Machine Head – The More Things Change… (1997)

Per chi ha fretta:
The More Things Change… (1997), secondo album dei Machine Head, è un lavoro particolare. Persi in parte la spontaneità e l’impatto dell’esordio Burn My Eyes (1994), il gruppo di Robb Flynn li ha sostituiti con un approccio più maturo e intelligente, ascoltabile soprattutto nell’aura generale. I californiani infatti puntano molto sulle proprie atmosfere, riuscendo molto bene nel compito. Al servizio di questo intento ci sono anche influssi da altri generi, come il nu metal, l’alternative o il grunge, peraltro ben integrati nel groove metal del gruppo. Aiutano anche altri elementi grandiosi come un songwriting maturo e di altissimo livello e un suono sporco, selvaggio e tagliente. Per questo, abbiamo un album di livello altissimo, in cui trovano posto splendidi picchi come Take My Scars, Spine, Blistering e Blood of the Zodiac. Concludendo , pur non al livello dell’esordio The More Things Change… è un vero capolavoro, forse difficile da ascoltare ma che una volta penetrato sa coinvolgere a meraviglia.

La recensione completa:

1994: esce Burn My Eyes, esordio dei Machine Head, a mio parere forse l’album groove metal migliore mai uscito, un capolavoro assoluto di impeto, cattiveria, potenza, che li consacrò subito tra i più grandi. Anche per questo, sarebbe stato molto difficile per il gruppo californiano raggiungere di nuovo lo stesso livello di intensità. Forse è anche questo il motivo per cui, nei tre anni successivi l’ensemble guidata da Robb Flynn maturò e si evolse, riuscendo al contempo a rimanere focalizzata – nonostante la difficoltà a trovare un batterista stabile fino all’entrata di Dave McClain (proveniente dai Sacred Reich). Il risultato degli sforzi si concretizzò il 25 marzo del 1997, quando il come-back The More Things Change… vide la luce nei negozi. La cosa che si nota già al primo ascolto è che la foga dell’esordio è diventata più intelligente e meno “di pancia”, mentre le strutture si sono fatte più complesse: probabilmente è un segno che, come detto, la band ha voluto provare nuovi sentieri, rispetto a quelli dell’esordio. Anche il genere è diventato più maturo e sfaccettato: sempre di groove si tratta, ma sono presenti anche influenze da generi come alternative, grunge e soprattutto nu metal, il seme della svolta futura. Qui però tutte queste influenze sono mischiate in un unicum convincente e sono al servizio delle atmosfere, il punto di forza maggiore di The More Things Change…. Si tratta infatti di un lavoro definibile addirittura “atmospheric groove metal”, se questo termine esistesse: oltre alla potenza, come detto ancora ben presente, i Machine Head puntano forte sull’oscurità e sul pathos, il che gli riesce molto bene. Merito non solo di un songwriting di altissimo livello, ma anche di un sound al tempo stesso sporco, selvaggio e tagliente come un rasoio. Il risultato di tutto ciò è che The More Things Change… è un album impenetrabile e difficile da ascoltare, con tutti i suoi cambi di dinamiche e le sue sfumature. Se però ci si entra dentro si scopre un vero e proprio capolavoro, come leggerete nel corso della recensione.

