loro volta, le prime alternano momenti delicati, con lievi lead di chitarra sopra al basso di Mark Brüdigam, e momenti più heavy e potenti in cui il riffage e la voce di Florian Reimann – che ricorda da lontano Bruce Dickinson – si fanno valere. I secondi sono però anche più mutevoli: si va da tratti animati ma in qualche modo contenuti a fughe potenti e power-oriented, passando per quelli che sono i ritornelli. Essi non sono molto catchy, ma risultano lo stesso efficaci: merito dell’atmosfera dimessa del brano, che qui si accentua anche di più. A tratti inoltre le due anime si mescolano, e in generale il tutto è ben incastrato, con giusto qualche momento morto. Abbiamo insomma un brano non grandioso ma piacevole il giusto. La successiva Magical Man può sembrare in principio una ballad, visto il florilegio di arpeggi di chitarra pulita. Tuttavia, presto questo preludio lascia spazio a una norma sì melodica ma anche con un certo tiro: le strofe sono potenti e rapide, pur non nascondendo una malinconia tipicamente melodic metal. Questa si accentua anche di più coi refrain, più lenti e semplici, con un tema che cattura facilmente e un’aura molto avvolgente. Sono questi i momenti migliori della traccia insieme al prepotente rallentamento al centro, imperioso e che riesce veramente a coinvolgere. È un altro segreto di una traccia ottima, appena sotto ai migliori pezzi di Immortal Sun. Dopo un breve preludio, del batterista Lars Janosch, The View entra nel vivo con il riffage martellante e circolare, puramente maideniano, della coppia Daniel Hartelt/Roland Smigerski.  Esso regge tutte le strofe, che creano un certo senso d’attesa; il problema è però che i ritornelli non sciolgono la tensione in maniera adeguata, essendo espansi ma senza mordente. Di qualità è invece l’assolo centrale, vorticoso ma piacevole. Per il resto, il brano dura appena tre minuti: se da un lato è un ulteriore difetto, perché lo fa risultare incompiuto, dall’altro aiuta a non fare incidere troppo la sua bassa qualità ai fini dell’album.

A questo punto, i Destillery si riprendono subito dal passo falso con Memorial of Eternity. Ancora una volta, si parte su coordinate tranquille e melodiche, con dolci arpeggi sotto alla voce nostalgia di Reimann. Presto però la musica comincia a progredire: lo fa in principio lentamente, con una norma placida che ogni tanto torna alla docilità iniziale. A un certo punto però questa comincia a potenziarsi, finché non entra in scena una fuga di ottima energia, anche se a livello atmosferica domina ancora una forte malinconia, calda e avvolgente. È questo il momento topico di un brano che dopo un altro bell’assolo si spegne in una coda melodica, guidata ancora dalla chitarra in lead. Il risultato finale di tutto ciò è un brano emozionante al punto giusto, il migliore in assoluto di Immortal Sun. È ora il turno di Downhearted, la prima ballad vera e propria del lotto, anche se una durata ridotta, ben sotto ai tre minuti, la fanno essere più un interludio che altro. Comunque lo si voglia etichettare, è un pezzo docile, in cui una chitarra pulita di stampo AOR, quella acustica e il pianoforte si intrecciano in maniera deliziosa sotto alla voce intensa del frontman. È un frammento che passa in fretta e lascia una sensazione molto piacevole dietro di sé. Senza quasi pause, giunge quindi Timerunner, canzone accompagnata dalla doppia cassa di Janosch su sentieri frenetici a tinte power. Non manca però lo spirito melodico di marca Destillery, sempre presente insieme a  un mood preoccupato e serioso. Esso è in evidenza sia nei momenti più melodici che in quelli più pesanti, in cui si mette in mostra il riffage principale. Sono però proprio questi il problema: se le frazioni più lente – tra cui i ritornelli – si difendono, quelle più rapide con le loro ritmiche spezzettate, fatte di arresti e ripartenze, sono un po’ smorzati rispetto alla loro forza potenziale. Si tratta in ogni caso di un difetto non fondamentale: abbiamo infatti un brano piacevole al punto giusto, anche se non grandioso.

