Slayer – Reign in Blood (1986)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEReign in Blood (1986), terzo album degli Slayer, è fondamentale sotto tutti i punti di vista.
GENEREUn thrash metal violentissimo e seminale, diventato col tempo il “suono slayeriano” per antonomasia.
PUNTI DI FORZAUn genere influentissimo, che influenzerà tantissime band in thrash e death metal. Una forza distruttiva unica nel suo genere, un songwriting di altissimo livello, una registrazione selvaggia e potentissima, tra le migliori mai sentite in un qualsiasi disco estreno.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIAngel of Death (ascolta), Altar of Sacrifice (ascolta), Postmortem (ascolta), Raining Blood (ascolta)
CONCLUSIONIReign in Blood non è solo un album storico ma è anche perfetto, uno dei migliori mai usciti nell’ambito del thrash metal. Essendo forse il disco più violento mai uscito, non può mancare a ogni fan del metal estremo che si rispetti!
ASCOLTA L’ALBUM SU:Youtube  | Spotify | Soundcloud
ACQUISTA L’ALBUM SU:Amazon  |Ebay 
SCOPRI IL GRUPPO SU:Sito ufficiale | Facebook | Instagram | Bandcamp | Youtube | Spotify | Metal-Archives
VOTO FINALE
Su un massimo di 100
100
COPERTINA
Clicca per aprire

Il 1986 è stato un anno d’oro per il metal: in ogni corrente esistente in quell’anno sono usciti capolavori memorabili, venerati ancora oggi. Ovviamente, il thrash non è esente da questa tendenza: in quell’anno videro infatti la luce veri e propri classici del genere come Master of Puppets, Peace Sells… But Who’s Buying, Darkness Descends, Zombie Attack e Pleasure to Kill, giusto per citare i casi più famosi. Non è facile dire tra questi – e tanti altri – quale sia l’album thrash migliore del 1986, ma in realtà non è neanche troppo difficile. C’è infatti un album uscito in quell’anno che non si è limitato a entrare nella storia ma è andato oltre, tracciando una nuova strada che migliaia di gruppi successivi seguiranno in futuro: parliamo di Reign in Blood degli Slayer. Ben pochi album all’interno del thrash – o del metal estremo in generale – possono rivaleggiare con la furia distruttiva della sua scaletta, compatta quasi fosse composta da un pezzo solo, ma senza mai ripetersi. La maestria del gruppo di Los Angeles si vede anche in questo: per quanto omogeneo, Reign in Blood non è mai ripetitivo, le strutture sono spesso imprevedibili, per merito di un songwriting di altissimo livello. Aiuta in questo anche l’urgenza estrema degli Slayer, con canzoni corte (spesso poco sopra ai due minuti) sparate alla massima velocità, che non danno quasi il tempo di respirare. Ha quasi del sovrannaturale anche la produzione, curata da Rick Rubin, che all’epoca aveva alle spalle solo collaborazioni con gruppi hip hop: è pulita ma si rivela anche selvaggia e dannatamente potente, qualcosa di mai sentito all’epoca. Si tratta di un’altra caratteristica dell’album che in tanti hanno provato a copiare negli anni successivi, anche se pochi sono riusciti effettivamente a eguagliarla. Del resto, Reign in Blood è uno degli album più influenti di sempre per quanto riguarda il metal estremo e in particolare il death metal, che pescherà a piene mani dagli stilemi contenuti in questa mezz’ora scarsa. Nessuna sorpresa, del resto: quando l’asticella è così in alto, non solo per qualità ma anche per impatto sprigionato e ferocia, è difficile non rimanerne impressionati, nemmeno a trent’anni di distanza.

Il massacro si apre con Angel of Death, leggendaria fin dal suo attacco, pestatissimo e con l’acuto strozzato e sofferto di Tom Araya che introduce al meglio la cattiveria dell’album. Parte da qui un’evoluzione travolgente, che si muove tutta sulla velocità pazzesca a cui il drumming vulcanico di Dave Lombardo la costringe. La struttura in fondo è semplice: si alternano strofe dirette e spaccaossa, ritornelli anche più vorticosi, con l’impatto di un pugno in faccia, e brevi frazioni dal mood malato che collegano il tutto e aiutano a trasportare l’ascoltatore nell’universo squilibrato del dottore nazista Josef Mengele, di cui parla il famigerato testo. Il complesso funziona benissimo, anche se forse la parte migliore è quella centrale, per gran parte rallentata ma che compensa ampiamente con una potenza grandiosa e con un’aura agghiacciante, prima di esplodere con una fuga altrettanto imponente. È la ciliegina sulla torta di un brano perfetto in ogni nota, un’apertura davvero col botto per Reign in Blood. Un attacco che sembra guardare al thrash più tradizionale è in realtà la calma prima della tempesta, visto che presto Piece by Piece si avvia convulsa e potente, con un riffage di base semplice ma di impatto assoluto. Esso regge gran parte del brano, seppur con variazioni che lo portano a tratto su lidi dalle ritmiche death, in altri momenti a farsi anche più graffiante. Il tutto è inquadrato in una struttura rapida e vertiginosa, che nei due minuti della traccia varia repentinamente, ma mai a caso: ogni singolo passaggio è studiato per dare il massimo impatto. Abbiamo perciò un episodio pesante come uno schiacciasassi, che svolge al meglio il suo lavoro.