Già dall’intro della opener Ten Ton Hammer si sente che qualcosa è cambiato: l’impatto derivato dal thrash di gran parte del disco precedente ha lasciato spazio a un suono più espanso, ma non per questo meno graffiante. La potenza delle chitarre del duo Flynn/Logan Mader è immutata, come mostra il riffage principale, vagamente sludgy. Oltre a esso, la canzone schiera un’alternanza tra strofe dissonanti e di lieve inquietudine, la cui tensione si scioglie nei ritornelli. Essi sono a loro volta divisi tra una prima metà psichedelica, quasi grunge, e la seconda in cui lo stesso riffage sostiene il cantato graffiante di Flynn. C’è spazio anche per un tratto centrale più rabbioso della media del pezzo, che però nel contesto non stona. È un altro dettaglio ben riuscito di una opener ottima. Un preludio strisciante e cupo cresce fino all’arrivo di Take My Scars, canzone potente e aggressiva per gran parte del tempo. Le strofe infatti, pur presentando a livello ritmico influssi nu, non perdono un briciolo di forza distruttiva, grazie alla furia martellante di McClain e alla cattiveria del cantato. Anche i ritornelli sono a loro modo violenti, nonostante la voce pulita del frontman e l’aura distesa: riescono infatti a compensare con un mood penetrante e malato.  Se tutto ciò è estremamente positivo, la parte finale è ancora meglio: sia il suo avvio, che torna a essere strisciante, sia il crescendo che porta alla rutilante esplosione che segue è coinvolgente ai massimi termini.  È la parte più valida di una canzone peraltro magnifica in ogni suo passaggio, la migliore in assoluto di The More Things Change…. Si vira verso qualcosa di più pesante con Struck a Nerve, da subito martellante e rapida, puro groove metal primigenio di influenza thrash. È la frenesia a dominarla nelle sue lunghe cavalcate, che da strofe semplicemente dirette e urlate porta a bridge vorticosi e oscuri, culminanti in ritornelli quasi drammatici, anche se molto brevi. Tuttavia, la cattiveria non dura per tutta la traccia: al centro si stacca per una frazione oscura e inquietante, retta tutta dal basso di Adam Duce in cui la chitarra interviene solo a tratti. Quando poi la potenza metal torna alla carica, l’urgenza precedente non esiste più: ora in scena c’è un brano groove monolitico che ci porta alla fine con gran potenza. Nel complesso abbiamo una canzone in tre atti che funzionano tutti benissimo, e che nel complesso risulta appena sotto a ciò che l’ha preceduta.

Down to None parte da un preludio espanso e vuoto, che va avanti per quasi un minuto prima di cambiare faccia all’improvviso. A quel punto giunge in scena una falsariga catacombale e cupa, doom metal quasi puro. Anche questa norma, piuttosto inedita, non è destinata a durare: presto i Machine Head riprendono la loro dimensione groove, cominciando a scambiare strofe maschie e rocciose con brevi stacchi inquietanti ma leggeri, che ospitano anche i chorus. Il punto di forza di questo dualismo è l’oscurità che riesce a evocare, molto potente; dall’altra parte, al suo interno trovano spazio alcuni passaggi privi di mordente. È un difetto veniale, ma il risultato è una canzone meno bella di quelle attorno. Un breve intro delle dissonanze tipiche dei californiani, poi parte The Frontlines, dotata di un riffage possente e ossessivo. Esso regge buona parte del brano, sia in maniera strumentale che alternandosi in un botta e risposta con frazioni spoglie, rette di nuovo dal basso. C’è però spazio per tratti che riprendono il preludio, e soprattutto per i ritornelli. Essi sono più serrati del resto e presentano melodie abbastanza semplici, il che li rende il meglio che il pezzo offra. Ottima anche la parte centrale, in cui il metal viene abbandonato di nuovo in favore di qualcosa di morbido ma crepuscolare. È un punto di partenza per una progressione che si fa sempre più lancinante e d’impatto, fino ad arrivare al finale, che raggiunge un apice prima di spegnersi lentamente. Il risultato è una traccia forse non tra le migliori del disco ma validissima. La successiva Spine è introdotta dal basso di Duce, prima che entri in scena una norma pesante e rabbiosa. Come i Machine Head ci hanno già abituato lungo l’album, non è una situazione che dura: presto il brano comincia ad alternare sfoghi di energia e lunghe strofe al tempo stesso delicate e oscure, con chitarre lontane e dissonanti. Sono esse a creare il giusto effetto d’attesa prima dell’entrata in scena di bridge urlati e incazzati prima, e poi ritornelli di impatto del tutto travolgente. Merita una citazione anche la seconda metà, crepuscolare e riflessiva sia nei momenti più morbidi e aperti che in quelli potenti, ma lenti e con un fortissimo pathos, a tratti lancinante. È un’altra frazione ben riuscita di un pezzo che dura oltre sei minuti e mezzo ma non annoia mai, risultando anzi tra i punti più alti del lavoro! In principio, la seguente Bay of Pigs è molto veloce, un vortice di note puramente groove metal che dura per tutte le frenetiche strofe e si ferma solo dinnanzi ai refrain. Essi sono potenti e cattivi, grazie alla voce di Flynn e al riffage al di sotto, incisivo al punto giusto. Almeno, ciò accade per la prima metà del brano, poi la musica vira su una norma diversa, in principio più tranquilla, ma che poi si fa sempre più dura fino a toccare un apice, prima di spegnersi lentamente. Si tratta del finale potente di una traccia un po’ breve, ma che sa incidere piuttosto bene.