Come dice il nome stesso, Heavy Metal per lunghi tratti mostra un’impostazione heavy classico, con un riffage chiaramente ispirato agli Iron Maiden e un feeling vagamente scanzonato. Sempre al gruppo inglese si rifanno i ritornelli, che però svoltano di più verso il power e presentano l’atmosfera intensa tipica dei tedeschi. Non che sia un problema: si tratta di chorus catturanti, che valorizzano molto la canzone. Una buona parte solistica al centro, con gli assoli prima di Brüdigam e poi della coppia Hartelt/Smigerski fa il resto: abbiamo una gran traccia, semplice ma incisiva, uno dei pezzi migliori dell’intero album. La successiva Intentions è inizialmente meno esplosiva e più prog-oriented, come si sente dalle melodie iniziali delle chitarre. L’energia però non manca: è invece ben presente nelle energiche strofe, con ritmiche espanse ma heavy che si oppongono a quelle dei momenti strumentali, più leggere e vorticose. Se tutto ciò è positivo, la traccia sembra però incompleta: manca infatti un chorus esplosivo che la coroni. L’unica frazione paragonabile a un ritornello è la progressione che parte poco prima di metà, melodica e dai tratti molto soffici, che per quanto apprezzabile non è la stessa cosa. Essa inoltre ha il difetto di andare avanti un po’ troppo a lungo, prolissa: un ulteriore difetto per il pezzo, che si ritira su solo nel finale. Quest’ultimo è invece esplosivo e rapido, sa davvero come incidere. Si tratta infatti del momento migliore della canzone, che nel complesso, pur coi suoi problemi, risulta comunque di discreta fattura.  Siamo agli sgoccioli, e la chiusura è affidata a Hope Is a Frame, canzone inizialmente maschia e aggressiva – almeno per gli standard dei Destillery – oltre che abbastanza cupa. È un mood che si propaga anche quando il brano cala lievemente di intensità, per strofe battagliere e incalzanti. Piuttosto crepuscolari ma anche malinconici si rivelano pure i ritornelli, che si aprono molto rispetto alla norma e tra un passaggio maideniano e uno a là Running Wild riescono a cogliere nel segno. Si rivela molto buona anche la parte conclusiva, che svolta su un’impostazione ancor più frenetica e potente, con in evidenza ottimi vortici chitarristici. È il degno finale di un grande brano, il migliore del disco che termina insieme a Memorial of Eternity ed Heavy Metal.

Dopo quest’album, i Destillery pubblicarono altri due full-lenght – Behind the Mask del 2000 e Ferrum del 2002 – prima di sparire, a causa di problemi di lineup ma anche, probabilmente, di scarse vendite. A dispetto di questo, però, Immortal Sun resta un bel dischetto, adatto per passare quaranta minuti immersi in belle melodie e belle atmosfere. Per questo, il mio consiglio è di farlo vostro se vi capiterà: non solo perché è relativamente raro, ma anche per il piacere che potrà portarvi se siete fan del metal melodico.

Voto: 76/100

Tracklist:
  1. Deluge of Spite – 05:27
  2. Magical Man – 04:39
  3. The View – 03:08
  4. Memorial of Eternity – 04:42
  5. Downhearted – 02:39
  6. Timerunner – 04:03
  7. Heavy Metal – 04:09 
  8. Intentions – 05:54
  9. Hope Is a Frame – 05:13
Durata totale: 39:54
Lineup:
  • Florian Reimann – voce
  • Daniel Hartelt – chitarra
  • Roland Smigerski – chitarra
  • Mark Brüdigam – basso
  • Lars Janosch – batteria
Genere: heavy/power metal
Sottogenere: melodic heavy metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento