Def Leppard – Adrenalize (1992)

Per chi ha fretta:
Adrenalize (1992), quarto album dei Def Leppard, risente molto della sua gestazione travagliata. I cinque anni che lo separano da Hysteria – il successo maggiore degli inglesi, anch’esso registrato con tante difficoltà – sono stati costellati di problemi, tra cui la morte del chitarrista Steve Clarke nel 1991. Da tutti questi ostacoli deriva un album ondeggiante: se è positiva la presenza di qualche elemento più hard nel pop metal del gruppo, dall’altro lato un songwriting ondivago, poco ispirato e a tratti moscio non aiuta. La scaletta infatti presenta buone canzoni come la struggente White Lightning (dedicata proprio a Clark) e le energiche Personal Property e Tear it Down, ma anche riempitivi come la fastidiosa I Wanna Touch U e le inutili ballate Stand Up (Kick Love Into Motion) e Have You Ever Needed Someone So Bad. Perciò, nonostante abbia venduto moltissimo nel pieno dell’era grunge, Adrenalize è un album soltanto sufficiente, piacevole come ascolto ma poco adatto se si cerca qualcosa di davvero coinvolgente. 

La recensione completa:

Tre agosto 1987: Hysteria, quarto album dei Def Leppard, vede finalmente la luce dopo una gestazione lunga e travagliata. Nei quattro anni dall’uscita del precedente Pyromania, il gruppo britannico dovette affrontare tanti problemi, dalle traversie nelle numerose sessioni di registrazione alla perdita del braccio del batterista Rick Allen – seguita poi dalla eroica riabilitazione per tornare a suonare. Eppure, nonostante le difficoltà, il gruppo si presentò alla fine con uno splendido lavoro, dal grandioso appeal commerciale. Grazie anche a singoli come Animal e Pour Some Sugar on Me, infatti, divenne in breve uno dei dischi più venduti degli anni ottanta, e consentì al gruppo di imbarcarsi in un lunghissimo tour. Finito questo, la band tornò in studio, con la chiara intenzione di incidere un nuovo album senza far passare altri quattro anni. Nuove traversie erano però in agguato, e raggiunsero il culmine l’otto gennaio del 1991, quando il chitarrista Steve Clark, che già combatteva con l’alcolismo, venne trovato morto per l’ingestione, si scoprirà poi, di un mix di farmaci e alcol. I Def Leppard però decisero di andare avanti e registrare le canzoni a cui lo stesso Clark aveva già contribuito. Così, cinque lunghi anni dopo Hysteria, il trenta marzo 1992 vide la luce l’atteso ritorno, Adrenalize. Al contrario del precedente, però, stavolta il gruppo non riuscì a sconfiggere i propri problemi: l’album risente infatti della confusione che lo ha preceduto. Se lo stile è più o meno lo stesso pop metal, forse anche lievemente meno patinato e più rock a tratti, l’ispirazione è ben lontana da quel livello. In particolare, la scrittura è un po’ ondivaga: la scaletta ha sia picchi positivi che riempitivi del tutto dispensabili. In generale, Adrenalize è un album spesso piacevole e valorizzato da alcuni squilli di classe, ma non va molto più lontano: stupisce infatti il suo discreto successo, non solo perché sia uscito in piena epoca grunge, quando il pop metal era passato di moda, ma soprattutto per la sua qualità intrinseca. Come leggerete infatti, a tratti si rivela inconsistente e moscio, e in generale è ad anni luce di distanza dagli album migliori nella carriera dei Def Leppard.

Si parte da Let’s Get Rocked, traccia molto semplice di base, dominata per lunghi tratti da strofe rockeggianti di basso profilo, con il basso di Rick Savage come unico movimento continuo, su cui solo di tanto in tanto entrano i fraseggi di Phil Collen – che si occupa di tutte le chitarre sul disco. Si cambia leggermente direzione per i bridge, più animati, preludio a ritornelli festaioli e discretamente catturanti, specie grazie ai cori. C’è spazio di tanto in tanto per qualche passaggio più particolare, specie all’interno delle strofe – per esempio con qualche accenno sinfonico (!) – ma la falsariga in fin dei conti non si sposta più di tanto, e le melodie sono sempre le stesse. Nel complesso, il risultato è un episodio non eccezionale ma piacevole, un’apertura adatta per un album del genere. La successiva Heaven Is prende il via da strofe hard rock anche piuttosto graffianti, almeno per la media dei Def Leppard, per poi trasformarsi in senso melodico, fino a raggiungere chorus zuccherosi e pop-oriented. A parte la sezione centrale, breve e con un bell’assolo in seguito a una parte corale, praticamente non c’è altro nella canzone. Ma anche con questa semplicità estrema, si tratta di un brano orecchiabile al punto giusto, poco lontano dal meglio di Adrenalize. Giunge quindi Make Love like A Man, canzone tamarra che incarna bene lo spirito anni ottanta del gruppo inglese. Quest’anima domina in ogni passaggio della canzone, in special modo nei bridge, con chitarre potenti accoppiate ad armonie catturanti. Esso è ben presente anche nelle strofe, con il loro senso di divertimento mai sopito, e nei ritornelli, elementari e anthemici. Proprio questi ultimi però sono il punto  meno bello del pezzo, non solo troppo scarni ma anche telefonati, non riuscendo a esplodere a dovere. È un peccato, perché il resto del brano è di discreto valore, compresi i momenti strumentali – buona a proposito la frazione centrale. Abbiamo quindi un pezzo un po’ castrato dai chorus, che nel complesso si rivela decente ma nulla più.

