Hammers of Misfortune – The Locust Years (2006)

Per chi ha fretta:
Rispetto ai tanti gruppi progressive metal che si rifanno principalmente ai Dream Theater, i californiani Hammers of Misfortune sono molto originali. Il loro sound guarda infatti al prog rock classico e all’heavy metal più tradizionale, con un occhio più sull’aspetto emotivo che sulla tecnica. È un genere così fascinoso che riesce a rendere ottimo anche un lavoro di transizione come il terzo album The Locust Years (2006). Nonostante l’assenza di hit e un pelo di omogeneità, è un album ben scritto e convincente, con dalla sua, oltre al già citato stile, una registrazione vintage che lo rende fascinoso. E così, a dispetto di qualche punto basso la scaletta è di alto livello, con qualche squillo di classe come la title-track, War Anthem ed Election Day. Perciò, pur non essendo il migliore della carriera dei californiani, The Locust Years è un album ottimo, che farà la vostra felicità se cercate l’originalità all’interno del progressive metal.

La recensione completa:
All’interno del pur immenso calderone metal, è difficile trovare un gruppo più influente dei Dream Theater. Che piaccia o meno, quello americano è stato il gruppo che ha trainato il progressive metal mondiale, ben più di importanti precursori come Fates Warning e Queensrÿche. Non stupisce quindi che, a oggi, la stragrande maggioranza dei gruppi progressive si rifaccia proprio alla band di John Petrucci, che sia come punto di partenza per un suono personale oppure limitandosi alla mera copia. Per fortuna però c’è anche chi riesce a svicolare da questa importante influenza e a presentare un sound più originale, il che è ovviamente positivo: un esempio perfetto di ciò sono i californiani Hammers of Misfortune. Nati nel duemila a San Francisco, e con all’attivo sei album – di cui l’ultimo, Dead Revolution, uscito da giusto qualche mese – riescono a proporre un miscuglio di rock progressivo e metal distante però dal prog metal classico. Il loro stile infatti si fa più all’incarnazione classica del progressive rock, e punta sull’aspetto emotivo delle composizioni e sulle atmosfere  più che sulla tecnica – comunque non assente. Anche la componente metal si rifà alle radici del genere, riprendendo suggestioni a volte dall’hard rock, a volte dal doom, in altri frangenti ancora dal classico heavy metal americano.

Si tratta di un genere molto personale, che rende speciale anche gli album meno belli nella carriera degli Hammers of Misfortune, come per esempio il loro terzo The Locust Years, uscito nel 2006. Si tratta di un lavoro di transizione tra il capolavoro The August Engine (2003) e l’ambizioso doppio album Fields/Church of Broken Glass (2008), e presenta alcuni difetti. Quello più evidente è la scaletta, in cui sono presenti tanti ottimi pezzi ma mancano quelle due-tre hit assolute che potevano trainarlo ben più in alto. In più, l’album soffre di un pelo di omogeneità tra le varie canzoni e della presenza di qualche traccia meno riuscita: due dettagli forse non determinanti, ma che incidono almeno un po’. Nonostante questo, The Locust Years è un buonissimo lavoro: oltre allo stile e ai già citati ottimi brani, anche la registrazione è un punto di forza. L’album suona infatti meno preciso e perfetto della maggior parte degli album progressive, ha una produzione quasi “da live” e per certi versi ricorda il rock/metal anni settanta, il che è un altro punto di fascino per il lavoro.

