Glutton for Punishment – Purified in Blood (2015)

Per chi ha fretta:
Seppur non sia certo un lavoro memorabile, Purified in Blood (2015), secondo album degli statunitensi Glutton for Punishment, è un lavoro che sa quali tasti colpire. Il genere del gruppo di Minneapolis è di base brutal death metal, arricchito però da influenze che vanno dal melodeath al death classico e al deathcore, e da un reparto vocale più vario rispetto alla norma del genere. Se ciò è un pregio, il lavoro ha però anche dei difetti, come una registrazione rimbombosa e poco valorizzante, un songwriting con qualche cliché e un lato tecnico non perfetto. È per questo che seppur di livello discreto, la scaletta presenta anche alcuni punti bassi, ma pezzi come la distruttiva opener Narcotized, la melodica Forfeit the Soul e la brutale closer-track Homicidal Impulse ritirano su il tutto. Per questo, se Purified in Blood è bel lontano dall’essere un capolavoro, si tratta comunque di un lavoro solido e piacevole per gli amanti del death e del brutal. 

La recensione completa:
Sarà banale dirlo, ma non è affatto facile incidere un capolavoro degno di entrare nella storia di un genere – metal o meno che sia. Servono grandi doti e anche un buon coefficiente di fortuna, specie al giorno d’oggi in cui i generi tendono un po’ ad appiattirsi e molti incidono dischi pieni di cliché. Del resto però non è necessario pubblicarne uno per essere un gruppo decente: a volte infatti basta saper intrattenere. Indubbiamente, gli americani Glutton for Punishment lo sanno fare: nonostante non siano mostri di tecnica, di scrittura o di originalità sanno comunque quali tasti colpire, come dimostra il secondo album Purified in Blood, uscito alla fine del 2015. Il suono affrontato dal gruppo di Minneapolis è un brutal death metal di matrice tipicamente americana, anche se con qualche spunto di personalità. A tratti infatti i Glutton for Punishment assorbono influenze eterogenee, a volte provenienti dal melodeath (!), in altre occasioni dal death classico e dal deathcore. La dimostrazione più evidente di ciò sono le voci dei due cantanti Rob Carlson e Aaron Whitesides, che si intrecciano e variano spesso dal grunt tipico del genere a un growl gutturale e classico, passando per momenti di cantato hardcore. Ciò è positivo, ma Purified in Blood ha anche diversi difetti. Per esempio, salta subito alle orecchie una registrazione un po’ caotica, rimbombosa e anche un po’ piatta, che non riesce a valorizzare bene la brutalità degli americani. Altri difetti si riscontrano a livello tecnico, dove il gruppo è ampiamente rivedibile e perfezionabile, e nella presenza di qualche cliché di troppo, che dà all’album ogni tanto l’effetto di già sentito. Bilanciando questi pregi e difetti, Purified in Blood si rivela un disco non certo grandioso, ma che sa svolgere il suo compito in maniera più che discreta, come leggerete tra un attimo.

L’album comincia subito con grande cattiveria grazie a Narcotized, che si mostra subito stordente, anche se senza velocità estreme. Il ritmo è infatti piuttosto basso (almeno relativamente al genere), anche se il riffage è vorticoso e denso al punto giusto: il gruppo infatti punta più sulla distruzione statica che sulla velocità. Se questa è la base di partenza, la canzone però  ogni tanto sale d’intensità, per brevi momenti feroci che ricordano i Deicide, grazie anche ai due cantanti che in duetto imitano Glen Benton. Va nella direzione opposta invece la frazione centrale, che tra il ritmo mai troppo veloce e gli assoli della coppia Carlson/Whitesides risulta catacombale e sinistra. Tutti i dettagli sono comunque ben dosati, e il risultato è molto buono, uno degli squilli dell’album che apre. Giunge quindi Purified in Blood, che si mostra da subito anche più brutale della precedente, con in evidenza un riffage strisciante e ossessivo, che regge buona parte del pezzo. Sia i tratti più martellanti e ossessivi che quelli più striscianti e malefici lo adottano come base di partenza. La parte centrale però cambia binario, e si mostra più rapida e devastante, sia nei tratti più lenti che in quelli in blast-beat. È la parte migliore di un episodio che per il resto però è un po’ castrata: in parte è il già citato suono generale, che non la valorizza, ma ci si mette anche il batterista Tony Garfield, qui un po’ troppo sopra le righe, stonando col resto. Nonostante questo, però, la traccia riesce lo stesso a incidere discretamente: anche per questo è il perfetto manifesto del disco a cui dà il nome.

