[‘selvə] – Eléo (2016)

Per chi ha fretta:
Eléo (2016), secondo full lenght dei lombardi [‘selvə], è un lavoro molto difficile da assorbire, ma se ci si riesce si rivela un vero capolavoro. Merito in primis dello stile, a metà tra il depressive e il post-black più alienante, con in più tante piccole influenze che arricchiscono il genere del gruppo. Il trio ha grandi abilità anche nel songwriting, intelligente e maturo nonché lontano dai tipici cliché black metal. Pure la registrazione, confusionaria e sporca, non è un difetto ma contribuisce a sottolineare bene le atmosfere dell’ensemble. Il risultato di tutto ciò è che le quattro tracce dell’album – tra cui spiccano le splendide Alma e Indaco – conducono l’ascoltatore attraverso un viaggio in un abisso alienante e nichilista. È un’esperienza un po’ corta – dura solo mezz’ora – ma poco importa: alla fine Eléo è un piccolo capolavoro, che i fan del post-black e del depressive adoreranno! 

La recensione completa:
Almeno in ambito metal, non sempre i capolavori sono album che conquistano al primo ascolto. Ci sono infatti dischi estremamente difficili da penetrare, ma che dopo decine e decine di ascolti rivelano tutta la bellezza che hanno da offrire: è il caso di Eléo, secondo full lenght dei lombardi [‘selvə] (monicker in Alfabeto Fonetico Internazionale che si legge “selva”). A un ascolto distratto, è un album che può sembrare solo un’accozzaglia caotica di rumori, ma se si riesce ad assorbirlo si trova musica emozionante e avvolgente. Lo stile suonato dall’ensemble si situa a metà tra il post-black metal di gruppi come Deafheaven e Altar of Plagues e il depressive black metal della branca più lancinante e suicida del genere. In più il gruppo sperimenta piccole influenze hardcore (genere da cui i tre membri provengono, tra l’altro), alternative, generi “post” e progressive; in generale, si tratta di un sound che si spinge spesso su territori lontani dai tipici cliché del black metal. Già dal genere Eléo è affascinante, ma i [‘selvə] hanno grandi abilità anche nella scrittura: le strutture possono sembrare casuali, come già detto, ma andando ad approfondire si trova un songwriting intelligente e maturo, che sa quale tasti spingere e risulta meno che ottimo solo in rari casi. Non male, considerando che i lombardi sono insieme solo dal 2013! Completa il quadro una registrazione confusionaria e sporca, che normalmente risulterebbe un difetto. In questo caso però non lo è, visto che dà più fascino al trio, consentendogli di coinvolgere al meglio l’ascoltatore nelle sue atmosfere. Il risultato è che Eléo si rivela un viaggio avvincente attraverso gli abissi, con pochissimi momenti morti e tanta sostanza, come vedrete tra poco.

Soire attacca subito vorticosa, con in bella vista il ritmo forsennato di Tommaso Rey, le chitarre caotiche e lo scream disperato di Alessandro Andriolo, tutti elementi che compongono il trademark dei [‘selvə]. È più o meno sulle stesse coordinate che si muove il pezzo: si tratta di una fuga che alterna momenti oscuri e freddi, tempestosi, con tratti più caldi e depressi, seppur ancora il blast domini alle loro spalle. È una progressione che tende a variare spesso, a volte anche nel ritmo, come quando spunta uno stacco lento, preludio alla svolta centrale. Essa in principio perde del tutto i propri elementi metal, lasciando in scena solo la nostalgica chitarra di Andriolo. Comincia da qui un crescendo che pur tornando più volte verso l’estremo si distingue per le sue melodie, molto orientate verso il post-black, che evocano una potente tristezza. Prima che un breve sfogo della norma iniziale torni nel finale, questa parte centrale va avanti molto a lungo, coinvolgente e splendida. Si tratta del meglio che abbia da offrire un episodio ottimo in toto, anche se il meglio deve ancora arrivare. Dopo un breve intro di effetti, infatti, si avvia Alma. È un brano potente ma tranquillo e riflessivo, che punta su un’aura cupa e infelice, ben evocata dalle dissonanze della chitarra e del basso di Andrea Pezzi, con vaghe influenze alternative. È una norma che va avanti a lungo e a tratti presenta accelerazioni che rendono il mood anche più drammatico. Queste frazioni però non durano molto, in media il pezzo è lento e a volte il ritmo cala per passaggi cadenzati e distesi, quasi vuoti. O almeno è così in principio: pian piano l’evoluzione porta la traccia a evolversi e a farsi più contrastata, con frazioni sempre più estreme e altre anche più soffici, seppur ancora lugubri. Nonostante il songwriting labirintico e intricatissimo, ogni elemento è al suo posto, e si incastra bene con gli altri. Il risultato è una lunga cavalcata drammatica attraverso un passaggio variopinto, che si fa anche più emozionante passata la metà. Dopo un bel po’ di furia nichilista, infatti, la traccia ritorna alle suggestioni iniziali, sia nei momenti più rapidi che in quelli più tranquilli. Tra questi ultimi, quello che spicca di più è l’apertura sulla tre quarti, calma e melodica, in cui protagonisti sono gli archi dell’ospite Nicola Manzan (Bologna Violenta), prima in solitaria, poi accompagnati dalla chitarra, per un effetto di tranquillità quasi solare. Parte da qui un pezzo metal senza più oscurità, trionfante, quasi sia il lieto fine di un lungo viaggio abissale e terribile. È un altro dettaglio riuscito bene di una traccia splendida, la migliore in assoluto di Eléo.