Già il lungo intro strumentale della opener The Locust Years mette in mostra l’eclettismo degli Hammers of Misfortune. È infatti molto variegato, presentando frazioni lente e melodiche, quasi malinconiche, momenti cupi, possenti e tratti di fuga vorticosa, il tutto però con melodie facili e senza forzature. È insomma una grande frazione, anche se il resto non è da meno: quando si entra nel vivo, la title-track si mostra come un brano veloce e lineare, seppur il mood sia lontano, pensieroso. Ciò è vero in particolare per le strofe, in cui le due voci di Mike Scalzi (famoso per essere il leader degli altrettanto bizzarri Slough Fegh) e Jamie Myers si intrecciano su una base eterea e leggera, con giusto pochi sfoghi. Anche i ritornelli non sono il massimo della potenza, ma si rivelano intensi e d’impatto emotivo assoluto, grazie anche alla voce di Scalzi, espressiva al punto giusto. Di base il brano si mantiene su questa alternanza, anche se ci sono spesso variazioni: la più importante è quella finale, che riprende l’anima più tormentata del preludio e la arricchisce di ottimi assoli. È il buon finale di un pezzo splendido, che apre l’album omonimo come meglio non si poteva. La successiva We Are the Widows è notevolmente più riflessiva e lenta. Per gran parte del tempo, essa presenta una norma potente e crepuscolare, dal retrogusto doom più che vago, corredate dalla voce nostalgica della Myers. C’è però spazio anche per delle aperture dolci con la chitarra pulita e il pianoforte, che abbandonano il lieve velo di cupezza precedente. C’è poco altro nel brano, a parte una conclusione che mixa la potenza della prima anima col mood sereno della seconda; per il resto, abbiamo un pezzo semplice ma di valore. Giunge quindi Trot Out the Dead, il cui intro, soffuso e distorto, sembra preludere a una traccia simile alla precedente. Il brano vero e proprio si sposta però su una norma veloce e nervosa, di vago tono speed se non fosse per le dissonanze tipicamente progressive nel riff sovrastante. Questa base regge tutte le strofe, arricchite peraltro a tratti dalla voce di Scalzi e dall’hammond della brava Sigrid Sheie. Si cambia strada invece per i refrain, incisivi e dotati di cori solenni, anche se un po’ corti. Proprio questo è forse il loro problema: la loro brevità gli impedisce di coronare a dovere un brano, di cui sono forse il momento meno bello. Al contrario, è ottima la parte centrale – presente anche nel finale -, variegata e scritta benissimo: ogni passaggio, da quelli più heavy agli stacchi soffusi, incide molto bene. Il risultato di tutto ciò è un brano buono nel complesso, anche se meno di quelli che ha intorno.

Famine’s Lamp è in apparenza molto serena, con la chitarra classica del leader John Cobbett, il pianoforte e la voce serena della Myers al di sopra, in coro con quella della Sheie, a disegnare un tranquillo pezzo acustico. C’è però un velo di oscurità che avvolge: il testo è infatti piuttosto cupo e anche l’atmosfera ne risente, essendo dimessa, triste. Questa sensazione viene poi fuori con tutta la sua forza nel finale, che abbandona i toni precedenti per mostrare un lato metal oscuro e lacrimevole, di potente tristezza. Nel complesso, abbiamo un brano che riesce ad avvolgere molto bene con la sua atmosfera anche senza melodie catturanti. La successiva Chastity Rides attacca veloce e potente, ma al tempo stesso presenta una certa preoccupazione, che traspare anche dai momenti più vorticosi. L’intro è in effetti piuttosto tempestoso, ma presto la musica cambia volto. Parte infatti una norma molto più tranquilla, che presenta strofe soffuse ed espanse, rette in principio solo dal basso della Myers e dall’hammond della Sheie. Poi però la traccia torna alla potenza, pur non abbandonando i temi precedenti: l’organo è sempre etereo come la voce, anche se le ritmiche sono nervose e circolari. L’effetto è piuttosto strano, con un’atmosfera ineffabile e particolare che si accentua anche di più e si rompe solo col ritornello, stranamente sereno – il che però lo fa stonare un po’ col resto. Parte da qui un’evoluzione che riprende i temi dell’intro, a cui si mescolano però gli elementi sentiti successivamente, in un connubio ben riuscito. Lo schema è inoltre piuttosto complesso, e alterna le varie parti già sentite ad altre nuove, in un mix peraltro ben scritto. È insomma una canzone strana ma apprezzabile: seppur qualche passaggio convinca meno, abbiamo di sicuro un brano più che buono. War Anthem si avvia quindi con il suo riffage portante, serioso e di discreta potenza, che mostra subito la sua natura cangiante. Esso si presenta in diverse forme all’interno della canzone, alternandosi con strofe più melodiche, piene di armonizzazioni e dall’aura delicata. Il dualismo però funziona abbastanza bene, creando un’atmosfera difficile da descrivere. Molto buona è anche la parte centrale, in cui echi del riff si uniscono alle percussioni di Chewy Marzolo, per un assolo non rutilante e senza eccessi, ma interessante. È un ulteriore punto di forza di una traccia semplice ma che sa il fatto suo, risultando poco sotto ai pezzi migliori di The Locust Years.

