Witches of Doom – Deadlights (2016)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEDeadlights (2016) è il secondo album dei romani Witches of Doom.
GENEREUn gothic doom metal meno ispirato allo stoner rispetto al precedente Obey (2014) e più eclettico, con influssi new wave e gothic rock.
PUNTI DI FORZAUno stile originale e ben amalgamato tra le varie anime. Musica ben suonata e composta, che può contare anche su una registrazione adeguata.
PUNTI DEBOLINon sempre il disco è all’altezza, per colpa di qualche elemento che dà fastidio a livello incoscio.
CANZONI MIGLIORIRun with the Wolf, Deface (The Things that Made Me a Man), Gospel for War
CONCLUSIONIGli Witches of Doom hanno fatto bene a sperimentare nuove strade: Deadlights è un lavoro convincente che saprà farsi apprezzare dai fan di queste sonorità!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
84
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Vista la mia esperienza come ascoltatore di metal, prima ancora che come recensore, ormai riesco ad analizzare razionalmente quasi ogni album, individuando facilmente i suoi pregi e difetti. Tuttavia, a volte mi capita di ascoltare un album che reputo anche buono, ma che potenzialmente potrebbe convincermi di più: in quei casi, non riesco a capire cosa non vada, anche se ci provo. È questo il caso di Deadlights, secondo album dei romani Witches of Doom. I lettori più attenti di Heavy Metal Heaven si ricorderanno che il loro esordio Obey era già stato recensito nel 2014 in maniera molto positiva: era infatti di un piccolo capolavoro nel suo genere. Nel corso di questi due anni, il genere dei romani è diventato anche più originale e maturo: se la base è sempre un gothic/doom metal rivisto in chiave moderna sono cambiate le influenze. Per esempio, si sono molto attenuate quelle stoner e southern, sostituite da influssi dal gothic rock e dalla new wave anni ottanta, che si esprimono anche in un forte ascendente elettronico sulla musica del gruppo. Ci sono però elementi anche più eterogenei, per esempio provenienti dal metal sinfonico, ma il tutto è mescolato in un insieme compatto e senza spigoli, senza lasciare nulla al caso. È insomma un genere affascinante, ma Deadlights è anche un album molto ben scritto e suonato, nonché con la registrazione giusta, né troppo patinata né troppo sporca. Eppure, c’è qualcosa che non mi convince e che – almeno nella mia opinione – lo fa essere inferiore al predecessore. Non so cosa sia, in teoria tutto funziona bene, e il genere è di mio gradimento – io amo le unioni tra metal e elettronica, per esempio. Forse sarà la lieve omogeneità o il fatto che non tutti i pezzi sono riusciti al massimo. C’è da dire però che, al netto di tutto ciò, Deadlights è comunque un lavoro solido, come leggerete tra poco.