L’eco della calma precedente quasi non ha fatto in tempo a spegnersi che col prepotente attacco post-black metal di Indaco si torna nella disperazione a cui i [‘selvə] ci hanno abituato. Abbiamo infatti un brano in cui dominano lunghe cavalcate rette dal blast-beat di Rey, su cui i riff vorticosi della chitarra e la voce urlata di Andriolo evocano un’aura dolorosa, straziante. Qua e là in questo affresco spuntano rallentamenti possenti, che però non ammosciano affatto la progressione: le danno anzi ancor più pathos e lanciano meglio le fughe che li seguono. Pian piano, inoltre, le due anime del brano tendono a fondersi in un vortice quasi caotico ma avvolgente, finché il tutto si spegne. È la volta allora di una frazione post-rock lunga e molto lieve, in cui chitarra, basso e batteria si intrecciano in maniera poetica. Sembra quasi che la canzone debba finire in breve tempo, ma poi d’improvviso il metal torna in scena, pesante e disperato. È l’avvio di un finale ossessivo e di gran impatto, che riesce ad avvolgere benissimo con la sua disperazione lancinante. Si tratta insomma di un altro dettaglio ben riuscito di un altro pezzo fantastico, il meglio che Eléo abbia da offrire. Dopo questi oltre otto minuti e mezzo, la musica si spegne in una coda di chitarre vorticose nel vuoto, ma i giochi non sono ancora finiti: c’è ancora spazio per la conclusiva Nostàlgia, che riprende come base proprio quella coda. Per un po’ si mantiene la stessa norma, triste e vorticosa, unendole giusto un ritmo lento, poi la musica accelera leggermente e spunta un altro tema musicale, lacrimoso e di forte infelicità. È un’armonia che viene ripetuta molto a lungo, ma i [‘selvə] riescono a non annoiare: merito non solo della frazione centrale, lievemente sinistra e che abbandona la falsariga principale, ma anche dei cambi di ritmo. La norma infatti è lenta in media, ma sulla tre quarti strappa verso il blast beat, dando alla traccia un finale vorticoso e possente, ma al tempo stesso avvolgente nella sua triste oscurità. Nel complesso, vista la struttura più semplice e tutti i suoi elementi, questo episodio potrebbe essere anche considerato come una sorta di lungo outro. Comunque la si definisca, però, non cambia il fatto che si tratta di una canzone fantastica, con poco da invidiare al meglio del disco.

Di fatto, Eléo non è altro che un viaggio in un abisso di disperazione e nichilismo che coinvolge nell’intera mezz’ora della sua durata. Forse proprio questo può essere visto come il suo unico difetto: un minutaggio più elevato, anche di poco, avrebbe prolungato l’esperienza, rendendola probabilmente migliore. In ogni caso, è inutile lamentarsi: anche così si tratta di un capolavoro, difficile da penetrare ma che alla fine dà grandissime soddisfazioni. Per questo, se amate il post-black metal più estremo e il depressive più lancinante, quello dei [‘selvə] è un nome che dovreste scoprire a tutti i costi.

Voto: 92/100

Mattia

Tracklist:

  1. Soire – 06:09
  2. Alma – 11:09
  3. Indaco – 08:39
  4. Nostàlgia – 06:16
Durata totale: 32:13

Lineup:
  • Alessandro Andriolo – voce e chitarra
  • Andrea Pezzi – voce e basso
  • Tommaso Rey – batteria
Genere: black metal
Sottogenere: depressive/post-black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Selva

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