Election Day è una strumentale in cui gli Hammers of Misfortune mostrano il loro lato più progressivo. Si tratta infatti di una lunga evoluzione, che dopo un intro contenuto e pieno di melodie parte in una fuga travolgente. A dominare sono allora i giri vorticosi delle chitarre di Cobbett e Scalzi e quelli dell’organo della Sheie, che si inseguono tra loro e a volte duellano in un affresco all’insegna della frenesia. La musica si calma sono per poche frazioni, tra cui quella centrale, rallentata ma che ha in sé ancora il seme dell’agitazione, come mostrano le chitarre ritmiche, in apparenza quasi frenate nella loro voglia di correre. Non è comunque un effetto sgradevole, anzi: coi suoi assoli e i suoi fraseggi, questa parte incide molto bene. Anche le parti più veloci però sono efficaci al punto giusto: abbiamo un pezzo in cui tutto si incastra bene, in definitiva il meglio che l’album possa offrire insieme alla title-track. È ora la volta di Widow’s Wall, che comincia in maniera serena e semplice, con il piano della Sheie da solo sotto alla voce di Scalzi. Pian piano però la musica comincia a farsi più densa, prima in maniera quasi timida, con accenni prog rock, poi invece con sempre più forza, fino a sfociare in una norma energica e preoccupata. Parte allora una lunga cavalcata che punta molto sull’atmosfera: essa infatti è abbastanza variegata, passa da momenti spensierati ad altri piuttosto cupi, fino a tratti che mescolano sensazioni differenti in maniera strana. Ciò viene fatto con una naturalezza estrema: quasi non ci si accorge dei cambiamenti, e la musica va avanti come un flusso ininterrotto, pieno peraltro di ottimi arrangiamenti. Così, i sette minuti e mezzi della canzone volano letteralmente. Nel complesso, abbiamo un episodio solido e ancora una volta godibile, pur non essendo al livello del meglio dell’album. In teoria, la scaletta finisce così, ma in certe versioni è presente anche la traccia nascosta Church of Broken Glass, versione demo (e più scarna) della title-track dell’album successivo. Si tratta di una power ballad tranquilla, in cui le poche tracce di metal si intrecciano con la chitarra acustica in una base tranquilla e solo lievemente cupa, sotto alla voce dei due cantanti. La struttura è lineare, tra le varie parti ci sono giusto piccole differenze: in particolare cambia il mood, a volte più calmo, a volte più crepuscolare. A parte questo c’è poco altro da dire: il brano è lineare e con poche variazioni, eccetto la parte finale che presenta anche l’ultimo buon assolo della serie.  Si tratta insomma di un bonus non imprescindibile, ma piacevole.

In conclusione, The Locust Years forse non sarà il miglior disco degli Hammers of Misfortune, ma è un lavoro di ottima qualità, eclettico e affascinante. Insomma, se vi piace il progressive metal e siete alla ricerca di qualcosa di lontano dall’ennesima copia annacquata dei Dream Theater, i californiani sono un ottimo candidato. Se non l’avete già fatto, il consiglio è di scoprirli!

Voto: 82/100


Mattia
Tracklist:

  1. The Locust Years – 07:32
  2. We Are the Widows – 03:18
  3. Trot Out the Dead – 04:15
  4. Famine’s Lamp – 05:17
  5. Chastity Rides – 06:08
  6. War Anthem – 05:26
  7. Election Day – 05:39
  8. Widow’s Wall – 07:26
  9. Church of Broken Glass – 04:15 (bonus track)
Durata totale: 49:16

Lineup:

  • Mike Scalzi – voce e chitarra
  • Jamie Myers – voce e basso
  • John Cobbett – chitarra
  • Sigrid Sheie – pianoforte e organo hammond
  • Chewy Marzolo – batteria
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Hammers of Misfortune

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