Si parte da un preludio elettronico, musica quasi dance, che può un po’ spiazzare, anche se è perfetto per introdurre la opener Lizard Tongue, che esplode subito dopo. Si tratta infatti di un brano ritmato e ballabile, specie per quanto riguarda le strofe, ossessive a livello ritmico. Questa norma si apre molto coi bridge, spaziali e lontani, un preludio ai rutilanti ritornelli. Essi riprendono il riffage iniziale, strano ma gothic/doom al cento percento, e lo corredano con una melodia vocale di Danilo Piludu aggressiva e potente (anche se non riuscitissima). La struttura in ogni caso è lineare e rimane su questo schema, con giusto poche variazioni: l’unica di gran rilievo è al centro, con uno stacco dal retrogusto quasi industrial. Per il resto abbiamo un brano semplice e buono, anche se non i migliori del lavoro. Senza praticamente pause, entra in scena Run With the Wolf, canzone che in principio può sembrare più classica, con un attacco potente a tinte gothic/doom. Poi però la musica comincia una progressione particolare, che la porta ad attraversare tratti d’impatto a cui si accoppiano le tastiere alienanti di Graziano Corrado, e momenti vuoti che variano tra l’orientaleggiante e l’ambient. Si crea così una strana tensione che si acuisce fino ai refrain; questi invece si aprono, e seppur oscuri si mostrano espansi e pieni di pathos. Questa norma dura circa per tre quarti del brano, poi la musica accelera e si fa più vorticosa e cupa, grazie alle urla di Piludu e all’intreccio tra la tastiera e la chitarra di Federico Venditti, per un effetto vagamente lugubre. È un’altra ottima sezione per una canzone splendida, la prima delle hit di Deadlights. Deface, che segue, si avvia con uno peculiare ma riuscito miscuglio tra elettronica e doom metal. Le strofe svoltano però su una norma più crepuscolare, con pochi interventi della chitarra e in cui la base la fanno l’oscuro lavoro di Jacopo Cartelli al basso, ben supportato da Andrea Budicin dietro le pelli. Questa impostazione crea un grande senso d’attesa, che viene soddisfatto in pieno nei chorus. Grazie al solito Corrado e a ritmiche espanse e spostate sul versante gothic, essi esprimono una malinconia sognante e intensa, che coinvolge a meraviglia e li rende il momento topico del pezzo. Non che il resto sia meno bello, comunque: sia le strofe che la frazione centrale, con il bell’assolo di Venditti, sanno il fatto loro. Il risultato è una traccia che procede lenta e placida ma vola via comunque in un attimo, in poche parole un altro dei picchi del lavoro.

Winter Coming si avvia morbida con un carillon docile, il che è un perfetto preludio. Anche quando entra nel vivo, infatti, abbiamo un pezzo placido e molto melodico, che per la maggior parte del tempo è retto da tastiere sinfoniche sopra alla sezione ritmica, al posto della chitarra – che interviene solo a tratti con dei fraseggi gotici. Essa torna invece coi ritornelli, che c sono pure più lenti e tranquilli del resto, evocando una tristezza calda e soffice, avvolgente. Non c’è praticamente altro nel pezzo a parte il refrain finale, leggermente più intenso ma che non spezza l’atmosfera sognante e delicata del resto. si tratta insomma di un altro ottimo brano, non tra i migliori di Deadlights ma nemmeno troppo inferiore rispetto a quel livello. La successiva Homeless entra nel vivo senza alcuna fretta, partendo da un intro vuoto per poi salire di potenza, prima di assestarsi su una traccia lenta ma resa movimentata dagli intrecci tra la chitarra e il basso in slap di Cartelli. È questa la base che regge gran parte del pezzo, anche se a tratti la musica si apre, per esempio per chorus espansi, che puntano poco sulla potenza e molto sull’espressività. Il tentativo riesce discretamente, anche se a tratti il complesso sembra poco spontaneo. In generale, la mia idea è che con questo brano gli Witches of Doom abbiano cercato a tutti i costi di essere eclettici, il che a volte è riuscito – per esempio nella parte centrale, la più varia coi suoi echi blues, metal e dance che si intrecciano – ma in altri casi no. Ciò rende la traccia carina, ma abbastanza lontana da ciò che ha intorno. Si torna a qualcosa di più nei canoni dei romani con Black Voodoo Girl, che parte quasi subito con un riffage gothic/doom di influenza Type O Negative. Le stesse suggestioni rispuntano qua e là lungo il pezzo, che però ha anche una personalità propria, oltre che un ottimo songwriting alle spalle. Lo dimostrano sia le strofe, placide e ben costruite per creare un bel senso d’attesa, sia i ritornelli, catchy al punto giusto, con la loro aura dimessa. La struttura è inoltre più varia che in passato: tra le varie sezioni spuntano diversi passaggi, che vanno dal soffice intimismo alla ripresa del riffage iniziale. Il più visibile tra questi momenti è ancora una volta l’assolo centrale, stavolta retto da una bella base doom, che si incastra in mezzo a ciò che ha intorno e funziona bene. Abbiamo insomma un pezzo molto buono, appena sotto ai migliori dell’album.