Dopo un lieve intro pulito, molto inaspettato, giunge una canzone altrettanto inedita. Forfeit the Soul è infatti rabbiosa e di gran impatto, ma al tempo stesso melodica, in un mix tra brutal e melodeath stranissimo, che riesce tuttavia a coinvolgere a meraviglia. Ciò accade sia nelle strofe, rallentate e malinconiche, nonostante le urla rabbiose dei frontman, sia nei momenti in blast, che presentano un riffage espressivo. C’è spazio anche per una sezione centrale oscura, ma ancora una volta non dissonante e feroce come nel death e nel brutal classici, se non per brevi stacchi. Nel complesso, abbiamo un brano non solo interessante e originale, ma anche ottimo, uno dei migliori di Purified in Blood. E l’idea è che se i Glutton for Punishment si muoveranno in questa direzione in futuro potrebbero riuscire a emergere di più dalla massa. Si torna  a qualcosa di più classico con l’attacco riottoso di Incessant Hatred. O almeno così sembra, visto che gli americani sorprendono ancora. Stavolta dopo una breve tempesta brutal la canzone svolta su una norma deathcore rallentata, che cerca di essere possente, riuscendoci però solo in parte, visto che le dissonanze ne limitano un po’ la loro resa. Va invece meglio quando si svolta su qualcosa di più lineare e veloce, come succede per gran parte del centro: è lì che gli americani riescono a incidere maggiormente. In ogni caso, abbiamo una canzone potente ma che non brilla certo tra i pezzi migliori dell’album. Va invece meglio con Bound to Be Dead, traccia resa terremotante da Garfield. È lui a mettersi in mostra sia nei ritornelli, quasi drammatici nella loro foga, sia nelle strofe, potenti e cupe grazie al riffage del duo Carlson/Whitesides. La parte migliore della canzone è però la seconda metà, che rilegge le influenze delle seconde in maniera tenebrosa, grazie anche a un vago influsso doom, che viene fuori in particolare nel finale. È la ciliegina sulla torta di un pezzo magari non trascendentale, ma in ogni caso buono e godibile.

Al contrario della precedente, Insanity Prevails è una scheggia impazzita che vola su velocità alte anche nei momenti più statici, peraltro di buon impatto grazie ai giri death delle chitarre e al growl alto e rabbioso. Anche i tratti movimentati che appaiono di tanto in tanto sono potenti al punto giusto, ma impressionano meno del resto. Di nuovo, la parte migliore è la lunga sezione centrale, vorticosa e apocalittica per merito del solito riffage di qualità. Il risultato è una canzone non riuscitissima, specialmente nella prima parte, ma nel complesso discreta e con ottimi spunti. È ora il turno di Superior Supremacy, che alterna momenti energici e dinamici a dispetto di una velocità non altissima, e passaggi più aperti e lugubri, che a tratti inglobano influssi doom nel riffage. La norma del pezzo si divide a metà tra queste due norme, che pure variano molto in fatto di temi musicali e di atmosfere, che vanno dalla ferocia all’oscurità, passando per una gran sfumatura di sensazioni negative. Lo dimostra per esempio la parte centrale, piuttosto mutevole, anche se sempre all’insegna della cattiveria. In ogni caso, i vari incastri funzionano quasi sempre: abbiamo una canzone di livello appena sotto al meglio di Purified in Blood. A questo punto siamo già alla fine – dopotutto l’album è molto breve – e per l’occasione i Glutton for Punishment schierano Homicidal Impulse. Si tratta di un brano all’insegna dell’inquietudine, che dopo un inizio rutilante si pone come un mid tempo marcio fino al midollo. La struttura comincia allora ad alternare strofe espanse e tenebrose, ma anche ossessive e di gran forza, e ritornelli lenti ma davvero minacciosi. È questo dualismo la base del brano, che varia di poco: giusto ogni tanto ha posto una frazione lenta alla Obituary, un momento solistico slayeriano o qualche breve sfogo rapido. Per il resto, abbiamo un brano abbastanza lento e lineare, almeno in relazione al death metal, ma non è un problema: tutto incide molto bene. L’album ha insomma una grande chiusura, col suo miglior brano insieme a Narcotized e Forfeit The Soul.

Concludendo, al netto dei suoi difetti e di una scaletta con qualche punto basso, Purified in Blood è un bel dischetto, piacevole per passare una mezz’ora scarsa in compagnia di brutalità e atmosfere macabre. I Glutton for Punishment non sono un gruppo che possa incidere un capolavoro, forse non lo saranno mai, ma in fondo non importa: come già detto, hanno la capacità di intrattenere, e questo basta. Perciò, questo secondo album vi è consigliato se siete fan del death e in particolare della sua branca più feroce.

Voto: 74/100

Mattia
Tracklist:
  1. Narcotized – 03:31
  2. Purified in Blood – 03:21
  3. Forfeit the Soul – 04:10
  4. Incessant Hatred – 03:17
  5. Bound to Be Dead – 03:36
  6. Insanity Prevails – 03:23
  7. Superior Supremacy – 03:40
  8. Homicidal Impulse – 04:19
Durata totale: 29:17
Lineup:

  • Rob Carlson – voce e chitarra
  • Aaron Whitesides – voce e chitarra
  • Gil Wick – basso
  • Tony Garfield – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: brutal death metal

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