Tonight è la power ballad più classica che ci possa essere: parte lenta, con solo la chitarra pulita di Savage sotto alla voce di Joe Elliott, per poi alzarsi lievemente di intensità, senza però perdere di dolcezza. La musica cresce fino ai ritornelli, con una certa solennità che li aiuta a essere efficaci. Lo schema si ripete più volte, con solo il tipico assolo a spezzarlo. Di fatto abbiamo un lento che non aggiunge nulla ai centinaia usciti negli anni ottanta, ma ha il pregio di essere piacevole e avvolgere, il che la rende almeno discreta – nonché il migliore dei tre qui dentro. Dopo un intro con un lungo assolo di chitarra – forse suonato da Steve Clark, a cui il pezzo è dedicato – parte White Lightning, distesa e dall’aura malinconica. Essa viene fuori in particolare nelle lunghe strofe, delicate ma a loro modo cupe, che poi cominciano pian piano a crescere, fino ad arrivare a frazioni in apparenza serene, ma sempre velate di malinconia. Vale lo stesso per i lunghi ritornelli, con una prima parte quasi allegra che presto si converte alla tristezza, sia per quanto riguarda il botta e risposta Elliott-cori sia per le melodie di Collen alle loro spalle. C’è poco altro all’interno della traccia, a parte una frazione centrale piuttosto oscura ed espressiva. Per il resto il pezzo è piuttosto semplice, nonostante gli oltre sette minuti di durata. La sua aura particolare, come anche il testo, triste e profondo, rendono l’ascolto piuttosto emozionante: abbiamo difatti uno dei picchi assoluti di Adrenalize. Giunge quindi Stand Up (Kick Love into Motion), che da subito sembra una sorta di Hysteria (la canzone) parte due, specie nella struttura, che alterna strofe tranquille, di basso profilo, e ritornelli semplici e pop. Proprio per questo, seppur qualche guizzo sia presente, nel complesso il tentativo risulta abbastanza trito e poco originale, senza funzionare certo come il suo “predecessore”. Abbiamo quindi un riempitivo che pur non essendo fastidioso è un po’ piatto, e si può tranquillamente saltare.

Si torna a qualcosa di più movimentato con Personal Property, brano elementare ma che riesce a far muovere il piede col suo semplice hard rock. Ciò accade sia nelle strofe, solari e puramente anni ottanta, sia nel successivo crescendo, che tramite bridge vagamente alla AC/DC ci portano verso ritornelli facili e incisivi, che coronano bene la progressione. Come da norma Def Leppard, inoltre, si cambia struttura solo nella parte centrale, con prima una ripresa del lato melodico del gruppo e poi un altro ottimo assolo. È la ciliegina sulla torta di una canzone ottima, uno dei picchi assoluti di Adrenalize. È quindi il turno di Have You Ever Needed Someone So Bad, terza ballata della serie, forse troppo vicina alla precedente (almeno tra Tonight e Stand Up… c’era la lunga White Lightning) ma non solo. Ogni melodia qui, sia nelle placide strofe che nei ritornelli, lievemente più densi, è del tutto scontata, prevedibile, e non riesce a incidere, per quanto qua e là qualcosa di carino appaia. In generale abbiamo una filler anche peggiore della precedente, il che la relega a essere il fanalino di coda della scaletta. Si torna di nuovo alla durezza con I Wanna Touch U, ma purtroppo il livello ancora non risale. Se le strofe con le loro chitarre energiche svolgono il loro lavoro in maniera dignitosa, i ritornelli non riescono a chiudere il cerchio nella giusta maniera. Essi presentano una melodia abbastanza irritante, e il peggio è che essa si ripete di continuo dall’inizio. Proprio per questo, ne risulta un brano veramente brutto, il punto più basso di Adrenalize insieme alla precedente – e il cui unico pregio è di durare poco. Per fortuna, in conclusione l’album si ritira su con Tear It Down, traccia a tinte hard rock semplice ma di buona efficacia, come gli inglesi ci hanno già fatto sentire lungo l’album. Si alternano così velocemente strofe rockeggianti e di facile presa, bridge festaioli e scatenati e chorus anthemici e trascinanti al punto giusto. Ancora una volta, inoltre, la forma canzone viene rispettata alla lettera: non c’è altro a parte un brevissimo solo di Collen. Non che sia un problema: abbiamo infatti un brano coinvolgente al punto giusto, il migliore dell’album che chiude con White Lightning e Personal Property.

In conclusione, si può dire che Adrenalize è un album la cui tracklist è fatta quasi solo di “canzonette”: alcune di esse sono godibili, altre invece risultano prescindibili. Nel complesso ne risulta un album sufficiente, che si può ascoltare a tempo perso o come sottofondo. Se però quello che cercate è qualcosa che vi coinvolga con forza, all’interno del pop metal c’è molto di meglio. Lo troverete, magari, anche cercando nella carriera precedente dei Def Leppard.

Voto: 64/100

Mattia
 
Tracklist:
  1. Let’s Get Rocked – 04:56
  2. Heaven Is – 03:37
  3. Make Love like a Man – 04:13
  4. Tonight – 04:03
  5. White Lightning – 07:37
  6. Stand Up (Kick Love into Motion) – 04:31
  7. Personal Property – 04:20
  8. Have You Ever Needed Someone So Bad – 05:25
  9. I Wanna Touch U – 03:16
  10. Tear It Down – 03:38
Durata totale: 45:36
Lineup:

  • Joe Elliott – voce
  • Phil Collen – chitarre
  • Rick Savage – basso, chitarra acustica
  • Rick Allen – batteria
Genere: hard rock
Sottogenere: melodic hard rock/pop metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Def Leppard

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