Mater Mortis è una strumentale in cui gli Witches of Doom mettono in mostra ogni sfumatura del loro sound. La base iniziale è infatti doom puro al cento percento, quasi epico grazie ai cori sintetici alle sue spalle. Presto però il tutto svolta in una norma in cui è la tastiera di Corrado la vera padrona, coi suoi giri fantascientifici che avvicinano il pezzo addirittura all’avant-garde metal. Anche questa norma dura poco, poi spunta un passaggio strano, ossessivo e pieno di influenze, specie industrial, che ricorda da lontano i Celtic Frost più sperimentali. La musica quindi torna all’inizio, con una frazione doom ancor più labirintica, che conduce il brano alla fine. Si tratta nel complesso di un episodio non eccezionale ma interessante al punto giusto. Come indica il nome stesso, la seguente Gospel for War possiede un riffage principale minaccioso, doom metal arricchito dal suono di un organo, tipico del doom occulto di marca italiana. Eppure, tra uno sfogo e l’altro di questa falsariga riemerge anche l’anima southern/stoner che i romani ci avevano proposto in Obey, in un accoppiamento strano ma che funziona alla perfezione. Vale lo stesso anche per la lunga frazione centrale, che pur con alcuni tratti in cui l’organo riemerge, si pone come un brano stoner doom energico e rutilante. Fa eccezione giusto qualche tratto più intimo e profondo, di vago influsso sudista, comunque in linea con i precedenti nel non essere troppo malinconico: si tratta di una sorta di ritornello che si incastra bene col resto. Abbiamo insomma un brano diviso tra due anime, entrambe eccezionali: il risultato non poteva che essere una canzone grandiosa, la migliore in assoluto di Deadlights con Run With the Wolf e Deface. A questo punto siamo alle battute finali: la conclusiva I Don’t Want to Be a Star è una lunga traccia che inizialmente si mostra tranquilla e particolare. A dominarla sono il piano vintage e lievi fuzz di chitarra che si incrociano sotto alla voce sussurrata di Piludu, per un effetto vagamente bluesy. A questo tipo di strofe si uniscono ritornelli più potenti, ma lo stesso abbastanza leggeri: non che sia un problema, visto che con melodia e pathos riescono a essere efficaci allo stesso modo. Il meglio del pezzo è però la lunga seconda metà, quasi del tutta strumentale. È una lunga cavalcata in cui i romani incastrano vari passaggi, tutti all’insegna del blues e del rock classico, con giusto pochi influssi metal. Poco male, comunque: la scrittura è ottima, e ne risulta una grande coda per un brano che non sarà trascendentale ma risulta molto buono.

Tirando le somme, Deadlights è un lavoro originale e coinvolgente, che non arriva al livello di capolavoro ma si rivela ottimo. Personalmente, credo che gli Witches of Doom abbiano fatto bene a sperimentare e a spingersi in una direzione così eclettica. D’altra parte, visto il talento espresso nell’esordio forse i romani avrebbero potuto dare di più, ma in fondo chi si accontenta gode. Se quindi cercate un album gothic/doom concreto e di alto livello, i capitolini fanno di nuovo al caso vostro.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Lizard Tongue04:13
2Run with the Wolf04:49
3Deface (The Things that Made Me a Man)05:45
4Winter Coming04:35
5Homeless05:32
6Black Voodoo Girl04:46
7Mater Mortis03:01
8Gospel for War04:35
9I Don’t Want to Be a Star06:59
Durata totale: 44:15
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Danilo Piluduvoce
Federico Vendittichitarra
Graziano Corradotastiere
Jacopo Cartellibasso
Andrea Budicinbatteria
ETICHETTA/E:Sliptrick Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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