Violate entra nel vivo con una lentezza quasi esasperante: in principio infatti Flynn si muove su una base lentissima e vuota, che genera un atmosfera decadente e nera come la notte. Alla fine il pezzo esplode con potenza, anche se la velocità è sempre molto bassa: la nuova norma è infatti vicina al doom e oscura come questo genere, nonché sofferta e piena di pathos, grazie sempre al frontman. Per buona parte, la struttura alterna momenti morbidi e tratti più potenti, senza grandi variazioni ma senza neanche annoiare: è infatti la cupezza oppressiva che si crea a renderla sempre interessante. Solo nel finale la traccia prende un piglio più aggressivo, prima con un mid-tempo obliquo e poi con una fuga thrashy di gran potenza. La conclusione è infatti il momento più rutilante della canzone, ma non stona con quello che l’ha preceduta. Abbiamo insomma un pezzo ben riuscito in ogni suo componente, che pur durando quasi sette minuti e mezzo non annoia, ponendosi anzi appena dietro ai pezzi più riusciti qui. Dopo un intro col suono di un trapano da dentista, parte quindi Blistering, brano di gran impatto specie per quanto riguarda le strofe, serrate e con un riffage di forza assoluta. Anche i ritornelli mantengono la stessa pesantezza: seppur più lenti, hanno una gran cattiveria, data dal solito Flynn e dal riffage al di sotto.  C’è spazio anche per una frazione centrale obliqua e piena di dissonanze, una buona coronazione per un pezzo in fondo abbastanza semplice, ma anche di efficacia assoluta. Non è una bestemmia infatti includerlo tra il meglio che The More Thing Change… ha da offrire! Siamo ormai al finale, e per l’occasione i Machine Head schierano un’altra traccia lunga e lenta, Blood of the Zodiac. Anch’essa ci mette parecchio ad andare al punto: si comincia da un cupo intro pulito, che sale sempre più di intensità. È il momento in cui la traccia vera e propria  entra nel vivo, cominciando con strofe divise a metà tra tratti leggeri, in cui il lead di chitarra domina inquietante sopra alla sezione ritmica e momenti più feroci. Lo stesso dualismo è quello che divide anche bridge e ritornelli: quando i primi sono dimessi e di influenza grunge, i secondi sono di gran impatto, e hanno anche una tensione evocativa che li fa esplodere a meraviglia. Il tutto è valorizzato dalla base ritmica, oscillante e strana, quasi più da blues che da metal moderno, il che dà al tutto un tocco di originalità in più. Ottima anche la parte centrale, lieve ma lacerante, in cui Flynn dà prova di grande espressività. È un ulteriore elemento ben riuscito di un’altra canzone perfetta, che con la precedente forma un uno due finale da K.O. assoluto!

Grazie ai tanti brani grandiosi, specie nella seconda metà della scaletta, The More Things Change… è uno splendido esempio di groove metal atmosferico e maturo, un lavoro che nonostante non bissi il livello di Burn My Eyes è di qualità assoluta. Non fatevi quindi fuorviare dalle influenze alternative e nu metal: sono ben integrate nella musica del gruppo, e la difficoltà di ascolto del disco testimonia che di sicuro i Machine Head all’epoca non pensavano a svendersi. Quello semmai succederà due anni dopo col successore The Burning Red, quando i californiani butteranno via la potenza, la complessità e l’atmosfera sentite qui per un nu metal più alla moda e poco sincero, rinnegando quanto fatto fin’ora. Ciò però non toglie nulla a quest’album: se quindi amate il groove metal e non avete la mente troppo chiusa, The More Things Change… farà la vostra felicità, è sicuro!

Voto: 95/100

Mattia

Tracklist:

  1. Ten Ton Hammer – 04:13
  2. Take My Scars – 04:19
  3. Struck a Nerve – 03:30
  4. Down to None – 05:28
  5. The Frontlines – 05:50
  6. Spine – 06:35
  7. Bay of Pigs – 03:46
  8. Violate – 07:20
  9. Blistering – 04:58
  10. Blood of the Zodiac – 06:37
Durata totale: 52:36
 
Lineup:
  • Robb Flynn – voce e chitarra
  • Logan Mader – chitarra
  • Adam Duce – basso
  • Dave McClain – batteria
Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Machine Head

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