Necrophobic è un brano indiavolato, con un tempo serrato al massimo e Araya che quasi fatica per stare dietro alle ritmiche delle chitarre di Kerry King e Jeff Hanneman, vortici di note potenti ad altissima velocità. È una fuga tumultuosa quella che si consuma in appena un minuto e quaranta, una corsa a perdifiato che si ferma solo per brevi aperture lugubri per poi ripartire. Il risultato è quasi stordente, tra tratti di pesantezza assoluta e assoli al fulmicotone, ma coinvolge a meraviglia nella sua aura violenta e schizzata. Il risultato infatti è splendido, appena sotto ai migliori del disco. Giunge quindi Altar of Sacrifice, in cui i ritmi calano lievemente e il riffage si fa più musicale, anche se il risultato non cambia di molto. Abbiamo infatti un altro pezzo rapido con l’impatto di un pugno in faccia, grazie a trame taglienti come rasoi, alla semplice alternanza strofe vorticose/chorus cupi e a momenti di puro godimento. Tra di essi spiccano gli assoli di Hanneman e soprattutto la frazione finale, più lenta ma dannatamente possente in ogni suo passaggio, grazie anche a un Araya blasfemo. È il passaggio topico di un pezzo comunque riuscito al cento percento, un altro dei picchi di Reign in Blood. Per circa un minuto, la successiva Jesus Saves dà la falsa idea di essere un brano lento, per riposare un po’ le orecchie dopo un’ecatombe del genere – anche se certo non manca di riff potenti e rocciosi. Gli Slayer però sono sadici, e quando si comincia a crederlo strappano verso una falsariga di nuovo convulsa e con un senso d’urgenza estremamente coinvolgente. Così, si alternano senza sosta strofe vorticose nel tipico stile della band americana, assoli iper-veloci e refrain martellanti e cattivi, senza un attimo di pausa. La forza sprigionata è grandiosa, e tanto basta perché ne risulti l’ennesimo pezzo fantastico.

Criminally Insane è meno frenetica della media dell’album, ma riesce ampiamente a compensare con un’aurea nera e perversa. Non manca la potenza – il riffage è sempre al top – né i momenti veloci, che incidono nonostante il ritmo stavolta non sia estremo. Non ce ne è bisogno, del resto: qui il gruppo di Los Angeles sperimenta un’aggressione meno di pancia e più intelligente, cosa che gli riesce altrettanto bene rispetto a quanto spinge sull’acceleratore. Anche stavolta infatti ogni tratto è ben disposto, il songwriting è al top, e il risultato è un altro pezzo iconico, nonché uno dei picchi assoluti del lavoro. Si torna a qualcosa di più serrato con Reborn, canzone ossessiva e in cui domina di nuovo il ritmo frenetico impostato da Lombardo. La struttura è ancora semplice, alterna strofe che sono attentati alle vertebre cervicali e brevi ritornelli anche più tempestosi. C’è da dire che, pur coinvolgendo a meraviglia stavolta il complesso non ha la scintilla che rende grande il resto. Poco male: di sicuro il livello dell’album non cala, e del resto in un lavoro thrash odierno sarebbe di sicuro tra gli episodi più belli. È ora la volta di Epidemic, in cui gli Slayer si mostrano leggermente più riflessivi, preferendo una pesantezza ossessiva alla velocità assoluta. La struttura è molto lineare: si alternano strofe potenti ma contenute rispetto al solito e ritornelli semplici e aggressivi, il tutto all’insegna della semplicità. Ci sono però dei particolari che arricchiscono la traccia, come per esempio l’oscura parte centrale oppure alcune inflessioni nel riffage del duo King/Hanneman che precorrono il groove metal dei Pantera. Sono elementi splendidi per una traccia che passa liscia e forse non impressiona come il meglio di Reign in Blood, ma è comunque eccezionale!

Postmortem entra in scena con un riffage apocalittico, che preannuncia la devastazione che sta per arrivare. Questa aura densa e penetrante continua quando la traccia entra nel vivo, non troppo veloce ma dannatamente oscura, soffocante, che avvolge in quello che sembra quasi un sogno malato, ben evocato dalle ritmiche profonde e dal cantato sofferto e spaventoso di Araya. Questa impostazione dura per circa due terzi della canzone, poi la musica comincia a evolversi, e sembra esaurirsi dopo alcuni passaggi debordanti e di gran potenza. È però un falso finale, perché d’improvviso una fuga travolgente e di violenza assoluta esplode e travolge tutto sul suo cammino, lasciando solo macerie quando si spegne. Ma i giochi non sono ancora finiti: dopo un iconico interludio coi suoni di un temporale (e i tom di Lombardo), oscuro e orrorifico, è ora il turno di un altro pezzo leggendario, nientemeno che Raining Blood! Si tratta di una canzone così iconica che in effetti è inutile descriverla: chi non la conosce? Si può dire però che la sua fama è ben meritata: la sua progressione, tortuosa e piena di variazioni repentine, è perfetta in ogni passaggio, sia quelli più rallentati e d’atmosfera che quelli più rapidi e pestati. Ogni elemento è perfettamente al suo posto, e ogni musicista dà il massimo che ha. Il risultato è un affresco di orrore e devastazione che avvolge al suo interno senza lasciare scampo, dal celebre attacco iniziale di chitarra fino all’outro che riprende il temporale. C’è poco altro da dire: quello tra la semi-title track e Postmortem è un uno-due finale da K.O. assoluto, una delle conclusioni più clamorose mai sentite in un album metal – e di sicuro quella più adatta per una carneficina del genere.

Reign in Blood finisce qui, ma in alcuni versioni sono presenti due tracce bonus, che non aggiungono nulla alla sua perfezione ma vale la pena di citare. La prima è Aggressive Perfector, traccia presente nella compilation della Metal Blade Metal Massacre 3 (1983) e ri-registrata in forma più veloce per il singolo di Postmortem. Nonostante la nuova incisione, si sente che si tratta di un pezzo un po’ datato; invece del suono profondo e terrificante di Raining Blood ne presenta uno più da speed thrash, e anche le ritmiche sono meno cupe e più vicine al metal classico. La struttura è quella tradizionale, alterna strofe senza grandi fronzoli e dal flavour NWOBHM con ritornelli rapidi e catturanti, e c’è giusto qualche variazione al centro e nel finale, che riecheggia delle svolte future del gruppo. La personalità degli Slayer però è sempre presente, sia nel ritmo serrato che nell’aggressività delle tracce, passando per la prestazione rabbiosa di Araya. Se quindi può sembrare un po’ leggerino, dopo la mezz’ora spaccaossa appena trascorsa, preso a sé stante è un pezzo ottimo, adatto come bonus. La seconda è invece una versione più lenta ed espansa della Criminally Insane già sentita, anch’essa tratta dal singolo della precedente. Ne conserva l’aura oscura, che è molto avvolgente, anche se devo dire che la versione finale della tracklist è molto meglio. Si tratta infatti di un pezzo che può essere interessante per mera curiosità, ma non aggiunge molto all’album.

A questo punto, lo avrete già capito: Reign in Blood è probabilmente il disco musicale più potente e violento di tutti i tempi. Per quanto grandioso, nessuno nell’ambito di thrash, black, death, sludge, brutal e qualsiasi altro genere è riuscito mai a raggiungere questi livelli. Perciò, per la sua qualità immensa, per il suo non essere invecchiato di un giorno nonostante i trent’anni di distanza, e anche per la sua altissima importanza storica, si tratta di un lavoro che a nessun amante del metal estremo può mancare. Nel malaugurato caso che abbiate questa lacuna, recuperatelo a tutti i costi: vedrete, le uniche a pentirsene saranno le vertebre del vostro collo!

Più o meno trent’anni fa, il 7 ottobre del 1986, vedeva la luce nei negozi Reign in Blood. Come già detto è un album non solo fantastico, ma anche importantissimo per la storia del metal estremo, in particolare thrash e death. Questa recensione vuole essere il solito piccolo tributo di Heavy Metal Heaven per celebrare l’occasione.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Angel of Death04:51
2Piece by Piece02:02
3Necrophobic01:41
4Altar of Sacrifice02:50
5Jesus Saves02:55
6Criminally Insane02:22
7Reborn02:12
8Epidemic02:23
9Postmortem03:27
10Raining Blood04:16
11Aggressive Perfector (bonus track)02:30
12Criminally Insane (remix – bonus track)03:18
Durata totale: 34:47
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Tom Arayavoce e basso
Jeff Hannemanchitarra
Kerry Kingchitarra
Dave Lombardobatteria
ETICHETTA/E:American Recordings
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento